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27 Novembre 2007 | Racconti d'autore

N°84-RACCONTI D’AUTORE

Ferrara e Milano. Tratto da “Camminare il mondo” (Garzanti, 1997) di Piero Camporesi.


Come si viveva nella Ferrara del Rinascimento, ai tempi del grande duca Alfonso II d’Este, sotto il cui regno la corte raggiunse il massimo di sfarzo e magnificenza, ospitando artisti e poeti come Torquato Tasso? A sfatare l’immagine idilliaca ci ha pensato lo scrittore e docente Piero Camporesi (Forlì 1926-Bologna 1997), instancabile studioso della cultura materiale. Nella lettura che vi proponiamo, tratta da “Camminare il mondo” (Garzanti, 1997), Camporesi traccia il ritratto di un personaggio fantasioso e versatile, il medico e alchimista bolognese Leonardo Fioravanti, sullo sfondo della cultura e della politica rinascimentali. Fioravanti ha l’impudenza di scrivere all’illustrissimo duca all’indomani del terremoto che ha devastato Ferrara nel 1570, denunciando le dure condizioni del popolo, mentre amministratori e funzionari corrotti facevano il bello e cattivo tempo… 







Nella notte fra il 16 e il 17 novembre del 1570 un terribile terre­moto devastò la più splendida città del Rinascimento italiano. Nel pomeriggio, un crescendo inarrestabile di scosse completò lo scem­pio «smisuratissimo». Gli scuotimenti e i sussulti della terra si susse­guirono per settimane e mesi. Chiese, conventi, case, gli «splendidi palagi» ariostei, le «più belle fabbriche di Ferrara» furono rovinate e atterrate. Lo stesso castello ducale subì gravi danni. Il 20 novembre l’ambasciatore fiorentino Bernardo Canigiani inviava al segretario di Stato Concini una drammatica relazione: «noi siamo tutti come zin­gani in campagna e tanto impauriti e sbigottiti e storditi che non possiamo per il tremito pur muoverci di luogo senza cadere, né vi posso quasi scriver per il tremito se ben non ho freddo…», terminan­do la carta con un funereo «Di Val di Po dov’era Ferrara».’


Il 25 di quello stesso mese, a pochi giorni dalla catastrofe, partiva da Venezia per il duca Alfonso ii un dispaccio tanto riservato da essere consegnato «in mane propria» (così ancor si legge all’esterno del foglio): una lettera confidenziale da tenere accuratamente nasco­sta, come si celano i rapporti degli agenti segreti e degli informatori. Autore ne era Fioravanti. Non è chiaro quali relazioni intercorresse­ro fra lui e il «ducca di Ferrara s.[ignor] mio, unico», al quale il medico bolognese aveva offerto nel 1568 la quarta edizione De’ capricci medicinali in precedenza dedicati a Cosimo i di Toscana (1561) e in seguito (1564-1565) a Francesco Maria della Rovere «principe» d’Urbino2 (in entrambe le stampe questa dedica si accompagna a una lettera indirizzata al «Signor Alfonso Ulloa hispano»).


Non è improbabile che, come era suo disinvolto costume, Fioravanti, solito a mutare vertiginosamente i destinatari delle sue opere, sempre all’inseguimento della mutevole capricciosa fortuna, dedicasse anche questa volta il suo libro ristampato a un potente signore col quale mai aveva intrattenuto alcun rapporto. Come che sia, la lettera a stampa indirizzata ad Alfonso svolgeva il solito tema delle «quattro cose» indispensabili all’ottimo principe, una ripresa, variata e modificata, di quella inviata a Cosimo i e di quelle successi­vamente offerte a Francesco Maria della Rovere, nelle quali le «cose» fondamentali si fermavano al numero tre.


Il dispaccio manoscritto, invece, sorprende per l’audacia, la presunzione, la franchezza al limite della brutalità, con cui si rivolge al signore estense dopo le prime righe nelle quali gli esprime ,sconcerto e dolore per la sciagura: «quanto sia stato il dolore et cordoglio che ò  sentito et sento, della ruina, della nobilissima sua cita di Ferrara; et del disturbo della sua persona, jddio ne è testimonio…». Il messaggio arrivato da Venezia4 proietta un’ombra cupa sui costumi dei suoi sudditi «per natura inclinati al piacere» (secondo la Relazione dello Stato di Ferrara stesa nel 1589 dal residente toscano Orazio Della Rena5), sulla pessima amministrazione e sulla corte stessa, piena di cortigiani adulatori, di consiglieri infidi, di funzionari corrotti odiati dal popolo. Era un rapporto in nero che avrebbe dovuto aprire gli occhi del principe sulle gravi condizioni di corruttela civile e morale e sull’iniquo apparato amministrativo:


suplico v.s. jll.ma a perdonarmi se io li faccio sapere quello che di lui si dice in queste parti [a Venezia]… Si dice adonca che vostra s. ill.ma si è lasciato sobornare da maligni per il che a comportato che nella mag[nifi]ca sua cita sieno messi molti gravami, a danno de poveri popoli et oltra di cio, che Ferrara era diventata una sodoma e gomora di publica sodomia, et che in essa burlando, tutti disprezavano dio con la biastema et parole nefande..; et di questo tutta la colpa viene, atribuita a v.s. ill.ma come, à principe et patrone che al tutto doveria rimediare, col brazo della sua giustizia…


Per quanto riguarda la rapacità fiscale di esattori e gabellieri, la «soffiata» di Fioravanti era del tutto inutile dal momento che i fun­zionari operavano in perfetto accordo col duca e padrone che, se anche non li incoraggiava, li lasciava fare rispondendo a chi gli face­va notare gl’intollerabili soprusi con un cinico «purché non tocchino del mio». La coraggiosa e forse insolente denuncia (per l’insensibile signore sempre vestito di nero, durissimo con chi si permetteva di scalfire i suoi atavici diritti, anche se si fosse trattato soltanto di taglio di rami verdi, di siepi, d’arbusti selvatici) doveva soltanto infa­stidire colui che era perfettamente al corrente dei «gravami» insop­portabili che il suo esattore generale Cristoforo Fabretti detto lo Sfregiato, «il più crudo e il più rapace dei pubblicani che fosse mai», e gli altri del suo ufficio avevano imposto. A Venezia, come altrove, se ne parlava pubblicamente. L’ambasciatore Emiliano Manolesso, in uno dei suoi rapporti alla Signoria della Serenissima, segnalava che «rende gran’utile a S.E. la proibizione che nessuno possa vendere né sapone, né farina, né pane se non gli agenti di Cristoforo da Fiume suo gabelliere… il quale non sodisfa però al popolo, vendendo la roba cattiva quanto alla qualità e molto cara al prezzo; e procede con tanto rigore, che a niuno è lecito prestare un pane, ovvero una sco­della di farina ad amico o parente eziandio».


Queste erano le delizie estensi riservate alla gente comune, le incredibili rapine della nobilissima città negli anni in cui nascevano l’Aminta, la Gerusalemme, Il Pastor fido. La nobiltà e la corte, abita­tori dell’incantato castello, il «felice albergo» da cui «uscian fuor voci canore e dolci / e di cigni e di ninfe e di sirene» e insieme «suoni soavi e chiari») vivevano in una soave ipnosi musicale inter­rotta da balli, cacce, banchetti, feste, commedie, intermezzi, cavalca­te, mentre tutto consumavano e tutto sprecavano per alimentare una illusoria magnificenza e soddisfare un lusso sterile che rendevano straccioni e miserabili i sudditi famelici. Tanto che perfino le epide­mie venivano guardate con una certa benevolenza perché, come si esprimeva Antonio Frizzi nelle Memorie per la storia di Ferrara, face­vano «scemar di molto il numero degli affamati».? Sebbene la cam­pagna ferrarese producesse due terzi di granaglie eccedenti il consu­mo (anche durante le carestie il grano non mancava), la popolazione del ducato doveva continuamente stringere la cinghia e torcersi nei morsi della fame. Non è un caso che proprio a Ferrara nel 1591 il canonico Giovan Battista Segni desse alle stampe il suo Discorso sopra la carestia, e fame. Se qualcuno, spinto dal bisogno, cercava di prendere qualche pesce e di intrappolare un volatile, perfino se domandava in prestito ai vicini un filone di pane, andava incontro a punizioni severissime. Una mattina del 1577 si videro in piazza pen­zolare sei impiccati ciascuno con un fagiano legato ai piedi: avevano osato andare a caccia nelle riserve ducali. Non si poteva raccogliere legna secca e nemmeno le ghiande, triste succedaneo del pane di cereali. Vietato perfino raccogliere conchiglie. Tutto era patrimonio privato del «magnanimo» Alfonso o dei suoi aristocratici gentiluo­mini.


Aitante, «uomo d’aspetto magnanimo e robusto» (T Tasso), speri­colato guidatore di carrozze, sempre esercitato in «quegli esercizi che rendono il corpo agile et forte, come il correre, saltare, ballare, schermire, giuocare alla palla, al pallon grosso, alle palle a maglio, a nuotare»,8 invincibile nei tornei, era sembrato ai francesi quando, giovanissimo, ai tempi di Enrico il era scappato in Francia, uno dei più spericolati ed erculei principi d’Italia. Amante delle parate mili­tari, se non delle battaglie, aveva portato a Carlo v e poi all’impera­tore Massimiliano le sue eleganti e bellissime truppe, «gente super­bamente guernita d’arme, di cavalli e d’addobbamenti… la più fiori­ta, né più atta alla guerra, né meglio in ordine».9 Avido accumulato­re, collezionista di bronzi e marmi, di medaglie, di libri, di mano­scritti, di dipinti, maniaco della musica; caritatevole soprattutto a parole, religioso e pio nella forma fino al punto d’assistere ogni gior­no alla messa, simulatore, crudele, era curioso di «philosophia natu­rale prattica»,10 ed esperto di «mechaniche scienze». «Prencipe ingenioso, a molte professioni dignissime per sua natura inclinato»,” si dilettava all’arte del tornio. Nelle officine ducali delle maioliche Camillo d’Urbino aveva trovato il segreto d’una nuova porcellana, mentre Don Alfonso, suo zio, «invaghito dell’arte del cortellaro»,12 passava nel suo laboratorio lunghe ore. Una tradizione di famiglia che risaliva almeno ai tempi del nonno Alfonso i «che si occupava spesso entro segreta bottega domestica in lavorare al torno, alla ruota figulinaria, alla fonderia dei metalli, alle manifatture d’acciaio e ad altre simili meccaniche fatiche» (A. Frizzi). Le artiglierie uscite dal suo arsenale erano le più belle, le più efficaci, le più micidiali del­l’epoca e in più aveva inventato un congegno per fabbricare indu­strialmente polvere da sparo, producendo su larga scala polvere per quei «fuochi artificiati» di cui anche Fioravanti si considerava un esperto. Travestito e in incognito aveva viaggiato anche fuori d’Italia per imparare tecniche nuove e segreti sconosciuti. «Inzignarii», inventori, «secretisti», maestri delle arti meccaniche trovavano in lui un vigile, competente osservatore che s’intratteneva e viveva con loro in un rapporto d’affabile cameratismo. «Trattava di continuo gli artefici con molta familiarità, fino a tenerli seco a mensa e a usar con essi i più liberali e scherzevoli modi».


Come era tradizione di Casa d’Este, anche Alfonso II nutriva una particolare benevolenza e simpatia per i «cerretani», gli erboristi, i distillatori. «Ha gusto grandissimo», riferiva in una relazione del 1565 Alvise Contariní, «di cose di lambicco, con le quali fa non solo cimento di metalli, ma eziandio di erbe e di ogli per molte infermita­di appropriate».13 Passioni e interessi condivisi da altre illustri casa­te, specialmente da quella dei Medici (considerati dalla spocchia feu­dale di Alfonso degli avidi mercanti).


Fioravanti non per nulla aveva dedicato la sua massima opera distillatoria, i Capricci, prima a Cosimo i, poi a Francesco Maria della Rovere e infine ad Alfonso II. Certo, delle cose segrete di Ferrara, Fioravanti sapeva molto perché era in stretta relazione d’affari con un intraprendente barbiere ferrarese, Piero Albanese, la cui bottega (come quelle dei suoi colleghi) era un importante centro d’ascolto e di raccolta d’informazioni, anche molto delicate.


Lettura di Fulvio Redeghieri

Brano corrente

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