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22 Gennaio 2008 | Paesaggio dell'anima

N°92-IL PAESAGGIO DELL’ANIMA

Un viaggio in regione attraverso la musica. Puntata 92.


Musica. Alice. Pie Jesu (dal Requiem di Gabriel Faurè). Dal cd: “God is my dj”.

Cari ascoltatori, eccoci di nuovo in viaggio ad inseguire – in questa puntata – una delle ossessioni del pensiero di tutti i tempi: l’apocalisse. Se vi ricordate, la settimana scorsa abbiamo citato lo scrittore Guido Piovene che negli anni Cinquanta aveva notato un che di apocalittico nel carattere dei bolognesi.


E di Bologna un po’, visto che ci ha studiato e vissuto da giovane, era Pier Paolo Pasolini, scrittore apocalittico che nell’omologazione, anche proletaria, ai miti e ai modelli americani del consumo, ha visto la fine della civiltà rurale, del mondo com’era, solare, splendente e carnale. Ora ci governa un modernismo cool, freddo e indifferenziato. Ecco cosa scriveva Pasolini in “Poesie mondane”: “E la fine/ del Mondo è già accaduta: una cosa /muta, calata nel controluce del crepuscolo”.


La grande sera del mondo avrà una luce come quella dipinta dal pittore manierista Pontormo, dice Pasolini: “questa luce friabile e molle, / che dal cielo giallo si fa marrone / impolverato d’oro sul mondo cittadino…”.


E neanche se ne accorgono, gli uomini, che è arrivata l’apocalisse: “Vanno, come senza alcuna colonna sonora,/ automobili e camion, sotto gli archi,/ sull’asfalto, contro il gasometro,/ nell’ora, d’oro, di Hiroshima…”.


Che sia finito il film? Che stiano scorrendo i titoli di coda del nostro mondo?

Musica. Alessandro Stefana: Titoli di coda. 


La grande sera del mondo, come sarà? Il giorno dell’apocalisse tutti guarderanno il cielo, che secondo Pasolini avrà i colori impossibili, friabili, cerebrali dei quadri di Pontormo. Oppure potrebbe colorarsi dei toni argentei delle ultime opere di Guido Reni, o farsi inghiottire dalle pastose cromie sfaldate dalla luce del Tiziano Vecchio, coi suoi cupi rossastri e marroni presagi di morte? O sarà l’oro ad avvolgere l’aria dell’ultimo giorno, a rinchiudere per sempre il nocciolo dell’universo uscito dal big bang? O sarà il diaspro ad esplodere, quella roccia silicea compatta e opaca, di colore rosso, giallo, verde e bruno, che sotto l’espressione “pietra di diaspro” è citata nell’Apocalisse di Giovanni?


“Pietra di Diaspro” era il titolo dell’opera di Alessandro Guarnieri rappresentata l’estate scorsa al Ravenna Festival, che ha colpito il pubblico non solo per la partitura musicale ma anche per l’apparato illuminotecnico digitalizzato che inscenava l’Apocalisse. La scenografia di luce e immagini creata dal ravennate Ezio Antonelli grazie a un mirabile gioco di specchi usava tutte le superfici possibili per una tempesta di video proiezioni ed effetti speciali che esaltavano l’atmosfera da ultimo giorno per virare, dopo le cupezze iniziali, a un bianco luminoso, liberatorio e radioso. Sarà dunque il bianco il colore che assorbirà tutti gli altri, quando saremo ritornati nudi spiriti? 


Musica. Saynkho Namchylak & Djivan Gasparian: Naked Spirits. 


Di apocalissi ne abbiamo già avute tante,  dagli eccidi nel Nuovo Mondo denunciati da Las Casas alla Shoah, e forse ha ragione Giovanni Lindo Ferretti a cantare “l’Apocalisse è quello che c’è già”. L’Apocalisse è forse già alle nostre spalle? No, la vera catastrofe è l’età contemporanea, come è stato detto al convegno su “Apocalisse, modernità e fine del mondo” organizzato nel novembre scorso dal Dipartimento di italianistica dell’Università di Bologna. Come scriveva Italo Calvino ne “Le città invisibili”, se c’è un inferno, “è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni”.


“Sento svanire il suono infinito, / il timbro che unisce le vite / alle cose del mondo: / l’umano ululato strepita / e tutto si fa disarmonico. / Quanto rumore e parole in libertà / Quanto timore di ammutolire in sé / L’umano fracasso contamina / Il fiato dell’universo”. Sono le parole di “Canzone ecologica”, un brano dei Marlene Kuntz che ci mette di fronte alla catastrofe in vista. Ecologica, certo, per i disastri ambientali che abbiamo sotto gli occhi, ma anche catastrofe politica, per l’incapacità di trovare soluzione ai tanti conflitti che attraversano il mondo, per la prospettiva di un avvenire “assente”, di un tempo schiacciato su se stesso che non sembra prevedere un domani. 


Musica. Marlene Kuntz: Canzone ecologica. 


Non c’è bisogno di srotolare il rotolo di pergamena “scritto dentro e fuori” e toglierne i sette sigilli, per far apparire i celebri cavalieri dell’Apocalisse. Al convegno di Bologna uno studioso ha detto che la vita umana, un tempo sacra, oggi è diventata più che mai vulnerabile, e che proprio l’umano è oggi inattuale – fuori moda, si potrebbe dire. Senza quasi che ce ne accorgessimo, l’Apocalisse è cresciuta pian piano dentro di noi, è il dolore più silenzioso, l’orrore più camuffato del nostro tempo, perché ci siamo nati dentro, perché quasi quasi siamo noi. E’ come, in questa splendida interpretazione di Giuni Russo, tornare a casa dal lavoro e vedere le macerie della guerra. E’ come il sole che si alza la mattina su Austerlitz dopo l’immane battaglia che ha lasciato per terra tutti quei morti. Che sole sarà stato, quello che ha illuminato la piana di Austerlitz quella mattina del 3 dicembre 1805?


Musica. Giuni Russo: Il sole di Austerlitz. 


A cura di Claudio Bacilieri, lettura di Fulvio Redeghieri

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