Musica. Kol Simcha: Chassidic Song.
Cari ascoltatori, cominciamo con una canzone tradizionale ebraica o, più propriamente, klezmer, vale a dire la musica nata negli “shtetel”, i villaggi ebraici dell’Europa orientale, ed eseguita nelle strade, nelle taverne e nelle case da piccoli gruppi di musicisti di origine popolare. Data per morta nel 1945 con l’Olocausto, in modo sotterraneo questa musica è riuscita a trovare una fiammella ancora viva, amorevolmente tenuta accesa dai pochi sopravvissuti e poi portata negli Stati Uniti, dove contaminandosi col jazz e il blues ha conosciuto una nuova, splendida fioritura. Ne parliamo perché anche per questa puntata il nostro tema è l’apocalisse. La settimana scorsa, se ricordate, abbiamo immaginato il colore del cielo nell’ultimo giorno del mondo, riprendendo una poesia di Pier Paolo Pasolini che, come sapete, è nato e ha studiato a Bologna, dove fu allievo del grande critico d’arte Roberto Longhi. L’apocalisse è uno di quei temi che hanno sempre affascinato gli artisti, oltre che i poeti e i filosofi. Sarà il colore oro o il colore bianco, quello che vedremo per ultimo e annullerà il cielo, quando giungerà l’ora delle tenebre?
Musica. Zbigniew Preisner: The Beautiful Country
Chissà quanta nostalgia avremo allora del nostro bel paese, delle campagne, dei fiumi, delle città. Le quali all’ultimo sguardo ci sembreranno belle, bellissime, mentre oggi ci appaiono un miscuglio di stupore e orrore, come le città appena viste nei film di animazione giapponesi al Future Film Festival di Bologna, la rassegna del cinema più innovativo. Una confusione pazzesca di stili architettonici attraversati da migliaia di cavi elettrici che si sovrappongono alle insegne al neon per disegnare i contorni di una disperata Disneyland dove niente ha più senso.
Possiamo anche lasciare queste fantasie ai poeti, ma è certo che oggi siamo in una situazione diversa, rispetto agli antichi millenarismi, superstizioni e credenze occulte. La catastrofe ambientale, ad esempio, è tangibile. Andate a vedere il fiume Po, un tempo vissuto da artisti e pescatori come il luogo della libertà, del rifugio e della solitudine. I pittori amavano lo scorrere delle acque, che osservavano posizionando il cavalletto in un punto abbastanza lontano da permettere di scrutare le anse del corso e la vegetazione lungo le rive, sotto le luci delle differenti stagioni. Quanta meravigliosa pittura abbiamo sul Po, e quanto cinema, quanta letteratura. E come fa male vederlo ora trascinarsi stanco verso la foce, lasciare gli argini a Gorino e buttarsi in mare malato, disseccato, sfinito. Consoliamoci con il ritmo country di questa ballata dedicata al Po dal cantautore bolognese Franz Campi. Il fiume, che scorre umanizzato tra fabbriche e fienili, si chiede se domani ci sarà ancora, tra i suoi argini.
Musica. Franz Campi: Il fiume.
L’apocalisse ambientale, dicevamo, è l’ultima nata. Ma in fondo tutto il pensiero contemporaneo, scrive il critico letteario britannico Frank Kermode, è attraversato dal senso incombente di fine del mondo. Pensiamo ad autori come Yeats, che associava l’apocalisse alla guerra, o Paul Celan, poeta ebreo di lingua tedesco che ha conosciuto la deportazione nei lager nazisti. La certezza di vivere correndo verso gli ultimi giorni fa perdere il contatto con la realtà, dice Kermode. Come è accaduto a Yeats, che si è lasciato sopraffare dalle sirene incantatrici dei suoi sogni, e come è successo a Ezra Pound. O a Celan stesso, morto suicida. E comunque, ci sono state altre epoche, come quella delle invasioni barbariche o del Terrore rivoluzionario, in cui “il sentimento della catastrofe si acuisce fino ad immaginare la possibile fine del mondo”.
Tutto è iniziato con i cavalieri dell’Apocalisse di Giovanni. Anzi no, ancora prima il profeta Geremia sentenziava che “sulle rive dell’Eufrate [ … ] la spada farà macello a sazietà e gronderà sangue”, magari prefigurando l’odierno dramma in Iraq. Il fuoco, il fumo e lo zolfo del testo di San Giovanni diventati bombe, gas e armi chimiche nel mondo contemporaneo? Il nostro discorso ci riporta in regione, a Parma, dove nacque Salimbene, un frate che restò deluso da un’apocalisse fallita.
Musica. Burial: Archangel.
Dunque Salimbene, il nostro frate parmense, si aspettava l’apocalisse per il 1260, anno fissato dal suo maestro Gioacchino da Fiore come quello della fine dei tempi spaventando mezzo mondo cristiano. Tale fu la delusione per quell’apocalisse mancata, che Salimbene divenne all’istante un materialista rigoroso, decidendo di non credere più a nulla che non gli fosse confermato dai propri occhi.
E noi, cosa possiamo fare per sfuggire a quella che Cioran chiama la “catastrofe necessaria”? Potremmo salire su un aereo e sorvolare Eilat, come canta Fiorella Mannoia nel brano che chiude la nostra puntata. Eilat è una città dell’estremo sud di Israele, in uno dei luoghi più caldi del pianeta, più vicini al cuore dell’apocalisse. Ma se noi questi luoghi li vedessimo dall’alto – Israele, l’Egitto, il Corno d’Africa – facendo partire a mezzogiorno l’anima, come dice la canzone, ne avremmo un’impressione diversa. La lenta e progressiva decadenza del genere umano nella storia si affievolirebbe nella bellezza dei colori del mare, delle rocce, del deserto. Togliendoci dall’infernale mischia umana con una visione aerea, avremmo la distanza sufficiente e la calma necessaria per riconsiderare la nostra posizione nel mondo. I drammi di follia collettiva, le guerre, gli eccidi, l’inquinamento ci sembrerebbero ancora più assurdi, potendo provare per un attimo l’ebbrezza di vivere da angeli, ad ali spiegate. Come l’arcangelo Gabriele, annunciatore di nascite. Di nuova vita.
Musica. Fiorella Mannoia: Sorvolando Eilat.
A cura di Claudio Bacilieri, lettura di Fulvio Redeghieri