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3 Dicembre 2007 | Paesaggio dell'anima

N°85 -IL PAESAGGIO DELL’ANIMA

Un viaggio in regione attraverso la musica. Puntata 85.


Musica. Bevano Est: L’amant de St. Jean


 Cari amici, questa canzone popolare dei romagnoli Bevano Est ci riporta alle nostre terre, al nostro Appennino, punto di partenza del “Viaggio in un paesaggio terrestre” che stiamo compiendo con gli autori dell’omonimo libro pubblicato da Diabasis, ossia lo scrittore Giorgio Messori e il fotografo Vittore Fossati. Entriamo anche noi nei bar di queste piccole frazioni di montagna, osserviamo gli avventori giocare a carte, il vecchio barista che dà fondo ai suoi ricordi di guerra, e poi da quel tempo profondo risale all’oggi con gesti lenti. In questa periferia del mondo, sono lente le abitudini, le camminate, le idee. Mondo abbandonato, quello dei villaggi di montagna, dove resiste la memoria di un tempo lungo, che ha bisogno di dilatarsi nello spazio, di attingere al passato, di non precipitarsi subito dentro il futuro. Il tempo lungo dei luoghi marginali si contrappone al tempo breve delle città, dove si “fa” la storia del mondo. Nei villaggi, invece, le news non premono, non si accavallano in continuazione, e la gente non è ossessionata da scadenze immediate. Per avere il tempo di pensare, per non avere solo orizzonti brevi – dice Messori –  basta andare in un posto dove ci sono rovine, cose abbandonate. Oppure stare sotto la pioggia, prendere un acquazzone, camminare nel vento… Ricordate Blowin’ in the wind di Bob Dylan?


Musica. Bob Dylan: Blowin’ in the wind


“Quanti anni può esistere una montagna / prima di essere lavata dal mare? / Quanti anni possono esistere i popoli prima di essere liberi? / La risposta, amico mio, soffia nel vento…”. E’ il vento che dà le risposte, canta Dylan. Cari amici, le canzoni abbondano di metafore naturali, ma noi abbiamo perso l’abitudine di vivere all’aria aperta. Di avere i capelli bagnati o spettinati, la salsedine in faccia, il vento di mare che sferza i pensieri, le spalle bruciate dal sole. Sentite cosa scrive Messori: “Stare nel tempo atmosferico, nella pioggia che cade e nel vento che soffia, è sempre un modo per sfiorare anche la memoria di un tempo più lungo, che forse era patrimonio culturale di contadini e marinai, e che è il tempo del tempo che passa e che può abitare solo la natura”.  L’inquinamento culturale, dice Messori, è quasi più grave dell’inquinamento atmosferico, perché indebolisce i pensieri lunghi, che sono gli “autentici guardiani della terra”.  Non bisogna fare la guerra al tempo che passa. Non bisogna mettere in pericolo il tempo che passa. Il tempo “deve” passare. Il tempo è come le frane: sono loro a dirci che il paesaggio che abitiamo è terrestre – che il paesaggio può crollare, fratturarsi. Così, le rughe sono le frane del volto, e ci dicono che il volto è terrestre, cioè vivente e mortale. Questa malinconica ballata di The Divine Comedy racconta l’incontro di un ragazzo con una donna di una certa età. Cosa accomuna due sensibilità così apparentemente diverse? E’ forse l’umanità dei volti, la “terrestrità” dei corpi?


Musica. The Divine Comedy: The lady of a certain age


Le rughe: volto che frana. Le fratture: corpo che si spezza. Ma il corpo anche si indurisce, diventa minerale. Si infanga, si brucia come il legno. E il legno, il fango, i sassi, sono altri segni di un paesaggio “terrestre”, che è l’equivalente di un corpo “umano”, cioè non bionico. Il corpo contemporaneo è un misto di biologia e tecnologia; è un corpo ormai post-umano, sempre più manipolato e programmato, al confine tra l’organico e l’inorganico grazie ai trapianti, alle manipolazioni genetiche, alla clonazione. Ma forse, il disorientamento della società di massa sta predisponendo il corpo ad accogliere, di nuovo, la sua forma più intima e segreta: quella, per esempio, che era stata scandalosamente mostrata da Gustave Courbet nel famosissimo quadro del 1866 intitolato “L’origine del mondo” e che raffigura in primo piano un sesso femminile. In quel quadro dove neanche appare il volto della donna, ridotta all’esposizione brutale del suo sesso, si può vedere, afferma Messori, che il pube è raffigurato nella stessa posizione dell’acqua che sgorga dalla sorgente della Loue, il fiume che attraversa la vallata in cui si trova il paese natale di Courbet. E’ proprio nella vallata dipinta innumerevoli volte da Courbet che lo scrittore Messori e il fotografo Fossati sono venuti per ritrovare un altro dei loro paesaggi “terrestri”. Uno di quei paesaggi dove si sente l’emozione della terra, come in questa descrizione invernale di Fabrizio De Andrè, che a noi ricorda la pianura padana.


 Musica. Fabrizio De Andrè: Inverno


Siamo dunque in Francia, nella piovosa vallata della Loue, per scoprire il paesaggio amato e riprodotto da Courbet: un pittore “terrestre”, direbbe Messori, perché la sua tavolozza era sempre umida di terra, fangosa, prediligeva le tonalità del verde e del marrone. L’occhio di Courbet si posava sulle pietre, sui muschi, sulle sorgenti che escono dalle rocce, e anche quando il soggetto era un sesso femminile, lo trattava come fosse “natura”: la sorgente del suo fiume, la Loue, poteva certo evocare il ventre di una donna, cioè l’origine stessa della vita umana. Nei quadri di Courbet c’è uno splendore scuro che affascina. In quelli della casa natale di Ornans, Messori vede la capacità del pittore di scrutare nel buio, di leggere le ombre, ad esempio quando dipinge un bosco. Il bosco fitto lascia intravedere rare porzioni di cielo. E’ come se il cielo sprofondasse, dice Messori, “in un ordine naturale che non ha più niente di cosmico: è solo terra, e l’acqua che la nutre”. Terra, acqua, pioggia, vento nei capelli, luce e buio. Tutto questo mentre dallo stereo della macchina il grande Bob Dylan, amato da Luigi Ghirri e dagli altri due reggiani in viaggio lungo la Loue, canta “Not dark yet”:Le ombre stanno scendendo / e sono stato qui tutto il giorno, / è troppo caldo per dormire e il tempo corre via, / mi sembra che la mia anima sia diventata d’acciaio,/ ho ancora le cicatrici che il sole non ha sanato,/ e non è ancora buio, ma si sta facendo…”


Musica. Bob Dylan: Not dark yet


A cura di Claudio Bacilieri, lettura di Fulvio Redeghieri.

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