25 agosto 2011
“Più bestie si vedono” è un libro sul rapporto tra uomini, cose e animali. Roberto Barbolini, modenese nato nel 1951, è scrittore raffinato: narratore, romanziere, saggista, critico teatrale, in quest’opera del 2008 sembra riprendere il pensiero di Foucault, far coincidere le cose con le parole che le nominano. Il risultato, è una serie di brevi racconti beffardi in cui il bestiario antropomorfico si mescola con lo zoo umano. «Racconti brevi per partito preso» – li definisce lo scrittore – che sembrano vivere all’insegna di un darwinismo rovesciato, o meglio, di un doppio flusso che dall’umano conduce all’animale e viceversa. Il titolo riprende il proverbio «Più gente c’è, più bestie si vedono». Il paragone con la bestia è sempre stato il banco dell’umano, ma oggi le distinzioni si fanno più difficili: chi è la bestia e chi è l’uomo?
Più bestie si vedono
di Roberto Barbolini
Riff
Si era stancato di fissare il mare. Così era partito di slancio e aveva fatto due o tre giri di corsa attorno alla palma, affondando le impronte nella sabbia finissima. Cercava di rimettere il piede nello stesso punto, sfruttando l’orma già impressa, come se fosse un indiano intento a pedinarsi e non volesse lasciarsi scoprire.
«Faccio lo stesso con le canzoni della band» si folgorò in uno stanco momento di lucidità.
Sempre gli identici riff, quei quattro giri di note risapute e inimitabili, che si rincorrevano da una canzone all’altra. Erano un marchio di fabbrica e una dannazione milionaria: il confortevole inferno da rockstar che gli consentiva di starsene in vacanza su quell’isola di pirati, in un ex lebbrosario trasformato in hotel a cinque stelle, per rimettersi in forma in attesa del nuovo tour mondiale.
Un po’ del vecchio spirito avventuroso, affiorando dal fiume di Jack Daniel’s che da tempo immemorabile gli scorreva nelle vene tra i residui d’eroina dei tempi eroici, che neppure periodici lavaggi del sangue erano riusciti a eliminare del tutto, gli impedì di accasciarsi di nuovo sulla sabbia. Ansimava per la corsa e un velo sottile, lattiginoso, come quello che sale dai letamai d’estate, gli annebbiava lo sguardo, rendendo evanescente la piatta distesa turchese che, delimitata dalla barriera corallina, luccicava sotto il sole.
Fu allora che la scimmia decise di farsi viva. Per anni Kit se l’era tenuta appollaiata sulla schiena, odioso incubo di tossico. Precisamente dal giorno che aveva sniffato le ceneri di suo padre. Una cosa a cui non ripensava volentieri: il vecchio, pace all’anima sua, aveva pensato bene di andarsene all’altro mondo ed era stato cremato. Tutto quello che rimaneva di lui stava dentro a una cassettina che Kit si portava sempre dietro in tournée. Finché, una sera che era più sballato del solito, non ce l’aveva fatta più.
«Capite, ragazzi? Non ho resistito» ‘Confessò dopo il concerto. «Ho mescolato le ceneri con un po’ di coca e mi sono sniffato mio padre.»
Gli altri della band applaudirono commossi.
Quella notte si svegliò con la scimmia appollaiata sullo stomaco. Da allora non l’aveva più lasciato e Kit aveva finito con l’abituarsi. Quella bestia, in fondo, era lui stesso: la Grande Scimmia del Rock.
A poco a poco l’animale aveva smesso di perseguitarlo e si era trasformato in un compagno segreto che sbucava fuori nei momenti più impensati, al solo scopo di ammazzargli la noia.
Appoggiato al tronco nodoso della palma, Kit guardò verso l’alto. Tra le frange arcuate delle foglie, le noci di cocco pendevano come le banane dal gonnellino di Josephine Baket
Gli venne un improvviso desiderio di salire a raccoglierne un paio. Lo spirito della scimmia era entrato in lui. Stirò la bocca in una specie di sorriso che spianò crateri e disseccò fiumi nella fitta pergamena di rughe della sua faccia.
«Peccato che Rod sia tornato in albergo.»
Avevano mezzo litigato per un assolo. Tecnicamente Rod era un chitarrista migliore, ma soffriva il carisma di Kit, la sua capacità di cavar fuori quelle poche note essenziali che, assieme alla voce e ai labbroni di Mickey, facevano lo stile della band e gli erano valse il soprannome “the Riff’.
Sbollita la rabbia, adesso a Kit sarebbe piaciuto sfidare Rod ad arrampicarsi e arrivare lassù per primo, a costo di scorticarsi le piante dei piedi e le dita delle mani contro la corteccia rugosa e di non poter toccare la chitarra per una settimana.
A malincuore si decise a salire da solo. Si avviticchiò come un’edera al tronco della palma, fece forza con gli avambracci e, aggrappandosi ai bitorzoli che sporgevano dal fusto, iniziò la scalata.
Con un ghigno d’approvazione la scimmia l’aveva superato d’un balzo e già si dondolava fra le noci di cocco, reggendosi a un ramo con la coda. Kit guardò in su e gli sembrò lontanissima, ma non si perse d’animo. Rafforzò la presa delle ginocchia e, facendo leva sui piedi e sulle mani, continuò a salire. Il peso della terra lo stava abbandonando. Libero dalla forza di gravità, gli sembrava di essere un gabbiere che sale su una coffa o un trinchetto per controllare la velatura. Un’euforia avventurosa gli formicolava nelle vene come prima d’un concerto, quando i tecnici fanno il sound check e tra i vecchi ragazzi della band l’adrenalina è a mille. E mica solo quella.
Ripensando a tutte le sostanze che si era sparato nel corso di sessantadue anni, Kit si sorprese ancora una volta di essere vivo. Come un riff di poche note, tatum-tatutum-tum, il cuore gli pulsava allegro nelle tempie. Il sudore colava sui tatuaggi del suo corpo ossuto, dallo scheletro sempre pronto ad affiorare. Alzò lo sguardo verso le noci di cocco e si accorse che la scimmia era sparita. D’impulso girò la testa verso il basso. Tutto incominciò a ruotare in uno sballo non programmato. La palma oscillava come il pennone di una nave nel mezzo della tempesta, mentre le dune di quella sabbia ondulata, garantita finissima dallo staff del Molokai Leper Hotel, s’innalzavano per un maremoto improvviso. Cercò di afferrarsi più saldamente al tronco, ma la mano sinistra mancò la presa e Kit scivolò per un paio di metri, scorticandosi il torace nudo contro la corteccia. Ancora per un attimo rimase crocifisso alla palma, ma le braccia non riuscivano più a sorreggerlo. Mollò di colpo, scivolando incontro al mare di dune che ruggiva laggiù in basso, in un sibilare tempestoso di chitarre distorte.
Morì, certo, in quel momento. Morì come aveva sempre vissuto: irresponsabile e a suo modo felice, come solo può esserlo un ragazzaccio di sessantadue anni, mentre il riff più bello della sua vita, un grappolo di note martellanti, perfette nella loro assoluta semplicità, gli risuonava trionfalmente nelle orecchie. Morì con il suo orecchino da pirata e le mille rughe irrigidite nell’orografia della sua faccia butterata. Morì dunque, Kit, proprio come avrebbe voluto – come avremmo voluto tutti noi – e di sicuro andò all’inferno unico paradiso aperto ai filibustieri del rock.
Ma la vita è una jam session imprevedibile, un assolo che non sai quando finisce. Così, per caso o per questione di destino, il vecchio pirata sopravvisse al suo giro di chiglia.
Rod lo trovò svenuto sulla spiaggia, con un buco in testa da cui colava sangue sulla sabbia garantita finissima.
Quando Kit riaprì gli occhi, era in un letto d’ospedale. Una grassona in camice bianco armeggiava attorno alla flebo. Appollaiata sulla schiena dell’infermiera, la scimmia gli faceva le boccacce.