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4 Agosto 2011 | Racconti d'autore

Più bestie si vedono

Di Roberto Barbolini, Aragno Editore, Torino, 2008 (seconda puntata)

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri.

4 agosto 2011

Più bestie si vedono è un libro sul rapporto tra uomini, cose e animali. Roberto Barbolini, modenese nato nel 1951, è scrittore raffinato: narratore, romanziere, saggista, critico teatrale, in quest’opera del 2008 sembra riprendere il pensiero di Foucault, far coincidere le cose con le parole che le nominano. Il risultato, è una serie di brevi racconti beffardi in cui il bestiario antropomorfico si mescola con lo zoo umano. «Racconti brevi per partito preso» – li definisce lo scrittore – che sembrano vivere all’insegna di un darwinismo rovesciato, o meglio, di un doppio flusso che dall’umano conduce all’animale e viceversa. Il titolo riprende il proverbio «Più gente c’è, più bestie si vedono». Il paragone con la bestia è sempre stato il banco dell’umano, ma oggi le distinzioni si fanno più difficili: chi è la bestia e chi è l’uomo? 

Più bestie si vedono

di Roberto Barbolini

Pavarotti sott’acqua

Non è un tenore. È un pesce. Il suo nome scientifico è Betta splendens Regan e appartiene alla specie dei labirintidi. Ma per noi sarà sempre Pavarotti. Eppure gli manca l’aspetto tondo e sformato del pesce palla o del pesce orologio; non canta arie di Verdi né romanze di Tosti e, benché sia d’acqua dolce, non si è mai spinto a Torre del Lago per visitare la casa di Giacomo Puccini.

Di carattere riservato, alle ribalte preferisce i bassi fondali. Gli bastano venti centimetri di acqua tiepida. Non chiede di più. Se ne sta lì tranquillo a fare il pesce in barile, rimuginando cose che sa solo lui, finché non gli viene voglia di respirare una buona boccata d’aria pura. Allora sale in superficie. Perché l’ossigeno è abituato ad andarselo a cercare in alta quota. Gli piace la roba fine e mai s’accontenterebbe di quella porcheria che gli altri pesci distillano faticosamente con le branchie dal liquido trasparente detto dai chimici accadueò.

«Meglio respirare poco, ma bene» è il suo motto.

Somiglia a quei signori che preferiscono una sola settimana di vacanza, però al Ritz, piuttosto che un mese intero alla Pensione Sorriso. Non c’è bisogno che la camera sia molto spaziosa, ma l’arredamento dev’essere di classe, con un mobile bar elegante e ben fornito. Perché questo pesce ama il cognac, soprattutto quello spagnolo, buonissimo, che si chiama Lepanto. Così il nostro amico Orsenigo gli ha fabbricato un acquario su misura utilizzando la scatola del liquore.

Proprio quello che voleva Pavarotti: un appartamentino piccolo, ma adatto a lui. Se ne sta lì comodo, in apnea, agitando blandamente la rossa bandiera della coda, e intanto medita su come dovrà vestirsi per la cena. Potrebbe indossare un abito verde, oppure viola, come quelli di certi suoi amici. Invece, vinto dalla pigrizia, finisce che non si cambia per niente. Del resta, a tavola è sempre solo. E, come tutte le persone di classe, mangia pochissimo. Ha dato alla servitù istruzioni molto precise per avere porzioni ridotte perché, come tutti gli scapoli, è pignolo e ha le sue manie.

Forse, se prendesse moglie, la sua vita cambierebbe. Ogni tanto ci pensa e diventa malinconico. Allora avverte dentro di sé una strana frenesia d’incontri femminili e, all’improvviso, si persuade che non può mica restare tutta la vita dentro una campana di vetro.

«Qualche volta» sospira «dovrei andare a ballare.»

Perché Pavarotti, tanto posato all’apparenza, quando corteggia una femmina è pronto a trasformarsi nel Nureyev dei pesci. Già si vede: non c’è Margot Fontaine che tenga: l’ étoile del balletto è lui. Balza, volteggia, fa la giravolta, la fa un’altra volta, balza in su, guizza in giù («Le do bacio?  Ora o mai più.>).

Ma la compagna, intimidita da tutta questa foga, resta impalata come una saracca. Allora lui l’avvolge con la rossa coda e se la stringe al petto. Lei si finge contegnosa e rimane sulle sue, ma Pavarotti insiste col suo stile fantasioso. Sente che è la tattica giusta. Né riesce a immaginare contatto più intimo di quello stringi stringi appassionato.

Come farà a metter su famiglia se sa così poco delle cose della vita? Ci vorrebbe un miracolo. Eppure, a forza di stordire la sua partner con figure di danza e di avvincerla a sé con la sgargiante coda-mantiglia, ne spreme fuori una cascata di minuscole uova che lo mandano in brodo di giuggiole. Finisce che le feconda lì in bella vista. Poi risale in superficie. Abile com’è a far castelli in aria, già pensa a costruire le camerette per i bambini. In ognuna metterà un uovo.

Lavora in silenzio: «Acqua in bocca!» sembra dire a se stesso. Vuole fare una bella sorpresa alla compagna. Ma non riesce a starsene davvero muto come un pesce. Il tenore sommerso che è in lui affiora in superficie e intona finalmente una romanza. Ha perlomeno la potenza di Tamagno. Prova ne sia che l’acqua si riempie tutta di bolle. Ma noi lo vediamo soltanto boccheggiare nella sua scatola-acquario, proprio come il vero Pavarotti dentro al televisore con l’audio spento, la sera che Orsenigo ci ha regalato questo scapolo ben vestito, buon intenditore di cognac.

Da come si prende certe libertà con lo spartito, è chiaro che Pavarotti non ha avuto troppo tempo per provare con l’orchestra. Però si sente che la classe non è acqua. Quel canto silenzioso sale in superficie e forma tante piccole bolle d’aria, come uova piene di note.

Ma Pavarotti è presto stanco di vani sogni. D’umore mutevole come tutti i nati sotto il segno dei Pesci, è già pronto ad arrendersi a quella forma di persistenza della ragione che in lui così spesso si traveste da pigrizia. Uscire di casa per andare a ballare, rimugina, gli costerebbe troppa fatica. E quanto a mettere su famiglia… Non è facile, oggi, trovare la compagna giusta. Di nuovo rassegnato al suo destino di scapolo, neppure stavolta Pavarotti uscirà di casa.

Meglio così, in fondo: stasera ha anche un po’ mal di testa. Con un leggero colpo di coda scaccia un residuo di cattivi pensieri e ben presto s’appisola nell’aroma perduto del Lepanto.

Domattina lo troveremo morto nell’acquario, stroncato nel sonno da un do di petto.

Brano corrente

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