28 aprile 2011
Nel 2009 è stato ristampato, per Quodlibet, Silenzio in Emilia di Daniele Benati, libro memorabile pubblicato nel 1997 da Feltrinelli nella collana I Narratori. Protagonisti degli undici racconti (o capitoli) che lo compongono, sono i morti che ritornano nella loro terra, l’Emilia, a fare più o meno quello che facevano prima: ma anche il fatto più comune e banale, visto dall’aldilà, diventa una visione, e il tran tran quotidiano diventa la cosa più immaginifica che esista. In Silenzio in Emilia, ha scritto Paolo Nori, autore emiliano amico di Benati, i protagonisti “continuamente si perdono, e sempre, nel libro, per tutto il libro, c’è quell’incanto di quando sei perso, quella tensione che fa sì che ogni cosa che vedi diventa importante”. Indimenticabile l’epigrafe, che traduciamo dal dialetto: «Signore, se ci siete / Fate che la mia anima, se ce l’ho / Vada in Paradiso, se c’è».
Silenzio in Emilia
seconda parte
La casa in cui era venuta a abitare sua moglie era una bella casetta recintata da un muretto. C’erano anche dei piccoli cipressi tutt’intorno e delle siepi. Il cancello era aperto. Squadroni gli sembrava di ricordare che anche prima che andassero a abitare a Corticella, sua moglie voleva invece trasferirsi in una casa del genere in città. Avevano anche litigato, per questo. O forse era stato per qualcos’altro. Non si ricordava bene, forse l’aveva visto in un teatro.
Comunque, quando è stato sulla porta, Squadroni ha suonato al campanello e ha cominciato ad aspettare con ansia. Non si può dire che gli battesse il cuore, ma era molto emozionato. Non era una cosa da tutti i giorni ripresentarsi così, e tra l’altro ci poteva essere il pericolo che a sua moglie prendesse un colpo apoplettico.
Solo che se anche aveva suonato, non veniva nessuno ad aprire. Aspetta aspetta, non veniva nessuno. Così ha riprovato a suonare un’altra volta, ma tutto uguale a prima: non veniva nessuno. Allora si è avvicinato alla finestra che vedeva lì a pianterreno con le tapparelle alzate, ma come si è mosso ha avuto un brivido di paura, perché proprio lì accanto c’era un cane lupo che sembrava appisolato, ma non lo era.
Squadroni voleva chiamare sua moglie a voce alta, ma poi ha pensato di dare prima una sbirciatina dentro senza far rumore. E infatti eccola lì, dietro i vetri, che stava dando da mangiare a un signore un po’ pelato, seduto a tavola, che mentre lei gli versava la minestra, lui guardava la televisione. Che effetto strano faceva a Squadroni quella vista. Tra l’altro non sembrava nemmeno lei, sua moglie; o per lo meno non se la ricordava così, coi capelli tagliati in quel modo. E poi, quell’uomo chi era?
Squadroni è voluto tornare al cancelletto per leggere i nomi sul campanello. Dicevano: MorelliCigarini. Allora lui era Cigarini? Poi il cane lupo s’è alzato su di scatto, ringhiando, e Squadroni ha fatto qualche passo indietro. Il cane un po’ ringhiava e un po’ guaiva. Poi, nell’indecisione, ha incominciato a ringhiare come se l’avesse preso un morso di rabbia. Finché dalla finestra non s’è fatta fuori sua moglie per vedere cosa aveva da abbaiare il cane e per dirgli di far la cuccia.
Allora Squadroni ha potuto finalmente chiamare il suo nome: Martina! Lei ha guardato in alto, come per vedere che tempo faceva, senza dirgli nulla. Squadroni le ha ridetto: Martina, sono Orlando! Ma lei non sentiva proprio niente e ha chiuso la finestra senza nemmeno fargli il minimo caso. Forse sarebbe stato meglio andare prima dal geometra Cerioli, ha pensato allora Squadroni, perché tra l’altro sua moglie non sembrava nemmeno più lei. C’era qualcosa di cambiato nei suoi tratti facciali. E poi chi era quell’altro signore, Cigarini?
Squadroni si ricordava benissimo il nome della ditta: Impresa Edile «Marastoni»; l’indirizzo: via Guasco 6; il geometra: Cerioli Claudio e il numero di telefono. Non aveva fatto nemmeno in tempo a ripassare queste pochissime cose mentalmente, che era già là che andava per la sua strada, a una netta distanza dalla casa di sua moglie.
Gli era venuto anche un po’ di nervoso a ripensare alla situazione che aveva trovato, con quel cane rabbioso e il tipo là che guardava la televisione facendosi servire la minestra. E questo lo faceva camminare così in fretta che credeva di non essere ancora a metà strada quando invece era già in via Guasco al numero sei.
La porta dell’edificio era aperta e lui è andato su per le scale, fino al secondo piano, come indicato dalla targhetta nell’ingresso. Ce n’erano sei o sette, di queste targhette, ma quella dell’impresa edile «Marastoni» era stata la prima che Squadroni aveva visto.
Chi v’ha dato il permesso di demolire il mio fienile e di costruirci sopra tutte quelle porcherie, eh? si provava a chiedere salendo le scale Squadroni, in modo da prepararsi per quando avrebbe dovuto affrontare il geometra Cerioli.
Eh, ditemelo. Chi v’ha dato il permesso? Chi vi credete di essere? branco di demolitori che non siete altro.
Solo che quando è stato il momento di arrivare davanti alla porta dell’ufficio dell’impresa edile, ha visto che sull’orario di lavoro c’era l’intervallo della chiusura pomeridiana e bisognava aspettare fino alle tre. Adesso erano all’incirca le due.
Poi, mentre pensava al da farsi, s’è accorto d’aver visto un calendario appeso al muro, giù nell’atrio, aperto al mese d’aprile, e gli è venuto in mente che nel mese di settembre di un certo anno, una sera, era stato in un teatro col maestro Tiberani. Era una delle ultime cose che ricordava d’aver fatto nella sua vita, anche se adesso incominciava a sembrargli tutto un po’ confuso. Ma forse l’unica cosa da fare era proprio quella di cercare il maestro Tiberani e di farsi spiegare un po’ di eventi da lui, che di sicuro ne sapeva qualcosa. Autobus n. z per Rubiera. Squadroni sale anche senza biglietto, che tanto sta vicino alla porta, pronto a scendere al volo.
Mentre andava, ha incominciato a ripensare a un po’ di cose. Era rimasto colpito dal cambiamento di sua moglie, e ha cercato di farsi venire in mente qualche ricordo, ma gli venivano fuori solo delle figure poco chiare. Poi ha cercato di ricordarsi il giorno che si erano sposati, ma non ci riusciva, e allora si è distratto guardando fuori dal finestrino.
L’autobus s’era fermato a un lato della strada e fuori si vedeva il piazzale di una stazione di servizio, con l’impianto per il lavaggio delle auto. C’era anche un uomo che stava asciugando il parafango di una macchina con una pelle di daino. E un altro, in piedi, che aveva estratto il portafogli dalla tasca dei pantaloni e dava dei soldi al benzinaio. Poi l’autobus è ripartito, e Squadroni gli è sembrato che fosse salito un conoscente e ha insaccato la testa il più possibile dentro il colletto della giacca e s’è rimesso a guardar fuori.
Si vedeva un negozio di generi alimentari, con una donna davanti che sgridava una bambina che si era sporcata con un gelato. Attaccato al negozio c’era una tabaccheria con dei gradini davanti all’ingresso e un uomo distinto che si stava accendendo una sigaretta mentre metteva il piede sinistro sul gradino più basso. Portava un vestito grigio con una cravatta marrone. Squadroni ha subito controllato se anche lui aveva una cravatta, e infatti ce l’aveva; probabilmente era un regalo di qualcuno, perché non ne aveva mai comprata una in vita sua, se ben ricordava.
Poi gli è venuto in mente di un matrimonio dove c’era qualcuno a cui avevano tagliuzzato la cravatta, che forse era lui. Gli invitati avevano messo dei soldi dentro un cappello e a turno gli avevano dato una tale accorciata, che alla fine non gli era rimasto altro che il moncherino del nodo. C’era sua moglie, col vestito bianco, che girava fra i tavoli dei parenti dicendo qualcosa di gentile a tutti, se non andava errato coi ricordi.
Poi è stato interrotto nei suoi pensieri da un vocìo rumoroso che gli veniva da dietro le spalle. Erano cinque ragazzi che parlavano di una partita di calcio che si era svolta il giorno prima, e uno di loro diceva che il centravanti aveva sbagliato tanti di quei gol che alla fine della gara, quando è uscito dal campo, uno del pubblico gli aveva tirato dietro una bottiglia.
Ma a un tratto Squadroni s’è accorto che l’autobus non stava più andando nella direzione di Rubiera e immediatamente ha approfittato di una fermata in cui l’autista aveva aperto le porte per scendere.
Fuori c’era poca luce, come se fosse già l’ora del tramonto. Non era la cosa più strana di quel giorno, ma aveva il suo che d’incomprensibile. Anche quando s’è trovato in strada, era sceso assieme a un altro passeggero, eppure adesso era lì da solo. Non importa. S’è incamminato per la direzione che riteneva più idonea e dopo pochi passi era già in aperta campagna. C’erano dei casolari di contadini abbandonati, con degli alberi vicino che sembravano delle macchie scure nel cielo. Su una di queste case si riusciva a leggere la scritta PERICOLANTE. C’era un antico casello diroccato vicino a una casa senza tetto e lì poco distante una macchina tutta accartocciata contro un palo della luce spento.
Squadroni ha sentito un cane che abbaiava e ha visto che nel cortile di una di queste case c’era una tettoia sotto la quale erano impilati dei pezzi di legna da ardere. È rimasto lì un po’ a cercare il cane ma non l’ha visto da nessuna parte.
Poi il cane ha smesso di abbaiare e d’improvviso è stato il silenzio, un silenzio così grande che per poco Squadroni non si spaventava nell’udirlo. E subito dopo s’è sentita una voce d’uomo che lo chiamava: Squadroni… Squadroni… E poi ancora silenzio. Chi è? ha detto allora Squadroni. Sono io, Giacomo, diceva la voce. Giacomo chi? ha detto Squadroni. Ma come, Giacomo Tiberani… non ti ricordi? Altroché se mi ricordo, era proprio lei che stavo cercando, dov’è che non la vedo? Sono qui, ha detto Tiberani. Allora Squadroni s’è guardato intorno ma non riusciva a vederlo. C’era pochissima luce, quasi niente. Qui dove? ha detto. Qui vicino a te. Ma Squadroni continuava a non vederlo. Poi si è avvicinato alla macchina accartocciata contro il palo, da cui gli era sembrato che provenisse la voce, sparlando attraverso il finestrino gli ha chiesto e stava. Come vuoi che stia? ha risposto Tibeni, si fa quel che si può. Alfieri sì che sta bene. Alfieri? Squadroni è rimasto un po’ in silenzio perché non ricordava di aver mai sentito quel nome.
a come, non ti ricordi di Alfieri, il falegname? gli ha detto Tiberani. Lui sì che è ancora vivo. Io invece sono morto due giorni dopo di te.
Le volevo chiedere una cosa, maestro, ha detto Squadroni infilando la testa nel finestrino della macchina. Come mai mia moglie ha venduto il cascinale col fienile? Non lo so, ha detto Tiberani. Poi gli ha chiesto: Tua moglie? quale moglie? C’era uno stupore nella sua voce che sembrava diventare sempre più grosso man mano che il silenzio gli cresceva intorno.
Come, quale moglie? ha detto Squadroni, mia moglie, no? Come mai ha deciso di vendere la casa? Solo che a Tiberani non risultava proprio che Squadroni avesse mai avuto una moglie, e così continuava a dire: Moglie? Moglie? con un tono di voce sempre più stupito e debole.
Perbacco, mi hanno perfin tagliato la cravatta al matrimonio, ha detto Squadroni. Non si ricorda? C’era anche lei… Là che mangiava… Poi si è accorto di esser stato un po’ irriguardoso e ha cercato di scusarsi cambiando discorso. Be’, cosa facciamo adesso? gli ha chiesto, tenendo sempre la testa dentro il finestrino. Adesso stiamo qui, ha risposto Tiberani con una voce che sembrava spegnersi da un momento all’altro. Oppure andiamo via.
Poi s’è aperto un vasto silenzio tutt’intorno, che non si poteva più sentire un alito di niente ed era ormai buio. Squadroni ha chiesto qualcos’altro al maestro Tiberani, ma lui non ha risposto niente. Faceva freddo, o almeno così sembrava. Per terra si sentivano i solchi lasciati da un trattore e dopo un po’ ha incominciato a seguirli.