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4 Febbraio 2008 | Paesaggio dell'anima

N°94-IL PAESAGGIO DELL’ANIMA

Un viaggio in regione attraverso la musica. Puntata 94.

Musica. Bevano Est: Patatrac

Cari ascoltatori, ci riportano alla realtà le note felliniane dei Bevano Est, gruppo romagnolo che prende nome dall’area di servizio sull’autostrada tra Cesena Nord e Forlì, dove ogni tanto ci capita di fermarci per un caffè. Ci riporta alla realtà, questa musica un po’ allegra e un po’ malinconica nata nella nostra Romagna, perché quando si viaggia in autostrada il paesaggio ti sfila davanti correndo più veloce dei tuoi pensieri e non ce la fai a fissarti su un tema, come quello che ci ha accompagnato, e forse un po’ ossessionato, nelle ultime settimane: l’apocalisse. Poiché comunque dobbiamo trovare una conclusione, l’ultima immagine che sorregge il nostro argomento è quella dell’esito finale: una donna e un uomo, gli ultimi rimasti sulla terra, con gli occhi fissi nel tramonto, e un sole freddissimo che scende su una landa inospitale e ghiacciata. Un’immagine apocalittica alla Blake, alla Friedrich o da film di fantascienza – e in ogni caso nordica, mentre noi scacciamo questi pensieri con un altro brano dei Bevano Est, che sa tanto di sud ed è una commistione di forme popolari diverse. Si chiama infatti “Tarantella sul Bevano”: il quale Bevano, oltre a dare il nome a un’area di servizio sulla Autostrada 14, è anche un fiume, o meglio un fiumiciattolo, che entra nell’area del Delta del Po e sfocia in Adriatico attraversando la pineta di Classe, appena sotto Ravenna.  

Musica. Bevano Est: Tarantella sul Bevano 

Lo scorso 24 gennaio è morto a Bologna il maestro Giorgio Vacchi, fondatore nel 1947 del Coro Stelutis e uno dei più grandi armonizzatori di canti corali d’Italia. Il Coro Stelutis, dopo le prime esperienze di canti montanari con un organico tutto maschile, dagli anni ha Sessanta ha assunto una propria identità artistica specializzandosi nella ricerca dei canti della tradizione contadina e popolare del territorio emiliano, riportati in vita grazie alla memoria di anziani testimoni. L’etnomusicologo Giorgio Vacchi, setacciando insieme con i suoi collaboratori tutto il nostro territorio e in particolare le zone più marginali dell’Appennino, ha catalogato oltre cinquemila canti. Nel 1990 il Coro introdusse oltre alle voci maschili due sezioni femminili di soprani e contralti, ampliando l’espressività e le potenzialità polifoniche. Giorgio Vacchi l’ha diretto fino alla fine, affiancato dal 1999 dalla figlia Silvia, che ora ne raccoglie l’eredità. Quella che state ascoltando è una ninna nanna ferrarese, che Giorgio Vacchi ha armonizzato nel 1973 attingendola dai ricordi di un informatore nato nel 1928.


Musica. Coro Stelutis: Ninna nanna ferrarese 

Tra i luoghi esplorati da Vacchi nelle sue ricerche musicali, uno dei più affascinanti è il “castellaccio” di Affrico sull’Appennino bolognese, già esistente nel X secolo. Forse costruito dai maestri comacini, il palazzo guardato da quattro torri è situato in un luogo incantevole, soprattutto in autunno quando la natura si colora di rosso e il pensiero va all’estate scomparsa, che resta nel nome del luogo, Affrico, legato forse al vento caldo che soffia da sud-ovest. Immaginiamo il nostro etnomusicologo interrogare gli anziani contadini, per cercare sul campo quella “via dei canti” che Bruce Chatwin inseguiva invece nelle terre degli aborigeni, e che come una ininterrotta scia musicale avvolge teneramente la terra, attraversando anche l’Emilia-Romagna. Qual è la nostra via dei canti: quella che sorvola, ad esempio, lo straordinario borgo quattro-cinquecentesco di Scola di Vimignano, giunto praticamente intatto a noi dal profondo del tempo, con le sue casetorri dalle cui finestre, forse, le fanciulle d’antan  facevano scivolare trecce per i loro innamorati e cantavano le stesse canzoni raccolte da Giorgio Vacchi? 


Vi facciamo ascoltare, ora, un canto-orazione dell’Appennino bolognese, raccolto sempre da Vacchi, registrato a Gaggio Montano nel 1990 e musicato da Stefano Zuffi e la Pneumatica Emiliano Romagnola, anche loro grandi raccoglitori di storie e musiche. Questo brano, in particolare, dove spicca la bella voce di Veronica Benuzzi, è tratto da un album dedicato ai canti e ai balli natalizi della tradizione emiliano-romagnola. Un album, dice Zuffi, che ha la sua genesi nel ricordo: quando bambino vide il nonno scartare un pacco avvolto nello spago, da cui saltò fuori un vecchio presepe di terracotta e cartapesta.


Musica. Pneumatica Emiliano Romagnola: Madonina Bela Bela.


Alle figurine del mio meraviglioso presepe, racconta Stefano Zuffi, avevo messo nomi familiari: il Pescatore era Mariòn, il nostro vicino, l’Acquaiola era la Lina, la lattaia, e il Maniscalco era il Celso, un robivecchi che girava con un carro trainato da un cavallo bolso. E poi c’era l’Arrotino, chiamato Forbice come l’ambulante che girava nei villaggi per affilare coltelli e riparare ombrelli. Così era la vita nei paesi di pianura e di montagna, modulata sui ritmi della natura, sul ciclo delle stagioni, sulle tradizioni tramandate oralmente, come i canti e le musiche, e la sapienza contadina: la quale fa incidere sull’arco di una finestra murata di una casa di Scola, il racconto per simboli più esteso dell’intero Appennino: un racconto in cui il sole inscritto nel cerchio parla di felicità, la salamandra di vita sempre rinnovata e le chiavi indicano fedeltà alla Chiesa e, soprattutto, a una cultura che ci assegna un posto  preciso nella vita. E poiché siamo ancora sull’Appennino, e in tempo per portarvi a Montòvolo, vi facciamo sentire un altro brano della Pneumatica Emiliano Romagnola: un ballo della montagna bolognese, anch’essa teatro delle ricerche di Giorgio Vacchi  e Stefano Zuffi. 


Musica. Pneumatica Emiliano Romagnola: Spagnoletto.

Questa musica ci fa amare ancor di più la montagna. Ci porta, come dicevamo, a Montovolo, altro luogo magico dell’Appennino tosco-emiliano, a una cinquantina di km da Bologna. Dalle cime dei monti che lo sorvegliano, si scruta l’orizzonte senza incontrare ostacoli. Montovolo con le due antiche chiese cristiane è stata sempre un punto di riferimento per le popolazioni della regione. Questa montagna era sacra sin dalla più remota antichità, perché se le architetture del santuario risalgono al 1045, gli storici ipotizzano che un luogo a quasi 1000 m d’altitudine così facilmente accessibile, poteva essere meta di culti particolari. Addirittura un centro oracolare etrusco, sostengono gli studiosi: la montagna sacra degli etruschi, il cui simbolo era una pietra ovale (omphalos) da cui deriverebbe il nome di Montovolo, ossia Monte dalla Pietra Ovale. Lo confermerebbe il ritrovamento di questo simbolo sulle tombe delle necropoli etrusche di Marzabotto.


Per tornare a Giorgio Vacchi, vogliamo ricordare che questo sensibile musicista nel 1970 ha arrangiato il secondo disco di Francesco Guccini, “Due anni dopo”, mentre nel 1996 il Coro Stelutis ha accompagnato la canzone di Francesco Guccini “Il caduto”, storia di un montanaro costretto a morire in pianura. Ed è con questa canzone che vi lasciamo. Il coro fa da contrappunto, sottolinea l’amarezza del montanaro per dover morire in una landa piatta e gelata, senza poter rivedere i suoi monti, senza poter “vedere le foglie del cerro, gli intrichi del faggio, /scoprire di nuovo dal riccio il miracolo della castagna...


Francesco Guccini: Il caduto.

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