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18 Marzo 2010 | Racconti d'autore

Romagna Graffiti

Di Sauro Mattarelli, Diabasis, 2008 (terza puntata)

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri.

18 marzo 2010

Un piccolo libro, questo Romagna Graffiti di Sauro Mattarelli, che sorprende per la capacità dell’autore di “filosofeggiare” sulla Romagna, ritratta attraverso la lente del ricordo ma lontano dai cliché, per far risaltare l’unicità di un microcosmo che coniuga nonno Amedeo e Bruegel, il camerone laico dei repubblicani e le vahiné di Gauguin, le chiacchiere di osteria e Rabelais. Dalle vicende d’infanzia in una famiglia contadina, fino all’arrivo impetuoso della modernità – dai solchi alle stelle, potremmo dire – la Romagna si fa lieve graffito, profilo che sfuma, terra e sangue che inteneriscono i ricordi.

Romagna Graffiti
di Sauro Mattarelli

Ieri e oggi

 

Nacqui repubblicano e tale voglio morire.
Primo Uccellini

 

Ricomincerà? Nulla ricomincia.
Eugenio Montale

 

Il paese non era distante dalla città. La campagna sfumava e ingoiava i confini dell’uno e dell’altra. E grigio delle fabbriche a poco a poco rese opaco il verde rurale; i rumori si confusero coi silenzi.

Le macchine, il fruscio degli alberi, i cantieri, le grida, le sirene delle officine creavano nuove armonie, che in realtà costituivano un unico suono. I colori, gli odori, le sensa­zioni confluivano in un caleidoscopio rovesciato, che proiettava sempre una sola forma stinta.

Gli abitanti, in un tempo perduto, avevano provato l’im­pero, il governo temporale della Chiesa e poi assaporato la repubblica. Ma avevano scordato tutto: monadi troppo grandi, o troppo piccole, che non combaciavano mai e non si cercavano più.

Tessere mosaicate ora disegnavano solo orge scomposte sotto le patine della sacralità. La gente, pian piano, preferì l’inganno della divinazione di una gitana o di un imboni­tore alla responsabilità di ritrovare il proprio destino at­traverso le azioni e le aspirazioni. L’ora trascorsa con una puttana surrogava il piacere che, per essere tale, andava do­nato, o almeno conquistato, anziché preso o comprato.

Molti di noi divennero come spettri: annegati tra le acque salmastre, l’afa, i ronzii degli inutili condizionatori che non potevano liberare dall’oppressione. Coriandoli monocromatici svolazzanti in un brumoso febbraio, votati a finire calpestati e a lastricare sporchi e anonimi marciapiedi al nerofumo.

La città ci avvolse all’improvviso: macchine, strade, rumori, luci. Giorno e notte si confusero. La Romagna diventò senza notte. Ma senza la notte svaniva anche il giorno. Niente sole, luna, stelle. Un sogno di vita prolungato in un limbo opaco.

Non c’erano neppure più le persone: uomini, donne, giovani, anziani. Solo cineree figure senza volto, frettolose e meste. Scorrevano. Il tempo e lo spazio attanagliavano ectoplasmi evanescenti che non potevano più incidere in nessuna storia: invisibili, innanzitutto a loro stessi; immersi nelle ritualità e nelle convenzioni.

Eravamo sempre vissuti nella campagna; nella casa Pasolina: bianca dai muri screpolati; e ora non ritrovavamo più la nostra vecchia strada polverosa tra i grovigli e le piaghe d’asfalto, recenti e sfatte. Fu triste sentire, per la prima volta, i vicoli odorare di nafta, ridotti a meandri ove i desi­deri delle persone sembravano proiettati sul futuro o imprigionati nel ricordo; eppure sempre schiavi di un presente eternamente prolungato. Nostalgia e illusione si riunirono in un frenetico, singolare, passo di danza infernale.

La repubblica svaniva così: senza essersi mai realizzata. Eclissata come i lumini che la notte di ogni nove febbraio decoravano il camerone. Uccisa dalla sua stessa utopia e dalla mancanza di repubblicani.

Nessun dovere, nessun diritto: solo un’affannosa, vana, ricerca di piacere, da arraffare subito e con rabbia.

Licenza al posto della libertà.

Tristezza.

Sgomenti, non osavamo chiederci se potesse scorrere una qualsiasi storia in quel film sfocato e senza trama.

I circoli chiusero, uno dopo l’altro. Le famiglie si rin­chiusero. Rimasero sempre più piccole, mononucleari. Poi scomparvero. Uomini e donne, si legarono all’insegna di vaghi, oscuri, contratti. Dopo anni di convivenza sapeva­no a stento l’uno dell’altro chi preferiva la carne al sangue o chi la voleva ben cotta. I regali venivano mercificati e scambiati a ricorrenze precise, obbligatorie.

I baci ristagnavano, algidi, in superficie; oppure sprofon­davano subito nella volgarità.

L’amore perse il senso dell’eternità; si confuse come un piccolo sentimento qualsiasi, di durata sempre più breve, banalizzato in corpi levigati che celavano meschine aridez­ze. Una cosa da consumare come le altre, surrogabile con una miriade di infatuazioni e di amanti.

L’amicizia fu intesa come occasione per un fugace scambio di battute allusive o scurrili.

Nessuno aveva più idee proprie e nessuno seppe più esattamente cosa fosse una idea o un ideale, né a cosa servisse. Nessuno, dunque, si batteva più per una idea. Molti si convinsero che fossero le idee la vera causa della lonta­nanza tra le generazioni e tra le persone. Così, nel nuovo circo della politica, i rappresentanti divennero casta e cominciarono a barattare lo sviluppo col consenso e poi coi loro interessi personali. I miti palingenetici non servivano più; bastava qualche spot.

Regnò una spietata legge del contrappasso. Prima il silenzio delle valli e delle campagne era rotto dalle mirabolanti invettive e dalla sete di conoscenza degli «uomini rossi». Ora erano i frastuoni, vacui e ossessionanti di discoteche, strade impazzite, ristoranti stracolmi, neri minareti a contrastare invano il silenzio di una piccola borghesia povera nell’animo prima che nelle tasche: derubata degli orizzonti, incapace di sussulti; pigra, qualunquista, sprecona.

La modernità cominciò a odorare di antica oppressione proposta sotto nuove spoglie: irriconoscibile, insidiosa al punto che nessuno seppe opporvisi. Le cooperative, del resto, erano da tempo diventate simili alle SPA; i partiti erano ormai centri di affari e di controllo, la classe dirigente veniva scelta per via mediatica o imposta da lobby fosche e ramificate come tumori; la pubblica opinione era formata a colpi di propaganda televisiva; la scuola coltivava ignoranti. Per governare meglio l’educazione fu sostituita da frettolosi addestramenti. Nessuno, ad ogni modo, era più in grado di reagire a qualunque stimolo intellettuale.

Il voto, tanto agognato in passato, fu ridotto a mero esercizio rituale. L’election day diventò il San Valentino della politica. Parole come laicismo, confessionalismo, liberalismo, comunismo, fascismo non ebbero più alcun senso pratico. Diritti e doveri furono sostituiti da atti individuali di perdonismo e di vendetta: la legge era quella del più forte, del più furbo o del più fortunato. I delitti e l’indifferenza sostituirono le dispute e il chiacchiericcio. Le maldicenze continuavano solo con lo scopo di ferire: per interesse, per malignità.

Così i deboli ritornarono servi; i poveri divennero più poveri.

Monadi incapaci di riconoscersi in profondità dimenticarono presto che quando si litigava nei circoli si costruivano unioni. Ora, al massimo, si discuteva di sport: un fuorigioco, un rigore.

I segni delle gloriose imprese passate sbiadivano insieme ai ricordi manipolati dalla nuova storia; quelli scolpiti sulle pietre finivano sepolti tra le macerie della repubblica.

I nonni erano morti da tempo.

Il loro tempo era morto per sempre.

 

Ieri e domani

Il mistero della vita, il mistero della morte, il fascino della scoperta; que­sto, sì, questo avevamo capito. E le piccole contese del mondo, come il rinnovamento di tutta la terra, no, permettete, questo non ci riguardava.

Boris Pasternak, Il dottor Zivago

 

La speranza è un sogno fatto da svegli.
Aristotele


Ricordati di guardare la luna.

Nícholas Sparks

 

Il mare di Cesenatico, disegnato dal genio leonardesco, è ormai diventato una dissolvenza cromatica, sintetizzata da marchi e dal divertimento obbligatorio. I bragozzi di Cervia e di Marina, dal pigro dondolare, sono ammortizzati sotto forma di yacht. A Rimini bagliori accecanti di fari, pasticche, night hanno già da tempo offuscato i soffusi colori not­turni delle lampare e perfino il chiaro di luna. Le voci dei pescivendoli, dei ciabattini, dei contadini sono ora sovrastate dal frastuono dell’usa e getta. La memoria ritorna a uno stadio onirico, prenatale: un opaco specchio deformato e deformante; plasmabile a seconda delle esigenze.

«Non siamo più neppure in grado di esprimere una speranza, di darci un obiettivo», diceva desolato Luigi, mentre a me venivano in mente le parole della nonna.

«Forse perché non si vedono più le stelle cadenti… con tutta questa nebbia» rispose Moreno. Ma la sera, per una volta, era limpida: aveva solo bevuto troppo.

Già, ora gli amici, che ritrovo qualche volta per una mangiata, si chiamano di nuovo per nome: non più Gianì, Tritagiaz, Sbubu maleta, Brak, Barton, Paulaz.

Dicono sia un segno di civiltà e di progresso, in un sistema ove le abbreviazioni sono imposte solo dal nuovo slang degli sms e il linguaggio è ridotto allo stretto necessario: una lingua finalmente universale di poche decine di parole sgrammaticate.

Tanto chi ascolta più?

Certo, una volta calato l’oblio, nessuno sembra tanto pazzo da inseguire i propri sogni o conversare a lungo con qualcuno. Ma in tal modo, direbbe zia Marina, quasi tutti azzerano una sacrosanta prerogativa di nascita: esprimere a una fata un desiderio da realizzare in vita. E fare di tutto per riuscire nell’impresa. Foss’anche il desiderio di vivere, anziché di limitarsi a sopravvivere.

Ogni tanto però, oltre un suono, un soffio di vento cavalcato da un antico profumo, un velo di foschia, lo sguardo di una donna o di un bimbo, mi sembra di poter riscoprire vetusti graffiti di Romagna. Spicchi della mia terra, che fu capitale, li ho visti disseminati a Parigi, New York; in qualche duna o steppa lontana; in episodi di vita quotidiana che ancora, misteriosamente, accadono.

Sopravvivono come ostinate immagini felliniane. Solo, occorrono gli occhi e il cuore per vederle in qualche scampolo di un mondo frantumato che nessuna rivendicazione territoriale potrà ricomporre.

Le rare volte che m’accade di scorgere qualcosa provo tuttavia la sensazione dell’innamorato tradito che resta te­nacemente aggrappato alla sua cieca illusione. Sa di trovarsi di fronte a una chimera evanescente, ma cerca la pace lasciandosi cullare dall’inganno. Si nutre di uno sguardo, un sussurro, un lieve bacio per tener desto il fuoco di una passione spenta o ghermire un attimo di serenità. Poi, tolto finalmente il velo, s’affaccia nell’animo il dolore lancinante, profondo, del nulla; lenito solo dall’eterno, ciclico, pulsare di una nuova lusinga; dall’anelare alla consapevolezza del vecchio saggio che in un cupo, tenebroso, tramonto riesce a sopravanzare la notte senza luna, fino a presagire l’alba. Chiara.

 

Brano corrente

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