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28 Luglio 2011 | Racconti d'autore

Più bestie si vedono

Di Roberto Barbolini, Aragno Editore, Torino, 2008

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri

28 luglio 2011

“Più bestie si vedono” è un libro sul rapporto tra uomini, cose e animali. Luciano Barbolini, modenese nato nel 1951, è scrittore raffinato: narratore, romanziere, saggista, critico teatrale, in quest’opera del 2008 sembra riprendere il pensiero di Michel Foucault, far coincidere le cose con le parole che le nominano. Il risultato, è una serie di brevi racconti beffardi in cui il bestiario antropomorfico si mescola con lo zoo umano. «Racconti brevi per partito preso» – li definisce lo scrittore – che sembrano vivere all’insegna di un darwinismo rovesciato, o meglio, di un doppio flusso che dall’umano conduce all’animale e viceversa. Il titolo riprende il proverbio «Più gente c’è, più bestie si vedono». Il paragone con la bestia è sempre stato il banco dell’umano, ma oggi le distinzioni si fanno più difficili: chi è la bestia e chi è l’uomo?

Più bestie si vedono

di Roberto Barbolini

Il porco nella tastiera

Non l’avete riconosciuto? È il maiale. Parente povero del tapiro urlante, del babirussa rosa su un vecchio francobollo delle Isole Molucche; ma soprattutto del cinghiale che raspa fra le macchie nel bosco, scendendo solo sul tardi verso la marina per spaventare i bagnanti.

Non è il dio Pan col suo zufolo, a spargere fra canotti e canottiere il terrore meridiano. E invece quest’essere tutto unghie e zanne e grifo porcino; abilissimo – più che porcini – a scovare tartufi sottoterra.

Molti pensano che il maiale sia una bestia crudele. Dicono che anticamente squarciasse il ventre riempito di ghiande delle Vestali colpevoli di fornicazione. Ma vi è mai capitato di vedere una scrofa con i suoi lattonzoli? Inerme, sdraiata su un fianco, porge le rosee mammelle a quei piccoli  grugni ingordi con uno sguardo miope e beato.

Mentre allatta, stesa al sole il più lontano possibile da una piccola pozza di fango, perché lei è una bestia pulita e non ama impillaccherarsi, capisci bene che è tutta colpa dell’uomo delle pulizie se talvolta è costretta a voltolarsi nel brago e a presentarsi alle amiche ancora con la maschera di bellezza addosso: roba da arrossire sotto le setole, con la carnagione rosa chiaro che si ritrova.

Questa della sporcizia dev’essere una faccenda seria, visto che lei e il porcaio ormai da tempo si tengono il muso e si parlano soltanto a grugniti. Però non sia mai detto che, per colpa di quel mal netto, anche i suoi lattonzoli sembrino dei maiali. Come ogni madre, ci tiene che i figlioli facciano bella figura. Eccoli lì, difatti, tutti bianchi e puliti, che le succhiano avidi dai capezzoli puro nettare porcino. Tengono gli occhi chiusi. Saranno miopi come lei? La scrofa sospira e, già dimentica dei dispetti del porcaio, si assopisce in una sonata di Domenico Scarlatti.

È la celebre K 556, detta anche la Fuga del Lattonzolo.

Pig… pig… pigiano i tasti le dita mai pigre del Maestro seduto al clavicembalo; striduli strillano i porcellini imprigionati nella tastiera. Non san­no come uscirne e hanno già nostalgia del loro bel recinto puzzolente.

«Davvero non li senti, poverini?» mi rimprovera mia moglie.

«A dire la verità faccio un po’ fatica. Dev’essere una questione di orecchio musicale.»

Intanto provo a pensare che cosa si potrebbe fare per liberare i disgraziati prigionieri. Ma, a differenza del Maestro, io non pigio tasti, sono troppo pigro. Così alla fine decido che è meglio lasciar le cose come stanno: mai scatenare la Bestia nascosta nella tastiera. Spengo il cd e anch’io, come la scrofa, mi addormento nella calura.

Quasi nello stesso momento, a Blandings Castle, Lord Emsworth si risveglia dal sopore dello Shropshire, scosso da un’improvvisa inquietudine. Al richiamo del campanello trepido accorre Beach, il corpulento maggiordomo.

«Presto, accompagnami dall’Imperatrice» lo investe il milordo, agitatissimo. «Ho sognato che era prigioniera dentro a una di quelle diavolerie coi tasti per suonare i minuetti, si chiamano clavi …. e qualchecosa, sai: robe che piacciono tanto a mia sorella Lady Constance. La poveretta non voleva più toccar cibo.»

«Vostra sorella Lady Constance?»

«Macché: la scrofa. Altrimenti non sarei così preoccupato. Andiamo a controllare. Non vorrei che qualcuno tramasse per far perdere all’Impe­ratrice il premio per il maiale più grasso alla fiera dello Shropshire…»

Se anziché a Blandings Castle si trovasse lì sull’aia, investito dalle rassicuranti zaffate che provengono dalla nostra porcilaia, Lord Emsworth sarebbe più tranquillo.

Al «Piig-ah-oh-hheeeyyy!» d’incitamento del porcaio la maialessa ha infatti lasciato da parte lattonzoli e risentimenti, tuffandosi di buon animo sulle delizie del truogolo.

Anche in salotto, tra un rondò e un minuetto, sembra aleggiare una categoriale porcinità dello spirito. Il Maestro Domenico Scarlatti sta componendo una delle sue Sonate più spiritate per l’Infanta Maria Barbara, fanciulla brutta ma di spirito, che un giorno regnerà sul Portogallo. Mia moglie ha riavviato il cd e adesso i porcellini sembrano strillare di gioia, felici di girare in tondo dentro al clavicembalo.

Finché la scrofa, terminato il suo pasto, ripren­de ad allattarli, sdraiata al sole con fiducioso abbandono.

Altroché sventratrice di Vestali! Questa bestia ghiotta di ghiande, ottimo e affettuoso cane da guardia, se solo le si dà fiducia è in grado persino di fornire ammaestramento morale, come in una fiaba di Esopo o di La Fontaine. Per via mammaria sembra infatti additare alla prole la strada della totale offerta di sé. Il che, a uno spirito sensibile, richiama immediatamente la verità del vecchio adagio: «del maiale non si butta via niente».

Brano corrente

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