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17 Dicembre 2007 | Paesaggio dell'anima

N°88-IL PAESAGGIO DELL’ANIMA

Un viaggio in regione attraverso la musica. Puntata 88.


Musica. Cisco: La lunga notte


Cari amici, “veniamo da una notte buia” canta Cisco, storica voce dei Modena City Ramblers, qui al suo primo album da solista. “Viviamo in una notte buia”, ma chiediamo pace e luce “para todos”: per tutti. Anche per quelle anime perse nei campi gelati lungo la via Emilia, che hanno smarrito il confine tra il bene e il male, così come nella nebbia svaniscono i contorni di alberi, strade e casolari. Il lato oscuro della nostra terra, dove l’opulenza nasconde le radici del malessere, è stato indagato da tanti scrittori, giallisti, registi, conoscitori di questo dannato “noir” che preme sulla gioviale Emilia. La quale, rossa di mattoni e di ricordi, può diventare spettrale d’inverno come nella descrizione che ne fa Licia Giaquinto in “Cuori di nebbia” e che vi leggiamo dopo questo brano dei Giardini di Mirò, premiati come miglior gruppo indipendente al MEI 2007. Un pezzo, questo della band di Reggio Emilia, che tra assoli di violino e impennate rumoriste racconta la nostra quotidiana “Pearl Harbour”.


Musica. Giardini di Mirò: Pearl Harbour (da Rise and fall of academic drifting)


Questa dunque è la scena della Padania invernale. “Una distesa di campi piatti e sterili, glassati dalla galaverna, e tagliati dalla ferita grande della strada, con la slabbratura degli argini, e dai tanti graffi dei viottoli. Qua e là, simili a malinconiche e anemiche dafne, pioppi in piccoli gruppi e, in file sparse, i profili tozzi degli olmi, ingobbiti dal rancore di essere stati sostituiti, nell’atavico ruolo di mariti della vite, da pali di cemento, che svettano, palestrati alieni, verso il coperchio del cielo. Qualche casolare, fosse ricolme di letame, e bidoni di plastica azzurra affiorano, come pustole, sulla crosta gelata”.


Se questa è la scena, è facile immaginare un oltre scena, un dietro le quinte dove si può osare oltre il consentito. I prati bianchi dell’Emilia irrigidita nella brina, la fumana che sale dalla terra, richiamano il bianco accecante di qualcosa che forse non è mai esistito; evocano l’assoluto, la Balena Bianca, metafora di “tutto ciò che sta fuori delle regole”. Moby Dick “è la soglia oltre la quale sei destabilizzato, perché hai cercato oltre i confini consentiti” – ha dichiarato l’attore teatrale Giorgio Albertazzi, che all’Arena del Sole di Bologna ha recentemente interpretato il capolavoro di Melville, per la regia di Antonio Latella. Coi suoi capelli bianchi, alla guida del Pequod, Albertazzi/Achab  insegue la balena nei meandri della psiche, nei labirinti della condizione umana.


Musica. Roberto Bonati: Achab (da “A Silvery Silence”)


“Achab” si chiama il pezzo che stiamo ascoltando ed è parte del bellissimo “A Silvery Silence” di  Roberto Bonati, contrabbassista, compositore e direttore d’orchestra parmigiano che ha usato l’errabonda avventura del jazz per penetrare il mistero della Balena Bianca. Registrato con ParmaFrontiere Orchestra, “A Silvery Silence” è imperniato sul groviglio di leggende e profezie che rendono immortale il testo di Melville.  Dal viaggio teatrale di Albertazzi siamo così passati al viaggio sonoro di Bonati, il quale è anche direttore del festival Parma Jazz Frontiere, la cui dodicesima edizione si è appena conclusa con un cartellone di alto livello. Moby Dick è la parola che si fa musica, ma nel farsi tale si slabbra, sragiona, stravede, si fa profetica, e ci trascina in una folle corsa verso l’ignoto, come l’ineffabile balena, arpionata, trascina nell’abisso la baleniera e il suo comandante Achab. “Un vecchio grigio ed empio, / Inseguiva maledicendo attorno alla terra una balena di Giobbe, / Alla testa di una ciurma fatta soprattutto di bastardi rinnegati, di reprobi e di cannibali. / Sembrava un uomo strappato al rogo”.


Ambigua come la natura, e dunque splendida e malvagia, la Balena Bianca è la chimera che inseguiamo nei mari del sud, sembra dirci il Banco del Mutuo Soccorso in questa che è forse la sua canzone più bella. “Grande Moby Dick / segui le stelle che sai / non fidarti della croce del sud / la caccia non finisce mai …”.


Musica. Banco del Mutuo Soccorso: Moby Dick


Ma se il vecchio Achab dalla gamba d’osso infilata nel ponte della nave, non sopravvive alla sua ostinazione, al suo sguardo fisso in direzione della fatale balena, c’è un altro vecchio, a Bologna, che sogna alla grande. A 86 anni il romagnolo Antonio Nediani scrive un dramma storico su Irnerio, il celebre giurista e glossatore del XII secolo che è all’origine dell’Università di Bologna, la più antica d’Europa. Due anni di ricerche, e ora il giovanotto classe 1921 presenta il suo lavoro ai teatri, perché venga messo in scena. Intanto, l’Università gli ha pubblicato il testo. Ospite della casa di riposo per artisti drammatici di Bologna, Nediani negli anni giovanili ha frequentato il centro sperimentale di cinematografia a Roma, poi è stato mandato a combattere in Russia con i bersaglieri, e nel dopoguerra ha recitato al cinema e in teatro. Ora che è andata tanto avanti, la sua vita si volta indietro: e vede Irnerio chinato sui libri a glossare le antiche leggi, vede i tempi di Matilde di Canossa e dell’imperatore Enrico V, vede i bolognesi, artigiani, muratori, carpentieri, che dal fango cominciano a tirar su le torri ancora oggi visibili. Sogna, Antonio. E anche noi lasciamo vagare la nostra mente, nei territori inesplorati del vibrafono e della marimba che disegnano il paesaggio sonoro degli Aisha Duo.


Arrivederci alla prossima puntata.


Musica. Aisha Duo: Despertar


A cura di Claudio Bacilieri, lettura di Fulvio Redeghieri

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