10 novembre 2011
Regime femminile dei cortili
Due anni fa Mandiaye mi ha portato in visita al signor Niang, che era quasi sui cent’ anni ed era malato. Ricordo la capanna spoglia ma ordinata, un vecchio letto di ferro, coperta bianca e lenzuolo, comodino, candela sul comodino. Mi dicevo che quello è l’ordine delle donne: tutto come deve essere, per lo sguardo del visitatore. Lo stesso ordine si vede nei cortili di sabbia che le donne spazzano da mattina a sera emi sembra l’ordine della sussistenza minima. Anche se i raccolti degli ultimi anni non sono stati buoni e il villaggio ha poche risorse, qui non si nota mai lo spettro della miseria. Al mattino le donne escono a fare la spesa o altri lavori, e il villaggio sembra spopolato: molti cortili restano vuoti senza nessuna chiusura che sbarri l’ingresso. All’ entrata ci sono questi schermi di cannella palustre, che noi chiameremmo “paraventi” e loro chiamano” para -vergogna” . Ma se entri in uno di quei cortili vuoti, trovi sempre la sabbia ben spazzata tra le capanne, i catini o vasi ben disposti in un angolo. Qui si vede una vita tenuta al minimo, con una scarsa circolazione di denaro, ma le donne di Diol Kadd hanno una capacità di salvare le apparenze, col portamento, i modi cortesi. Nel regime femminile dei cortili c’è un modo di stare insieme animato da chiacchiere e da un umorismo che ora riconosco in certe signore. Come quella signora alta, dritta e distinta, con un vestito di seta damascata, molto elegante anche quando fa il bucato, in un cortile povero delle zone est. Nel primo anno il nostro Paolo Muran con la sua steady-cam portatile passava ogni mattina davanti al suo cortile per filmarla, e la salutava da lontano in modo tra il serio e il buffo: “Comment ça va la vie?”. Lei si metteva in posa con aria ironica, stava immobile per qualche secondo, poi gli faceva segno che lo spettacolo era finito, congedandolo come un piazzista.
Il droghiere di N’Dureen
Qui intorno è come nelle nostre vecchie campagne, dove c’erano paesini sparsi, separati da distanze percorribili a piedi o col carretto. DIOI Kadd è un villaggio wolof in un’ area di villaggi serèr, il più vicino dei quali dista un chilometro e mezzo. Si chiama N’Dureen, e ci vado perché ha l’unico telefono dei dintorni. Il posto telefonico sembra un antro buio abbandonato da secoli, con una candela smozzicata per comporre il numero. E il gestore ha qualcosa di arcaico, nell’ antro della sua drogheria alle soglie del villaggio. Alto, strabico, selvatico, con maglietta logora, risponde ai miei saluti senza un sorriso, e mi colpisce per come sia lontano dalle maniere cortesi di Diol Kadd.. Ci ho messo del tempo per convincermi che lui è così soprattutto perché è un Serèr. I Serèr sono agricoltori animisti che mantengono vari costumi arcaici tra cui il boschetto sacro per i riti iniziatici. In queste notti sento suoni che vengono dai loro villaggi, e nel dormiveglia ho sentito anche quel suono prodotto da una specie di tromba del “guardiano degli iniziati” per spaventare i ragazzi secondo la regola d’iniziazione. In giro, nei campi, durante questi anni, ho visto molti Serèr, e sono sempre loro a urlarci dietro perché non vogliono essere filmati. Ciò non spiega la selvatichezza del droghiere di N’Dureen, così lontana dai modi di Diol Kadd. Ma gli europei vedono le apparenze degli altri come se ognuno fosse responsabile del proprio look o carattere. In Africa, nella grande varietà di etnie, si impara a vedere negli altri prima di tutto dei tratti impersonali, aspetti distintivi di popolazioni. Si vedono segni di confraternite, modi di riconoscimento d’una casta, il berretto dei Tidjiani, il color marrone nei bubù dei Bàmbara, certe stoffe sfarzose delle donne. Vedendo le cose in questo modo si ha più il senso di muoversi in un mondo di usi e costumi, non tra individui separati. L’alterità degli altri diventa meno marcata, come alternativa rispetto a noi, e tutto appare piuttosto come una variazione su un nostro sfondo comune.
La savana come luogo di prova
Stamattina ho sentito rumori di scoppio dalla parte dove ci sono le terre rosse, e nel dormiveglia mi è tornata la fantasia d’una astronave che atterri da queste parti come in un pianeta da conquistare. La prima cosa che gli invasori farebbero sarebbe costruire strade asfaltate, cingere di reticolati le loro basi militari, con baracche, altoparlanti, posti di blocco, marines che guardano la savana trovandola troppo vuota, sterile e monotona. Perché è un paesaggio indefinito, senza una chiara linea d’orizzonte, che di solito disorienta perché tutto è sparso in modo indeterminato. Sono fughe di cime d’alberi, o quinte di collinette sabbiose, a produrre quella visione indeterminata, senza un preciso orizzonte. Di fatto, la savana, o brousse, o bush, o niaye (in wolof) , sono parole generiche, che coprono molti aspetti di questi terreni. Solo nel tragitto di dieci chilometri tra Diol e Khombole ci sono dei tratti tipo steppa con ciuffi d’alberi – il kadd, il tamarindo, il nyme _ e radure lontane con sparsi palmizi, dune da deserto sabbioso, zone di prato con erbe nane, euforbie, piccoli cactus, valloncelli di cespugli vari, e miracolosi residui di anziché foreste di baobab. Certe mattine, andando a Khombole io e Mandiaye ci diciamo che quel panorama è un incanto e niente potrebbe attirarci di più. li termine wolof, niaye, più che descrivere un terreno indica una dimensione di vita. Hampaté Ba vede della savana un codice d’esistenza, tramandato dal suo popolo, i Peul. Il niaye è il luogo di prova per uomini o piante che debbono adattarsi alla penuria del deserto. È dalla sabbia che qui cavano i loro raccolti, sarchiando all’infinito, perché ogni giorno ci sono erbe infestanti sempre pronte ad attecchire. Nella desertificazione incombente, la denudazione del terreno produce effetti secondari, forme di vita impreviste. La varietà di piante che attecchiscono farebbe concorrenza ai più grandi giardini botanici del mondo. Isolato in una pianura che va dai sobborghi di Dakar ai confini della Mauritania, Diol Kadd è l’esempio più chiaro di un lungo tentativo di adattarsi al deserto che avanza.
Antecedenti
Ho conosciuto Mandiaye N’Diaye nel 2002. Storia lunga. Ci sono di mezzo le fasi di un’ epoca in cui cambieranno molte cose. Fine anni ottanta: suo padre, sarto, gli dà il permesso di tentare l’avventura in Italia, soprattutto per aiutare la famiglia. Mandlaye sbarca con altri senegalesi sulla costa adriatica, ma l’unico lavoro che trova è quello di andare per spiagge a vendere cianfrusaglie. Presto abbandona quel lavoro e si mette a fare il sarto in un quartiere della periferia ravennate. Poi succede che Marco Martinelli, del Teatro delle Albe dl Ravenna, ha bisogno di attori africani per una messinscena romagnolo-africana, e qui Mandiaye si fa avanti spacciandosi per attore – imbroglio che gli porterà fortuna. Dopo aver recitato in una pièce romagnola-africana, Mandiaye avrà la possibilità di mettere in scena una favola del suo paese e avviarsi verso modi di far teatro in cui confluiscono molte pratiche narrative senegalesi. Il culmine sarà l’adattamento d’un canovaccio di Goldoni fatto da Marco Martinelli (I ventidue infortuni di Mor Arlecchino, 1993), dove Mandiaye recita insieme allo straordinario Mor Awa Niang. Questa coppia, con il rinforzo musicale di El Hadji Niang, inventa un genere africano di Commedia dell’ Arte, incarnando figure tradizionali della nostra commedia, e capace di attirare l’attenzione di mezza Europa. È soprattutto la vena comica di Mor Awa Niang nella parte dell’ Arlecchino a creare il successo del loro spettacolo – anche presso teatri di ricerca, come il danese Odin Teatret, diretto da Eugenio Barba. Ma dopo tanti applausi e molte avventure, Mor Awa Niang decide di abbandonare il mestiere teatrale, per tornare in Senegal a fare il commerciante, secondo la volontà di suo padre. Deluso dalla defezione, Mandiaye recita in vari spettacoli del Teatro delle Albe, brillando nei duetti comici con la bravissima Ermanna Montanari. Ed è tramite Ermanna che l’ho conosciuto, proprio quando si era messo a scrivere Il gioco della ricchezza e della povertà (Leebu Nawett ak Noor), commedia in lingua wolof sulla povertà africana e i desideri d’arricchimento, ispirata dal Pluto di Aristofane. Era la primavera 2003 quando sono andato a trovarlo in una periferia di Ravenna, in un bar all’ aperto, dove scriveva le prime scene della sua commedia.
Decisione di andare a Diol Kadd
Quel giorno, in riva al mare, mi è nata l’idea di venire in Senegal a filmare la commedia di Mandiaye, ancora da scrivere. In seguito, dopo essere sbarcati a Diol Kadd, ci siamo messi a rielaborare le scene della commedia adattandole al disponibile quotidiano, e a scriverne altre con Mandiaye. Lamberto Borsetti e Paolo Muran si sono dedicati a filmare la vita quotidiana, senza programmi precisi, seguendo i momenti d’incontro con il luogo, gli abitanti e le abitudini Siamo venuti a Diol tre volte per completare le riprese, ora col materiale raccolto abbiamo composto un film dedicacato al villaggio. Il film è finito e questa è l’ultima nostra venuta.