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29 Ottobre 2007 | Racconti d'autore

N°81-RACCONTI D’AUTORE

Antonio Faeti, “Sul limitare”, Baldini Castoldi Dalai editore, 2005.


Docente di Pedagogia all’Università di Bologna, Antonio Faeti è stato il primo in Italia ad avere una cattedra in Letteratura per l’infanzia, sempre presso l’ateneo bolognese. Ha al suo attivo moltissime pubblicazioni  ecollaborazioni ai più importanti quotidiani e riviste italiani.
“Sul limitare” racconta di una città di mare, Villombra Cedrina, dove, tra deliri di assessori alla cultura, pettegolezzi sotto gli ombrelloni e sentore di eterna provincia, si è appena trasferito il professore Dabormida, divorziato e dimesso dall’Università. Ma la scoperta del cadavere di un bimbo, apparso una notte sulla battigia, turba la serenità della cittadina. Affiora il ricordo di una tragedia accaduta al tempo della linea gotica: trenta bambini furono misteriosamente uccisi dai tedeschi, forse nel corso di macabri rituali. Intanto il professore si lascia coinvolgere in un intrigante menage à trois con due belle ragazze. Ma giorno dopo giorno viene visitato da sconcertanti messaggeri, che appaiono in bilico tra la credibilità arcana e la memoria, raccontando di sette terrificanti stragi.
Il professor Dabormida si trova di fronte alle memorie censurate, ai bordi dei pozzi oscuri dove la vecchia melma appare con i miasmi che le ville deliziose e i lunghi viali di platani e la striscia azzurra del mare sembravano aver esorcizzato.






Biancheria vintage: antiche seduzioni e carni molto fresche


La domenica, a Villombra Cedrina, una specie di domenica riassuntiva, capace di attrarre a sé tante altre domeniche, sparse per la storia e per la geografia delle domeniche.


Il silenzio, prima di tutto, reso, in quella particolare do­menica, anche più decisivo e totale dalla nuvolosità compat­ta, così assoluta da ottundere o spegnere anche i suoni resi­dui, i rumori eventuali, le vibrazioni possibili. Il cielo grigio in piena estate, senza annuncio di pioggia, quell’atmosfera priva di dubbi che afferma solo se stessa: un pittore marchi­giano, un tempo assai noto, molto amato da Lelio, sapeva collocarla nelle sue tele. Modulava una gamma corposa di grigi ai quali mescolava occulte ma indubbie tracce di ocra, e così rendeva benissimo il senso profondo di una verità na­scosta: tutti i colori dell’inverno erano uniti all’afa intollera­bile di una domenica d’estate.


Quel pittore si chiamava Nino Caffè, era conosciuto co­me il «pittore dei pretini», e si tendeva a non comprendere davvero il senso di quella pacata mania che lo induceva a riempire di piccoli preti smilzi e lievi, con la sottana nera e il cappello, spesso saltellanti, ogni spazio, e le spiagge soprat­tutto.


Ma Lelio sapeva che i pretini volevano insinuare dubbi, deridere certezze: lì, nei luoghi deputati allo svago, alla cor­poreità lietamente esibita, alla libido almeno visiva, il preti-


no esprimeva il perdurare di altre componenti esistenziali, anche sulla sabbia sensuale ammiccava alle segrete ragioni dello spirito. E Lelio camminava, solo, tra viali, slarghi, in­croci, stradine interne, di quelle in cui «prosegue la nume­razione», piazzette, rientranze che denotavano una villa più ricca e più spaziosa. Due memorie, ricorrenti, una ancora le­gata alla pittura, perché la domenica di Villombra, con le persiane tutte chiuse, le saracinesche abbassate, l’assenza di persone, gli ricordava le inconfondibili periferie di Maurice Utrillo, quelle che il pittore mostrava ancora più livide ag­giungendo ai colori della sua tavolozza perfino tracce di quell’autentico gesso che rendeva bianchi i muri da lui ri­prodotti. L’altra, invece, qui subito ritrovata e rinnovata: perché la religiosissima Villombra Cedrina aveva tante chie­se, e ogni chiesa aveva un oratorio, e niente come un orato­rio, con un campo di calcio, immenso solo la domenica, e un prete e un bambino che colpiscono alternativamente un pal­lone, può dire che è proprio domenica.


Giunto al porto, ancora un frammento della vita di zia Adelaide gli si mostrò: quella piccola nave elegante, ancorata non troppo al largo, era la sede di un appuntamento annua­le, certo onorato anche in quell’estate dalle superstiti. Le al­lieve del Giovanna d’Arco, un collegio femminile prestigioso, vivo e fervido un tempo sull’Apucchio ma chiuso da molti anni, usavano ritrovarsi per trascorrere insieme tutto un gior­no, ospiti di una nave appositamente noleggiata.


Non era una crociera, non si muovevano da lì, ma ci te­nevano a ritrovare quella rimpianta e amatissima extraterri­torialità che un tempo, con una segregazione altrettanto am­bita, il collegio aveva loro garantito.


In quelle certe domeniche, con il cielo grigio-ocra «alla Caffè», con l’afa collegata con la luce quaresimale, zia Adelaide diceva: «Stasera ti faccio la piadina con le vitalbe», e bisognava raccoglierle, dalla siepe sontuosamente argentata, in fondo al giardino, e così il giorno del silenzio cambiava di tono e obbediva al loro rito, fondato su una giocosa alchi­mia. Ci salveranno le vecchie zie?… e se risultavano salvifiche anche in certe domeniche, dovevano possedere risorse misteriose e infinite.


Nel suo girovagare, immerso in quel calore e in quel si­lenzio; Lelio spiava giardini in cui numerose signore e più rari signori, tutti molto vecchi e molto eleganti, tacevano im­mobili, intorno ad antichi tavolini di ferro, con rarissime fra­si che lui raccoglieva, spezzettate ma decifrabili perché subi­to capaci di rinviare a epoche remote: «…il generale Cavi­glia, quello di Fiume, un galantuomo…»


Per antiche, non spiegate consuetudini, pur sapendo che l’afa grigio-ocra non portava mai pioggia a Villombra, e si dissolveva da sola nella notte, unicamente certi bagnanti an­davano alla spiaggia, e lì c’erano merende non festose però serene, con bambini stranamente composti che non veniva­no richiamati, e una preziosa abbondanza di squisitezze che si notava sotto i vari ombrelloni di quanti ritenevano un giorno adatto al mare anche quello, con il sole nascosto. Una specie di consorteria, già nota a Lelio, proprio per quel suo caratterizzarsi, quasi mettersi in mostra, nei giorni plumbei del caldo anomalo.


Nuova, del tutto nuova, l’interpretazione che veniva for­nita di quella particolare domenica, al Bagno numero tren­tasette, denominato «Kansas Beach», titolare Tersilio Oc­chiali. Sì, perché, come spiega lo stesso Tersilio al microfo­no, lì fanno proprio un «défilé» di intimo e da spiaggia, e poi dopo vi diamo anche qualcosa di frizzante da bere.


Le modelle sono ragazzine che vengono preparate dietro


un capanno da una squadra – come dice Tersilio – di accon­ciatrici che si possono poi trovare da «Ursula stilista in ca­pelli», in viale Costituzione al trentadue. C’è tanto pubblico, ma Tersilio sembra in bilico tra l’incoraggiamento e l’am­monizione: «…applaudite, su, che se lo meritano… state calmi, su, che fate un casino della madonna… e non tocca­te, eh… perché qui è all’insegna del vedere e non toccare…»


La sfilata propone a Lelio molti quesiti, e alle risposte, sul momento, non perviene. Si chiede se ciò che sollecitano in lui quei corpi più nudi di ogni possibile nudo sia libido, desiderio, voglia, oppure ansia.


Ecco una ragazza bruna, indossa una specie di remoto ri­chiamo sensuale, un baby-doll, subito commentato da Tersi­lio: «…sì, perché questa qui è l’estate del vintage, e questo è un vero baby-doll autentico… d’allora… di quegli anni là…»


La modella usa il baby-doll come un’arma impropria. Lo fa volteggiare, perché sotto porta il tanga meno consistente che si possa fabbricare, un filo con un triangolino. Così gli anni Sessanta diventano casti, e il presente è strepitoso, am­miccante.


Un’altra ragazza ha lo stesso sottabito di Silvana Manga­no in Riso amaro, e porta anche le inconfondibili calze nere delle mondine. Tersilio spiega tutto, anzi legge, ansimando, e più spesso che può urla: «Vintage, vintage». Compare una modella con un pigiama palazzo, tanto evanescente da farla risultare nuda a ogni giro su se stessa, che compie su caden­zato invito di Tersilio: «…dai, su, Debora, forza, a trecento­sessanta gradi, così…»


Frutto del vintage è anche una cappa di raso che certo doveva accompagnarsi a qualche altro indumento, mentre ora è sola ed è proprio trasparente, come dice subito Tersílio.


 Il bagno «Kansas Beach» è una martellante sinfonia di glutei, seni, cosce. I sorrisi delle ragazze producono una spe­cie di attrazione interrotta: estremamente allusivi nel tratto di spiaggia assegnato al «défilé», si raggelano subito, si mascherano, appena ne escono per tornare da Ursula che le attende a braccia aperte.


Quando Lelio esce dal «Kansas Beach», è preso da mol­te e controverse impressioni. Certo è colpito dalla sensualità, così dichiarata, delle ragazze. Però non può evitare di sen­tirsi defraudato, ingannato: la speciale versione del giorno festivo color ocra e grigio, quel suo intatto orizzonte emoti­vo, la miscela di ricordi e di rinnovate presenze… non c’è più nulla. Aveva un suo vintage di giardini, oratori, rimem­branze pittoriche, ora un altro vintage ha trionfato.


Lettura di Fulvio Redeghieri

Brano corrente

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