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14 Gennaio 2008 | Paesaggio dell'anima

N°91-IL PAESAGGIO DELL’ANIMA

Un viaggio in regione attraverso la musica. Puntata 91.


Musica. Bill Wells & V.A.: The dust of months.

Cari amici, eccoci già nel nuovo anno, dopo la pausa delle festività. Il mondo, secondo l’antica concezione ciclica, si è fermato per una decina di giorni, ha celebrato i suoi riti legati al solstizio d’inverno, si è affidato ai buoni propositi – la pace, la giustizia, la serenità – e poi ha ripreso il corso di prima, la solita strada. La polvere dei mesi si deposita sulle nostre giacche e sporca le nostre mani.


Noi siamo qui, in una delle più belle piazze di Bologna, San Domenico, pavimentata in ciottoli di fiume come si usava nel medioevo e come si presenta anche la non lontana piazza Santo Stefano. Siamo qui con un pensier il passaggio del tempo è visibile. Ora è iniziato un altro anno, il 2008. Qui, in questo luogo, quasi 800 anni fa, nel 1219, si stabilì San Domenico, fondatore dell’ordine dei domenicani. Arrivato a Bologna coi suoi frati predicatori in tonaca bianca e mantello nero, San Domenico è sepolto nella basilica che dà sulla piazza, eretta a partire dal 1228. Se ci guardiamo intorno, vediamo altri segni del passaggio del tempo. Ma prima ci ascoltiamo una vecchia canzone di Luigi Tenco nella versione di Bobo Rondelli e Stefano Bollani:  “Un giorno dopo l’altro la vita se ne va / domani sarà un giorno uguale a ieri”…

Musica. Bobo Rondelli e Stefano Bollani: Un giorno dopo l’altro (cover di Luigi Tenco).  


Dicevamo del passaggio del tempo. Un anno dopo l’altro. Gli anni si sono messi in fila, così che le tombe a baldacchino dei glossatori Egidio Foscherari e Rolandino de’ Passeggeri sono ancora lì sulla piazza, e il ricordo di questi due studiosi del diritto medievali, morti nel 1289 e nel 1305, è arrivato sino a noi, che il diritto lo studiamo facendo ricerche in internet o andando all’università in motorino. Allo stesso modo, un lontano ricordo della peste ce lo lascia la colonna di Guido Reni innalzata sulla parte posteriore della piazza nel 1632. Lo stesso artista si fa ammirare all’interno della chiesa per un dipinto capolavoro, che sta accanto ad altre opere notevoli, quali l’Arca di San Domenico scolpita da Nicolò Pisano nel 1267 e arricchita da due statue di un giovane Michelangelo, il meraviglioso “Sposalizio di Santa Caterina” di Filippino Lippi del 1501, e ancora diverse tele dei migliori artisti emiliani, da Ludovico Carracci al Guercino.


E c’è ancora l’organo su cui Mozart studiò nel periodo in cui fu a Bologna come allievo di padre Martini.


A proposito di organo, il musicista bolognese che vi proponiamo ora, Matteo Messori, è invece andato in Germania nell’agosto 2004 per suonare alla Thomaskirche di Lipsia, la chiesa dove Bach è stato maestro di cappella per 27 anni. Anche clavicembalista e direttore, Messori è un giovane talento della musica colta. Bach, Schütz, Albrici, Frescobaldi sono i suoi autori: il repertorio barocco, insomma.

Musica: J. S. Bach: Allein Gott in der Höh sei Her BWV 676. All’organo Matteo Messori.  

Guido Reni è stato uno dei massimi pittori del classicismo barocco. E’ sepolto qui, in questa bella basilica dei domenicani, nel cuore della sua Bologna. Era un uomo pieno di contraddizioni, il Raffaello emiliano. Bellissimo da giovane, aveva il vizio del gioc le sue mani, divine quando toccavano i pennelli, si insudiciavano coi mazzi di carte che mescolava nelle taverne, dove dissipava immense fortune. Occhio languido coi muscolosi facchini e ragazzi di bottega, univa la sua quasi certa omosessualità a una devozione purissima, che lo portava a sognare la perfezione del cattolicesimo, mentre lui era irascibile, scontroso. Morirà assediato da volgari creditori, questo pittore sublime che negli ultimi quadri ha annegato il trionfo dei corpi in un “deliquio di violaciocche, di verdi penicillina, di azzurri prosciugati, di rose appassite e resuscitate”, come ha scritto Flavio Caroli.


E così anche il divino Guido riposa qui, dal 1642. Vedete come tutto ci riporta al tempo che passa. Ed è bello, anche, immaginare che davanti a questa piazza Monet avrebbe potuto, soprattutto in autunno, sistemare il suo cavalletto, come aveva fatto con la cattedrale di Rouen. Ne sarebbe uscito un dipinto meraviglioso.


“Piazza, bella piazza” è la canzone del bolognese Claudio Lolli che ci fa spostare di poche centinaia di metri, in un’altra piazza di Bologna, la Piazza Maggiore, cuore e simbolo della città. Lolli ci riporta al clima degli anni ’70, quando tutta la città si riunì a rendere omaggio alle dieci bare allineate sul sagrato di San Petronio, il giorno dei funerali delle vittime dell’attentato al treno Italicus.


Musica. Claudio Lolli: Piazza, bella piazza”.  


La piazza, dunque, come luogo di socializzazione, in cui si discute, circolano idee, nascono amicizie, si concludono affari, s’intrecciano amori, ma anche si celebrano gli eventi luttuosi. Così è la vita, e non altro. Viene in mente quanto ha scritto, cinquant’anni fa, Guido Piovene, quando per conto della Rai intraprese un viaggio da Bolzano alla Sicilia passando naturalmente per Bologna. Questa città che va in piazza, partecipa, si accalora, è di una “rotondità carnosa” che respira bellezza e a volte la nasconde “nelle sue pieghe prosperose”. Ma – diceva Piovene – c’è qualcosa di strano nei bolognesi, qualcosa che nella loro apparente e bonaria lucidità li opprime: come se fossero disposti a un certo punto far saltare il coperchio, preda di un sentimento apocalittico che si esprime “in frasi dette a mezza bocca, ed occultato come dentro una pentola che bolla e bolla a fuoco lento”.


Ecco, è questo sentimento apocalittico che vogliamo indagare, la prossima volta. Intanto, vi lasciamo con l’intensa interpretazione che la cantautrice romagnola Alice ci dà del brano di Giorgio Gaber “Non insegnate ai bambini”: un manifesto dell’innocenza, per tenere lontana l’Apocalisse.


Musica. Alice: Non insegnate ai bambini (cover di Giorgio Gaber)


A cura di Claudio Bacilieri, lettura di Fulvio Redeghieri

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