21 aprile 2011
Nel 2009 è stato ristampato, per Quodlibet, Silenzio in Emilia di Daniele Benati, libro memorabile pubblicato nel 1997 da Feltrinelli nella collana I Narratori. Protagonisti degli undici racconti (o capitoli) che lo compongono, sono i morti che ritornano nella loro terra, l’Emilia, a fare più o meno quello che facevano prima: ma anche il fatto più comune e banale, visto dall’aldilà, diventa una visione, e il tran tran quotidiano diventa la cosa più immaginifica che esista. In Silenzio in Emilia, ha scritto Paolo Nori, autore emiliano amico di Benati, i protagonisti “continuamente si perdono, e sempre, nel libro, per tutto il libro, c’è quell’incanto di quando sei perso, quella tensione che fa sì che ogni cosa che vedi diventa importante”. Indimenticabile l’epigrafe, che traduciamo dal dialetto: «Signore, se ci siete / Fate che la mia anima, se ce l’ho / Vada in Paradiso, se c’è».
Silenzio in Emilia
prima parte
Ci sono molte credenze legate ai morti, che però in tempi moderni non valgono più. La gente non ci crede o non ci pensa, ecco il perché. Mi dice un tale dalle mie parti che i morti tornano spesso dove hanno vissuto, delle volte passandoci in treno di notte, oppure delle altre compiendo un’azione tipica della loro vita. Come quel muratore di Marmirolo che un giorno è tornato al suo paese dopo tanti anni che era morto, ha costruito una casa, poi è tornato via.
Naturalmente si può anche non credere a queste storie, tante volte presentano dei particolari che non convincono. Come nel caso del muratore in questione, che la casa da lui costruita non l’ha mai vista nessuno. Inoltre, non tutte la persone scomparse desiderano tornare nei luoghi dove hanno vissuto, e il più delle volte rimangono dove sono, perché è ormai risaputo che il ritorno a questa vita provoca solo una gran delusione.
Ma la storia che forse viene più da raccontare è quella di Orlando Squadroni, il bidello della scuola elementare di Rubiera, che si era così stancato di vedere che nei suoi dintorni costruivano dappertutto villette a schiera, che gli è venuto l’impulso di andare ad abitare via. Solo che non sapeva dove andare e per un po’ è rimasto lì a covare la rabbia nei confronti dei costruttori e geometri. Finché poi un giorno ne ha parlato col maestro che insegnava nella sua scuola e questi gli ha dato un suggerimento che a Squadroni è piaciuto non poco. Una bella casa da contadino, là in mezzo alla campagna, e vedrai come starai bene, gli ha detto il maestro Tiberani. E così Squadroni ha comprato un vecchio cascinale vicino a Rubiera e ha incominciato a fare opera di ristrutturazione, rimettendo a posto prima di tutto il fienile perché doveva diventare sede d’importanti lavori.
Questo, almeno, nelle intenzioni del maestro Tiberani, il quale negli ultimi anni s’era messo in testa di coinvolgere Squadroni in un’attività di tipo culturale. E Squadroni aveva subito accettato, senza neanche sapere cosa fosse; anzi, si era inorgoglito per questo incarico, dato che aveva ormai cinquant’anni e il suo stato lavorativo era fermo a quello di bidello. Inoltre aveva sempre avuto una gran stima per il maestro Tiberani, anche se non tutti in giro ne parlavano bene. Perché mangiava troppo, a quanto pare, oppure perché beveva.
Squadroni infatti era capace di entrare nella sua aula e di trovarlo intento a mangiare un salame o a bere un bicchiere di vino davanti ai bambini; oppure a fumare delle sigarette senza filtro. Lo poteva trovar là che fumava, con la sua grossa pancia incastrata sotto la cattedra, tutto sbriciolato sui vestiti, che non sembrava nemmeno che stesse insegnando qualcosa, ma piuttosto contemplando lo schermo di un cinema, dal tanto che appariva incantato a guardare la parete.
Anche quando gli parlava del suo progetto, il maestro Tiberani metteva tanto di quell’impeto nella voce, che se nei paraggi compariva una bottiglia di vino, era capace di continuare a parlargliene fino alle prime ore dell’alba. E l’unica cosa che risultava comprensibile in tutti i suoi discorsi erano le parole «fienile di Squadroni», che lui voleva trasformare al più presto in un centro culturale da cui poter svolgere la sua attività.
Aveva anche preso contatto con un falegname di Bergamo che aveva l’hobby di fare delle pubblicazioni, il quale è venuto poi a incontrarli più volte proprio nella nuova casa di Squadroni, a Corticella. Stavano lì tutto il pomeriggio a parlare dei loro progetti e il falegname dimostrava una buona disponibilità di collaborazione, anche se non appariva molto sicuro di possedere i mezzi necessari per realizzare le idee del professor Tiberani, come lo chiamava.
Ma se dopo un po’ incominciavano a comparire delle bottiglie di vino, al falegname d’improvviso venivano in mente delle persone che potevano aiutarlo a trovare i mezzi per mettere in pratica i progetti del professor Tiberani, anche quelli più difficili e d’improbabile realizzazione.
Di questi incontri ne facevano uno al mese, dandosi un ordine del giorno fatto di precise cose da discutere. Il maestro Tiberani aveva detto di voler fondare una rivista di tipo culturale, e per un certo periodo sembrava che fosse quello il suo scopo principale. Solo che quando il falegname di Bergamo tornava a Reggio e andavano a mangiare in una trattoria vicino a Corticella, non c’era mai niente di pronto e si doveva riparlare di ogni cosa daccapo, come se fosse stata la prima volta.
Voglio fare delle critiche, diceva allora Tiberani. Voglio fare una rivista piena di critiche, e la prossima volta ne porterò qualcheduna a titolo d’esempio. Poi si metteva a mangiare ed era capace di non dir più niente per tutto il resto della giornata.
Saranno andati avanti così per qualche anno, senza mai giungere a nessun risultato. C’era il falegname che quando erano insieme nella trattoria a parlare dei progetti culturali, guardava Squadroni e Tiberani con un’aria di grande interessamento e poi, blup, buttava giù un bicchiere di vino e delle volte si addormentava.
Una volta hanno anche fatto fatica a svegliarlo, perché avevano bevuto tanto di quel vino che s’erano addormentati anche gli altri due. E proprio quel giorno hanno preso una multa, appena giù dal viadotto della ferrovia di Masone, che i vigili se volevano potevano metterli in prigione tutt’e tre senza mai più farli venir fuori, dal tanto che eran ciucchi i fondatori della rivista. E di sicuro sarebbe stato molto meglio per loro, visto il disastro automobilistico che poi doveva succedere alla prima curva.
Comunque, dopo sei anni che era morto, Orlando Squadroni è tornato a casa sua passando attraverso i campi della Quinta Possessione, per andare a vedere il suo fienile e magari far quattro chiacchiere col maestro Tiberani. Camminando, si era guardato intorno due o tre volte per rivedere le case del suo paese, ed era così contento che aveva persin salutato una persona che passava per la strada senza nemmeno sapere chi fosse.
Nemmeno che giorno era poteva sapere, o che stagione dell’anno; vedeva solo un cielo grigio, coperto di nuvole, che veniva spostato da un’aria leggera e che sembrava fatto apposta per renderlo ancor più di buonumore. Ma non appena si è trovato nei paraggi di casa sua, ha notato la presenza di un cambiamento e gli è sopraggiunto un presagio di brutta delusione. Tutto il complesso del suo cascinale era stato demolito e al suo posto c’era una buca. Una gran buca, con una palizzata intorno per costruirci una fila di villette a schiera, e un cartellone ai margini della strada che diceva esser opera di un tal Cerioli Claudio, geometra, dal nome scritto in grande.
Squadroni è rimasto lì un po’ accigliato, guardandosi intorno per capire cos’era successo e chiedendosi come mai sua moglie aveva lasciato che facessero quell’opera di demolizione. Gli dispiaceva soprattutto per il fienile, e anche un po’ per la rivista culturale, che adesso chissà dove l’avrebbero stampata.
Poi gli è balenata per la mente una domanda che per poco non lo faceva preoccupare. Come si chiamava sua moglie? Ornella? Silvana? Sandrina? Non se lo ricordava più. È rimasto lì un po’ a pensare, ma di tutti i nomi che gli venivano in mente, non ce n’era uno che avesse la caratteristica di sembrare quello di sua moglie.
Allora si è messo a fissare il prospetto disegnato sul cartellone della società edilizia, frugando nella tasca dove da vivo era solito tenere le sigarette, dal nervoso che gli era venuto. Ma in tasca non aveva niente, solo un bottone di ricambio, ed è rimasto lì un altro po’ a guardare il progetto, cercando di imparare a memoria il nome della ditta, quello del geometra, e anche il numero di telefono che compariva in basso. Perché gli sembrava proprio un amaro scherzo del destino, questo.
Infatti i geometri gli erano sempre stati un po’ antipatici e aveva anche sperato ai tempi della rivista culturale che Tiberani volesse fare delle critiche anche a loro. Anzi critiche forti soprattutto ai geometri, per quelle case tutte carine per il tenore di vita: Altro che tenore di vita: qui ci vorrebbe una bella rivista di critiche, diceva il maestro Tiberani intanto che beveva dei fiaschi di vino.
Ma di tutto questo Squadroni non aveva più notizie da sei anni. Stava lì a guardare il cartellone dell’impresa edilizia, finché a un certo punto non ha visto l’autobus giallo in lontananza passare sulla strada statale e si è messo a correre verso la prima fermata per riuscire a prenderlo. Gli era venuta in mente un’idea che secondo lui doveva portarlo a scoprire qualcosa sul suo fienile.
Squadroni naturalmente non sapeva che nessuno poteva vederlo; così per tutto il tragitto è rimasto a capo chino sulla piattaforma per non farsi riconoscere o dover salutare qualcuno e dare delle spiegazioni sulla sua presenza. Era molto arrabbiato per il destino toccato al suo cascinale e non aveva voglia di parlare con nessuno, al massimo con sua moglie. Ma il problema era dove trovarla.
Aveva anche voglia di passare qualche oretta in sua compagnia, a dire il vero, e di farle questa bella sorpresa della sua ricomparsa; ma il più era dove poterla trovare. Poi gli è venuto in mente un modo. Appena l’autobus ha imboccato la via centrale di Reggio, è sceso giù e si è introdotto in una cabina telefonica per vedere se c’era un qualche numero a suo nome. Ma come si chiamava, accidenti? Non riusciva a ricordarselo. È stato lì a scervellarsi dieci minuti e a sfogliare l’elenco senza che gli venisse in mente qualcosa di sensato.
Poi ha trovato un cognome che gli sembrava che fosse quello di sua moglie; con di fianco un nome che aveva già sentito: Martina Morelli, c’era scritto, insieme all’indirizzo di dove abitava adesso. Coincidenza: era proprio di un quartiere lì vicino, che Squadroni si ricordava per averci comprato una moto usata, tanti anni prima.
Nel frattempo era venuto fuori il sole dalla mattina bigia e spirava un’aria primaverile. Camminando, Squadroni guardava tutta la gente indaffarata che attraversava la strada, chiacchierava, entrava e usciva dai negozi o si fermava nelle edicole per comprare il giornale. Un orologio appeso sotto i portici diceva che mancava un quarto all’una. Ed era un buon orario per trovar sua moglie, secondo lui.
Pian piano gli scompariva anche il nervosismo provocatogli dalla demolizione del suo cascinale, perché gli veniva da pensarci un po’ meno accanitamente. Guardava con meraviglia tutte le innovazioni stradali e i manifesti pubblicitari. Ce n’erano alcuni che propagandavano cose che anche lui si ricordava, e degli altri che non capiva proprio a cosa servissero. In molti manifesti c’erano delle belle donne mezze nude, pur essendo la pubblicità quella di un vestito. Squadroni la cosa che gli veniva più in mente di fare guardando quelle figure era di accendersi una sigaretta; ma non ne aveva neanche una e naturalmente era senza soldi.
Insomma, la città era più o meno uguale a come se la ricordava. Anche là in fondo c’era sempre lo stesso cinema che dava i film d’amore, e dall’altra parte della strada l’officina del meccanico da cui aveva comprato la moto. Chissà se aveva saputo che era morto? Un pensiero che faceva spesso da vivo, Squadroni, era che la cosa che gli dispiaceva di più da morto, era di non poter vedere il suo funerale. Perché gli sarebbe piaciuto sentire cosa dicevano di lui, se piangevano, oppure se dicevano che era stato un bravo bidello o delle altre cose del genere. Poi, per la prima volta nella giornata, si è fatto una domanda che richiedeva una pronta risposta: da quanto tempo era morto? Non se lo ricordava, non si ricordava nemmeno quello che era successo; per fortuna stava per arrivare al numero della via dove abitava sua moglie e lo avrebbe chiesto a lei: da quanto tempo era morto?