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10 Dicembre 2007 | Racconti d'autore

N°87-RACCONTI D’AUTORE

Licia Giaquinto “Cuori di nebbia”, Dario Flaccovio Editore, 2007.


E’ un giallo d’ambientazione emiliana, l’ultimo lavoro di Licia Giaquinto, campana residente a Bologna. Un’opera dark, per palati forti, che rovista nei vuoti a perdere quali ormai sono diventate, secondo l’autrice, le esistenze nella nebbiosa Padania. Si comincia con la scena del delitto: due poveri corpi abbandonati in mezzo ai campi, vicino a un fosso. E si termina quando, andando a ritroso, vengono svelate le ragioni di quelle morti. I protagonisti confessano le loro colpe in una sorta di autodafè quasi assolutorio, come se fosse il benessere stesso, l’opulenza di questa regione, a portare inevitabilmente con sé il marcio e l’oscuro della vita.





Il giorno avanza a fatica nei suoi abiti sbrindellati di nuvole e nuvolaglie.


I piedi rivolti in avanti, la testa all’indietro, verso la notte, e se non fosse per un cane che gli morde i polpacci forse resterebbe lì immobile, indecise tra il buio e la luce.


In mano ha una lucerna pallida e opaca che in altri tempi era un sole, e che non scalda nulla, ma basta appena ad illuminare la scena.


LA SCENA


Una distesa di campi piatti e sterili, glassati dalla galaverna, e tagliati dalla ferita grande della strada, con la slabbratura degli argini, e dai tanti graffi dei viottoli. Qua e là, simili a malinconiche e anemiche dafne, pioppi in piccoli gruppi e, in file sparse, i profili tozzi degli olmi, ingobbiti dal rancore di essere stati sostituiti, nell’atavico ruolo di mariti della vite, da pali di cemento, che svettano, palestrati alieni, verso il coperchio del cielo.


 Qualche casolare, fosse ricolme di letame, e bidoni di plastica azzurra affiorano, come pustole, sulla crosta gelata. La scena è perfettamente in sintonia con il luogo e la stagione, se non fosse per quei due corpi, abbandonati come spaventapasseri inutili tra un argine e un solco, a distan­za di poche decine di metri l’uno dall’altro.


Francesco 8


Toccavo le vertebre della ragazza spuntata dalla notte, una a una, e piangevo e la chiamavo Silvia, finché lei si è girata di scatto inviperita e impaurita.


Ma sei matto? mi ha urlato. Cos’hai da piangere e da chiamarmi Silvia? Portami subito via da qui. Ma io non capivo più niente, e continuavo a scostarle i capelli dal collo e a toccarle la schiena, e a baciarle quegli stecchini delle braccia che, ho visto sotto la luce, erano piene di buchi.


Lei cercava di girarsi verso di me: sei matto sei matto, continuava a ripetere, portami via da qui. Ma io la costringevo a darmi le spalle, non volevo che il suo viso mi distogliesse dal sogno che mi sforzavo disperatamente di vivere, nonostante le sue urla, la sua voce stridula. E quando a furia di accarezzarla mi sono eccitato, e ho cercato di farci l’amore, lei ha finalmente girato la testa di scatto e mi ha urlato.


Ti porterò all’inferno con me.


Quale inferno? le ho chiesto, ormai completamente sveglio. No, lì in macchina accanto a me non c’era più Silvia, ma una tossica, malata e a due passi da quell’abisso dove voleva trascinare anche me.


Non per paura dell’aids, ma solo perché il sogno era svanito l’ho lasciata andare e mi sono abbandonato sul sedile.


Poi l’ho sentita tremare e piangere e allora, non so per­ché, forse per farmi perdonare, forse per dirle guarda che non volevo farti niente, o forse per smascherare definiti­vamente la sua menzognera somiglianza con Silvia, le ho offerto un cioccolatino.


Lei è scoppiata in una risata liberatoria.


Ehi non ci avrai mica messo della droga? ha detto scartocciando il cioccolatino in modo frenetico, e facendolo scomparire in bocca.


Nel silenzio di quella pianura il rumore della sua lingua che si incollava e scollava dal palato per impastare quel pezzo di cioccolato che sembrava non finire mai, e che lei si sforzava di mandar giù, ma che come un macigno le restava incastrato in gola e le ritornava in bocca per esse­re ancora impastato, ha fatto esplodere all’unisono tutti i rumori che mi avevano tormentato durante i pasti di mia madre, nella mia casa di Napoli.


No: non volevo ucciderla. Volevo solo mettere fine al tor­mento di quella masticazione assordante. Così mi sono scagliato contro di lei, e ho afferrato quel suo collo fragile che poggiava su spallucce ossute, e ho cominciato a


stringere come a voler creare una strozzatura che le impe­disse di muovere la lingua e di inghiottire. Era fragile, quella ragazza, ma aveva unghie lunghe e affi­late dalla paura della morte.


Con quei suoi artigli mi ha colpito a un occhio, costrin­gendomi ad allentare la presa per il dolore. È stato allo­ra, mentre ero stordito che è scappata.


Quando me ne sono accorto sono sceso per cercarla, ma un uomo, che correva verso di me urlando, Natascia Natascia, mi ha costretto a risalire di corsa in macchina. Ho messo in moto e gli sono andato addosso. Per tutto il viaggio di ritorno fino a Napoli ho sentito un solo rumore: quello di una bocca che continuava a masti­care.


PATRIZIA 3


Era bello, elegante, gentile. E aveva negli occhi il fascino della dannazione. Mi lasciai toccare, gli permisi di soffermarsi su ogni osso che spuntava dalla pelle fragile del mio corpo senza carne, sembrava un cieco che voglia conoscere alla perfezione, col tatto, uno scheletro.


Lo lasciai piangere, lo sentivo che mi chiamava Silvia e capii che stava cercando di evocare un fantasma, ma quando all’improvviso si avventò su di me per possedermi da dietro, ebbi paura. Allora mi girai di scatto e lo graffiai sul viso.


Io che non avevo mai avuto paura, perché conoscevo la morte e me la portavo dentro come compagna di viaggio, fui presa dal terrore e cominciai a tremare. Portami via gli urlai, portami via.


Allora sembrò calmarsi, ed ecco il segno della pace, un innocuo cioccolatino, che io scartocciai e misi in bocca.


Masticavo lentamente aspettando che si decidesse a mettere in moto e a tornare sulla strada, ma mi accorsi che si agitava sul sedile, che diventava nervoso, toccava il cruscotto, la chiave, si slacciava la cravatta, finché esplose in un urlo che non aveva niente di umano, e mi si buttò addosso picchiandomi con una violenza che non avevo mai conosciuto.


Sputalo, urlava, sputa!


Quando sentii le sue mani chiudersi a cappio attorno al mio collo, capii che l’amica morte, la sorella morte che io avevo sempre pensato di voler conoscere, era lì a un soffio da me. E fui sicura di non volerla più abbracciare. Perciò, appena l’uomo allentò all’improvviso la morsa e si lasciò cadere a peso morto sul sedile, aprii la portiera e mi lasciai scivolare giù dall’auto.


Strusciando come un verme, ferendomi tutta sugli spun­toni gelati del terreno, cercai di fuggire il più lontano possibile. Ma all’improvviso sentii un avvallamento sotto di me, e caddi in una fossa.


La lingua mi diventò pesante come una pietra e, come un pesce che cerca di respirare fuori dall’acqua aprivo e chiu­devo la bocca per gridare ma non usciva nessun suono. Sentivo il sapore del sangue giù nella gola, e male dappertutto e freddo fin dentro al midollo, e una gran puzza di letame.


Allora pregai in silenzio l’angelo custode, come facevo da bambina, di far venire presto la luce del giorno o di accendere un lume, affinché qualcuno accorresse a salvarmi.


Gli chiesi di coprirmi, intanto, con la sua ala benefica e calda, affinché l’altro angelo, quello della morte di cui ero stata fedele devota, non mi vedesse, e non mi portasse più con sé.


Poi ho avvertito un fruscio possente, e ho capito che invece l’angelo nero stava calando su di me. Allora per non vederlo ho chiuso gli occhi.


Ma l’ho sentito mentre mi risucchiava l’anima, e diceva amen.


Lettura di Fulvio Redeghieri.

Brano corrente

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