Salta al contenuto principale
29 Gennaio 2009 | Racconti d'autore

Tracce del tuo passaggio

di Grazia Verasani, editore Fernandel, Ravenna 2002. Parte terza: Pizza express.

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri.

29 gennaio 2009

Nata nel 1964 a Bologna, la città in cui vive, Grazia Verasani si diploma attrice all’Accademia d’arte drammatica a vent’anni. Dopo varie esperienze teatrali, conosce Tonino Guerra che la incita a scrivere. Pubblica i suoi primi racconti grazie al poeta Roberto Roversi e poi a Gianni Celati che la ospita sul quotidiano “Il Manifesto” nella rubrica “Narratori delle Riserve”. Parallelamente lavora come speaker e doppiatrice e come corista, canta e suona il pianoforte e nel ’96 pubblica il suo primo cd “Nata mai”; l’anno seguente col suo gruppo fa da supporter ai Jethro Tull nella loro tournée italiana. Lavora poi come autrice di testi per cantanti emergenti (Fede Poggiolini, chitarrista di Ligabue), collabora con l’etichetta Irma Records e nel ’99 pubblica il suo primo romanzo “L’amore è un bar sempre aperto” per la casa editrice Fernandel. Nel 2001, sempre per Fernandel, esce il suo secondo romanzo “Fuck me mon amour” e nel 2002 la raccolta di racconti “Tracce del tuo passaggio”, dalla quale abbiamo preso le letture che vi proponiamo.
Nel 2002 al Teatro Colosseo di Roma viene rappresentata la sua pièce teatrale “From Medea” e nel 2004 esce per Mondadori il romanzo “Quo vadis, baby?” da cui il regista Gabriele Salvatores ha tratto un film vincitore di premi importanti. Dal 2006 Grazia Verasani ha una rubrica fissa sulle pagine culturali di Repubblica Bologna. Sempre nel 2006 esce da Mondatori il romanzo noir “Velocemente da nessuna parte”, tradotto in varie lingue.
Nel 2008 “From Medea” viene prodotta dal teatro Stabile di Bologna e rappresentata con successo all’Arena del Sole. In maggio esce per Feltrinelli il romanzo “Tutto il freddo che ho preso”. 


Pizza express

(tratto da “Tracce del tuo passaggio”, Fernandel, Ravenna 2002)

Scorrazzo in motorino per le strade semideserte e penso a Silvia che a quest’ora è sotto un ombrellone di Gabicce a bere l’aperitivo e a farsi rimorchiare da romagnoli in boxer. È partita dicendo che doveva riflettere sulla nostra storia e io ho subito abdicato, sedando le mie lotte intestine con un «Mi pare giusto». (Che se ne fa, mi sono chiesto, una come lei, di uno studente spiantato e fantasioso?)
Gennaro, il titolare della pizzeria d’asporto in cui lavoro, è partito dal sud nove anni fa per raggiungere parenti che avevano già avviato le loro pizzerie in tempi dove i cinesi non erano ancora entrati in concorrenza. Quando mesi fa un take away cinese ha aperto dall’altra parte della strada, proprio di fronte al suo locale, Gennaro ha cominciato ad allungare e pressare l’im­pasto con molto nervosismo, poi è passato dalla rabbia alla creatività: si è messo a inventare slogan e pizze dalle forme più strane, esibendo la manualità di un Silvan e facendo volare in aria Margherite e Saracene – che finivano impigliate nella ventola del soffitto – con l’abilità di un giocoliere.
La moglie di Gennaro fa anche la cassiera, oltre a preoccuparsi di comprare tutto quel che serve e di tenere pulito il locale. E una donna in carne come lui, ma non altrettanto loquace. In nove anni ha sfornato sei figli che tiene buoni a suon di cartoni animati alla tv – appoggiata sopra il distributore delle bibite. A volte Gennaro litiga con la famiglia per questioni televisive; è un patito di Jerry Scotti e quando è l’ora di Passaparola non c’è verso di fargli cambiare canale. Una sera, mentre aspettavo le pizze, ho risposto senza esitazione a una delle domande che Scotti aveva rivolto a un concorrente. Gennaro ha alzato gli occhi verso la tv e, tenendo in mano una manciata di capperi, ha atteso immobile la conferma del presentatore. Sì, la mia risposta era giusta. Allora, con la sua testa mezzo calva lucida di sudore e bianca di farina, ha annuito con rispetto nella mia direzione.
Saluto Gennaro, afferro i cartoni e come ogni sera inizia il mio tour. Mi muovo per un quartiere che conosco a memoria, dopo aver fissato al motorino il contenitore termico pieno di pizze fumanti; non c’è strada o stradina che sia scampata al mio passaggio e non c’è numero civico in cui non abbia premuto un campanello.
In agosto il lavoro scarseggia. Le finestre dei palazzi hanno quasi tutte le tapparelle abbassate; piante curve, assetate, giacciono moribonde sui davanzali delle terrazze. Al numero 7 di via Carlo Porta c’è il signor Tassi che ha ordinato la sua Marinara. E un pensionato vedovo e gentile, appassionato di pesca, che a volte mi rifila dei pescegatti di quattro o cinque chili. Mi invita a entrare per parlare un po’ e lascia la pizza a raffreddare nel cartone; gli basta discorrere del tempo, dell’afa che gli azzera la pressione e del condizionatore d’aria che prima o poi sarà costretto a comprare. Rifiuto una tazza di caffè, ma accetto volentieri un bicchierino di limoncello fatto in casa.
La solitudine del signor Tassi non ha né pretese né insistenze; per questo mi fermo in casa sua qualche minuto più del dovuto. Con Flora è diverso. Da quando ci ha provato con me, lo scorso marzo, apre la porta e abbassa gli occhi sullo zerbino. Non so se è perché si sente in colpa o per orgoglio ferito, fatto sta che da allora mi dà sempre mance molto generose. È una donna sui cinquantacinque, coi capelli color melanzana e le labbra carnose; in estate indossa vestiti fiorati e aderenti e porta ai piedi pantofole coi tacchi. Credo che in gioventù sia stata una di quelle donne sensuali e sfortunate che passavano da un uomo sposato all’altro, fino a ritrovarsi in età matura sole e senza figli. La sua solitudine ha l’odore dolciastro di un profumo merca­ticcio e tutta la violenza di un desiderio scagliato come un sasso in direzioni suicide. La volta che le portai la sua Quattroformaggi, con una scusa mi fece entrare nella sua camera da letto. Non trovava il portafogli, mi disse. «Mi paghi un’altra volta», feci io, preoccupato per l’attesa che si faceva lunga e per le sue occhiate luciferine. Si toccò i grandi seni cascanti e mi sorrise; scappai via senz’aspettare i suoi soldi. Da allora non mi fa più entrare. Ci sono sere che vorrei dirle che è una donna piacente, al di là del fatto che non piace a me, ma poi preferisco lasciar perdere.
Esco dalla casa di Flora dopo un suo grugnito di saluto e alle otto, nonostante altre cinque pizze da consegnare, mi ritrovo seduto sul motorino davanti al numero sedici di via Marziale.
Di solito lei arriva dopo pochi minuti, parcheggia la sua Saxo bianca e scende con un sacchetto pieno di cibo per gatti. Ha i capelli corti, tagliati alla paggetto, e un sorriso che ho chiamato “estate in città”.
Per un paio di volte, incrociandoci davanti alla porta d’ingresso, mentre ero lì per consegnare pizze in qualche appartamento, ci siamo detti “Ciao”. La terza volta, dentro l’ascensore, mi ha spiegato che faceva la cat sitter e che era lì per il gatto dei signori Morelli, in vacanza nelle Dolomiti. Allora, per fare una battuta, le ho detto che in fondo facevamo la stessa cosa: io portavo pizze a chi non andava in ferie e lei sfamava animali rimasti a casa da soli.
«Non è che gli do solo da mangiare» ha pun­tualizzato, «li faccio giocare, gli tengo compagnia… »
«Fantastico», ho detto io.
Da allora non ci siamo più rivolti la parola.

Lei non sa i viaggi che mi faccio da quando l’ho incontrata. Ad esempio, di entrare insieme nell’ap­partamento dei Morelli, di sederci per terra a ingoz­zarci di pizze che non arriveranno mai a destinazione, con il gatto che zampetta tra i nostri vestiti gettati sui cartoni, e io e lei, nudi, a scambiarci di bocca fili di mozzarella come gli spaghetti di Lilly e il Vagabondo e Bologna, fuori, buia e silenziosa come lo sgabuzzino delle scope… Ora che ci penso, non so nemmeno come si chiama.
Verrà, non verrà? Stasera fa ritardo. Guardo l’oro­logio e poi il fumo che sale dal sellino e penso che se non voglio rischiare una lavata di capo da parte di Gennaro è meglio che prosegua nel mio tour.
Rimetto in moto e alla curva vedo la sua Saxo; si ferma, si sporge dal finestrino. «A che ora smonti?»
«Mezz’ora, anche meno», balbetto. (In quel mo­mento mi squilla il cellulare e sul display appare il numero di Silvia. Lo lascio suonare.)
«Pensavo» dice lei «che potevamo andare in una baracchina … »
«Granita», rispondo io. «Ti piace la granita?»
Lei mi fa quel sorriso da “estate in città” e parcheggia la Saxo sotto casa dei Morelli, io rimetto in moto il Piaggio e parto più veloce della luce.
Tra mezz’ora la vedo.

Brano corrente

Brano corrente

Playlist

Programmi