4 dicembre 2010
Le musiche di questa puntata: R. Sakamoto, Modena City Ramblers, Giuseppe Verdi, Sting, Shel Shapiro.
Musica. Ryuichi Sakamoto: Rain
Da Dozza a Bologna per la via Emilia. I camion fanno traballare i vasi di fiori sui davanzali. Comincia a piovere. Piove a Bologna sulla tangenziale. Piove a Borgo Panigale. Sulle soglie dell’autostrada non odo parole che dici umane. Ascolta. Piove dalle nuvole sparse. Piove sui camion che vanno lontano fendendo il buio di dicembre. Piove sui tergicristalli impazziti, sui semiassi e le frecce di sorpasso. Piove sui piloni giganti di un centro commerciale. Piove sulle stazioni di servizio, sulle pompe di benzina, sulle campagne perse nella sera. Piove sul cimitero di Aldo Rossi, sui ponti di Calatrava, sui binari dell’Alta Velocità. Piove sull’ex mondo contadino, sugli affari di cemento, sulle concessionarie d’auto. Piove sui negozi di arredo casa, sui capannoni industriali, sulle aree di sosta. Piove sui vetri, sulle luci al neon, sui balconcini e le saracinesche, sulla tangenziale di Parma, sugli svincoli autostradali in mezzo ai frutteti. Piove sull’autostrada per La Spezia. Piove all’uscita di Borgotaro e sulla strada che porta a Compiano. Piove come se fossimo in Irlanda.
Musica. Modena City Ramblers: In un giorno di pioggia.
A Compiano c’è un castello. Oggi il castello dei principi Landi ospita un hotel di lusso e due piccoli musei. Compiano, classificato tra i Borghi più belli d’Italia, ha vicoli lastricati in salita, sui quali si affacciano palazzi nobiliari e case torri; è protetto dalle mura fortificate del castello, al cui destino è stato per secoli legato. Nella piazzetta con belvedere sulla vallata, siamo solo noi, con gli ombrelli aperti, a gettare uno sguardo sulla notte dell’Appennino. Poche luci accese in lontananza, e nessuno in giro, con questo tempo da lupi. Nel ristorante sulla piazza mangiamo tagliatelle con i funghi: è tardi, e siamo gli unici clienti. Davanti a un bicchiere di vino, un buon rosso dei Colli di Parma, proviamo a immaginare com’era questo borgo nel Seicento, così come abbiamo letto in una cronaca del tempo. Ma prima brindiamo a questo luogo, posto sulla strada che collega l’Emilia alla Liguria, tra i boschi dell’Appennino parmense ricchi di funghi e arboree penombre. “Ai nostri monti ritorneremo …”, canta Il Trovatore di Giuseppe Verdi. Ai nostri monti.
Musica. Giuseppe Verdi: Ai nostri monti (dal “Trovatore”; cantano Placido Domingo e Fiorenza Cossotto, 1970).
Se una notte d’inverno un viaggiatore fosse arrivato a Compiano. Se fosse arrivato in una notte come questa, nel 1617, sotto le poderose mura intervallate da sette torri, con tre porte ben ferrate, alle quali avrebbe dovuto bussare. Se fosse arrivato allora, avrebbe visto tre chiese, un convento, strette case torri addossate alla roccia. Se gli fosse stato aperto, il viandante sotto la pioggia sarebbe entrato nel castello, e vi avrebbe trovato la corte e i domestici, e forse i principi. Avrebbe visto ministri e gendarmi, la guarnigione militare con il capitano, i carcerati nelle prigioni, il fiscale, il fattore, il commissario, il vicario di provvigione, il tesoriere di comunità. Era vivo, allora, il borgo. C’erano i notai, l’auditore, un medico e un maestro pagati con stipendio pubblico, gli speziali, un chirurgo, un barbiere, fabbri, legnaioli, osti, artigiani, il Monte di Pietà. C’era una confraternita di Disciplinati con più di cento membri, preti, suore e frati. C’erano pellegrini e malati nell’ospizio, gli operai della zecca e quelli che preparavano la polvere da sparo. C’era un continuo via vai di gente, molto più di ora. Non sembra ancora finito l’inverno dell’anima: pochi abitanti, qualche seconda casa, molti anziani, le sere vuote: poveri nostri monti abbandonati.
Musica. Sting: Cold Song (da Henry Purcell, 1692; dal cd “If on a winter’s night”).
Il “passaporto della leggera” era, nel gergo ottocentesco dei girovaghi, il misero bagaglio che gli ambulanti si portavano dietro nel loro vagabondare per le strade d’Europa. Fra loro c’erano venditori d’inchiostro, di lumini o pomate “miracolose”, burattinai, musicanti, “fieranti con mercerie”, saltimbanchi. L’epicentro originario di questi vagabondi border line che nei secoli scorsi si spinsero fino ai Pirenei e alla Russia, era la zona del monte Pelpi, nell’Appennino parmense, e in particolare Compiano, dove ha sede il museo degli “orsanti”: così si chiamavano i montanari che, costretti a inventarsi qualcosa per di sopravvivere, suonavano nelle strade e nelle fiere di paese, facendo ballare orsi, scimmie, cammelli. Fare l’orsante era diventato un mestiere, quasi una necessità per i maschi di questo paese, quando la vita in Appennino era veramente dura. Percorrevano l’Europa da Amsterdam a Odessa, da Parigi a Berlino, vivendo come zingari, in strada con i loro animali. Ogni due o tre anni tornavano a casa, giusto il tempo per comprare con i loro guadagni un pezzo di terra, dare un bacio ai figli, farne un altro con la moglie, e poi via, coi loro fagotti, la barba incolta, le scarpe grosse, magari sotto la stessa pioggia che ci accompagna oggi. Noi, come loro, sempre in movimento.
Shel Shapiro: E’ la pioggia che va (cover dei Rokes; dal vivo al Teatro Comunale di Modena, 5 maggio 2007).