Il reggiano Ermanno Cavazzoni (nato nel 1948, vive a Bologna) è un grande talento letterario, un inventore inesauribile di storie. L’ultima in ordine di tempo è questa “Storia naturale dei giganti”, in cui l’autore si finge uno studioso dei giganti, dei loro usi e costumi, del loro cibo, linguaggio e attività sessuale. Ne esce un libro di irresistibile e raffinata comicità, complice anche lo studioso che, mentre scrive il suo trattato, è assalito dalla concupiscenza carnale: cosa frequente in chi studia…
Vi leggiamo tre capitoli:
1- Rari giganti filosofi (prima puntata)
2- Gigantesse casalinghe (seconda puntata)
3- il DNA che va a farsi friggere (terza puntata).
Il DNA che va a farsi friggere
Ma quand’anche, in queste epoche tarde (1716), due giganti, un maschio e una femmina, generassero; quand’anche un fatto tale, in tempi così improbabili, avvenisse, ciò che ne risulta non sono più giganti, ma errori di codice, come se il DNA si fosse così aggrovigliato da dare solo luogo ad aberrazioni sterili.
Al canto secondo del Ricciardetto di Niccolò Forteguerri compaiono due giganti solitari, marito e moglie, tale Bafusse e tale Cagnasca, che, seppure a fatica, si erano sessualmente congiunti. Dopo un certo tempo lei aveva partorito due figli, che però all’inizio sembravano fagioli, dice il Forteguerri, il che già è un caso anormale. Poi i due fagioli crebbero e diventarono rospi, seconda anormalità, in un mese erano grandi come una casa, due rospi giganti, e anche questa geneticamente è un’aberrazione senza futuro, un ramo morto nella storia animale. Un anno dopo i due rospi erano diventati immensi. Mangiavano l’erba, le vacche, i buoi, senza far differenza. E sembra mangiassero anche le ragazze giovani e vergini. Gliene mettevano davanti una nuda ogni tanto, legata ad un albero. Sembra che prima di mangiarla stessero molti giorni meditabondi e ipnotizzati a guardarla. E questo è l’unico elemento del corredo genetico dell’antico gigante. La ragazza veniva legata e i due rospi restavano lì, con gli occhi lustri, dice il Forteguerri, come due vetri, prima di risolversi in qualche modo a mangiarla. Non dice il Forteguerri cosa pensassero, se avevano la mente ormai dei batraci, o se lumeggiava dall’area cerebro-spinale qualche fantasticheria, qualche domanda, come nei loro avi.
I due grandi rospi velenosi in questione erano assorti a guardare la ragazza (tale Lucina nata a Baldacca, l’attuale Baghdad), quando arriva Rinaldo, tutto eccitato di fare ancora un’impresa (Ricc..H, 9 ecc.); ne infilza uno, ed è come aver tagliato un ascesso, incomincia ad uscire del marcio che uno schifo tale non si era mai visto, ed è come dire che dai giganti, se mai per caso qualcuno di loro riprendesse a figliare, ormai non può venirne che un aborto e del pus. A questo punto il rospo apre la bocca e inghiotte il cavallo insieme a Rinaldo, comprese le armi e lo scudo. Per fortuna la pancia era immensa, molto di più dei giganti tradizionali (quando una razza degenera non ci sono più limiti). Rinaldo sprona il cavallo che si mette al galoppo lungo l’intestino; alla fine con un po’ di andirivieni per i meati e le flessure del colon, escono salvi fuori dal culo, dice Niccolò Forteguerri, però puzzolenti, dice, ma non per questo meno spavaldi e sovreccitati. Poi Rinaldo dà un colpo al rospo in fronte e l’uccide; all’altro cava con la spada un bulbo oculare e analogamente l’uccide.
A questo punto però non è finita, perché si presentano il padre e la madre dei rospi (che Rinaldo eliminerà in fretta), cioè Bafusse e Cagnasca, i quali ci tenevano a questi due figli, anche se erano dei disgraziati, degli errori al genoma, senza possibilità di prole; però non avevano avuto il cuore di gettarli nell’immondizia quando erano fagioli, o quando erano rospetti. Le madri vedono bello anche un rospo, e anche un fagiolo. C’è un ormone specifico che falsa il giudizio estetico prima e dopo la gravidanza: l’ossitocina. E quand’anche si venga al mondo non voluti, l’ossitocina salva il neonato. Anch’io ad esempio sono venuto al mondo non voluto. Me lo dice sempre mia zia. Credo che mia madre abbia pianto molto quando si è accorta di essere gravida, e anche durante la gravidanza deve aver pianto quasi ogni giorno, perché mio padre aveva lasciato lei nei guai con un figlio in pancia, ed era sparito. I padri pensano sempre debba nascere un rospo, o comunque un ingombro alla bella vita.
Mia madre era stata giovane per un anno, quando aveva incontrato mio padre e si era innamorata, e mio padre credo altrettanto. Dev’essere stata una bella primavera, quella dei suoi diciannove anni, l’unica autentica primavera della loro vita, e anche l’estate dev’essere stata appassionante, finché come conseguenza sono stato concepito io, e questo rientra esattamente nei piani della natura, che una bella ragazza si affacci alla sua giovinezza, creda di innamorarsi e che l’amore sia tutto, e invece senza perdere tempo rimane incinta, come fosse un caso, una disgrazia, mentre invece è tutto molto probabile: per via dell’ossitocina, che comanda pure i fidanzamenti appassionati. Io insieme a tanti altri concepiti a quell’epoca, arrivavo a porre rimedio ai milioni di morti della seconda guerra mondiale, 50 milioni di morti (vedi Gli alieni fra noi, cit.); per cui le ragazze, negli anni e decenni seguenti, era facile che restassero incinte; la pace che segue la guerra porta un eccezionale tasso di fecondità; e negli uomini una dose più alta d’irresponsabilità (che è il livello di testosterone). Infatti in settembre, dopo questa conoscenza fulminea e un amore ardentissimo, senza sapere nulla l’uno dell’altro, e senza sapere nulla secondo me delle precauzioni che si usano oggi (che la guerra è ormai lontana), sono stato concepito. Io ero l’ovulo di settembre. Se fossi stato quello d’agosto, sarei un altro. Ossia sarebbe nato un altro, e io me ne sarei andato via perdendo l’occasione di nascere. Invece è stato l’ovulo di agosto che ha perso la sua occasione. Chissà chi era, cioè chissà come sarebbe stato quel tale che avrebbe passato la vita al mio posto, chissà che fetente sarebbe stato. Magari stava ad adocchiare Monica Guastavillani, a ossessionarla di telefonate e di inviti, magari aveva successo; se coglieva un momento di crisi di Monica, quando Barbieri è in riunione e Monica se ne va in autobus sulla linea 14 e cala la sera.
Uno nato in agosto, chissà poi cosa diventava, magari faceva dei figli, anzi è probabile, faceva dei disgraziati ad esempio, tutti maschi e insopportabili, che adesso già riempirebbero il mondo, ognuno di loro a loro volta con tre o quattro figli a testa, in breve tempo sarebbero in quindici o venti, col sangue annacquato da questa moltiplicazione, tutti uguali a loro nonno, quello d’agosto, quello là, che essendo disceso un po’ prima mi avrebbe anticipato e preso il mio posto, e chissà che nome avrebbe escogitato mia madre, magari lo chiamava Mauro, questo Mauro avrebbe sparso la sua genia che per fortuna io non avrei poi mai potuto incontrare.
Io li vedo come andrebbero tutti insieme per strada, questa razza di fannulloni venuti fuori per sbaglio, magari tracotanti, mocciosi e tracotanti, li vedo popolare il mondo della loro stirpe, il mondo è già triste, chissà cosa sarebbe.
Per fortuna non è andata così, che se solo dovessi fare lo zio, anche solo lo zio potenziale di tutti quei maschi indolenti discesi da quel tale Mauro e dovessi vedere lui pure, che so?, buttato come un paralitico su una poltrona a dire delle baggianate, a fare il ruffiano, a dire ad esempio: sono stanco, come se stare in poltrona per lui fosse già lavorare, quel Mauro se fosse nato, io credo che neppure mia madre si sarebbe affezionata, né a lui né ai suoi figli, nonostante l’ossitocina, si sarebbe pentita: avessi abortito! da dove saltano fuori questi rospi, questi fagioli secchi? questa masnada di disoccupati? E anche quel Mauro mia madre l’avrebbe sempre toccato il meno possibile, come qualcosa che mette addosso la repulsione, capace solo di fare la cacca, quantità inverosimili, delle montagne, che anche una madre prima o poi si disgusta, indelebilmente, e allora lo alleva come un gallinaceo dentro la stia, come un pollo in batteria, perché non tutti i neonati sono uguali tra loro, ci sono quelli che fanno schifo da subito e che non suscitano l’amore materno; noi siamo in una civiltà che alleva tutto, ma certi neonati se non nascessero sarebbe meglio per loro, questo Mauro ad esempio; e infatti è stato meglio così, che non sia nato (lo difinito, e l’anima, se c’è, come dice Platone, il grande filosofo (428-
E lo diceva pure il mio amico grande filosofo Ridolfi Amedeo; de profundis clamavi, diceva.
Se la mia anima fosse finita ad esempio in una mosca, e anche Monica fosse. stata una mosca, avrei risolto tutta la problematica che riguarda anche Barbieri, perché la mosca comune fecondando la femmina, le inietta anche un ormone a tradimento che la disattiva sessualmente per il restante della sua vita. E quindi le mosche in seguito stanno tranquille, i maschi volano ad esempio tutta l’estate attorno -a un lampadario, e le femmine non hanno più interesse ad uscire o ronzare sui vetri.
Lettura di Fulvio Redeghieri