18 giugno 2009
Il Novecento è stato chiamato “il secolo breve”, come si trattasse di una sorta di Big Bang dove si è concentrata ed è esplosa tutta l’energia della storia. A rileggerlo con gli occhi di Arrigo Levi, grandissimo giornalista che ha appena dato alle stampe per i tipi del Mulino un intenso libro di memorie e riflessioni, “Un Paese non basta”, il Novecento è uno schermo su cui scorre la pellicola dei giorni, da quelli fortunati e avidi di felicità dell’adolescenza trascorsa in un’agiata famiglia della borghesia ebraica modenese, a quelli cupi delle leggi razziali che ne rompono l’incanto, a quelli smarriti negli occhi di un ragazzo che con la famiglia attraversa in nave l’Atlantico per trovare salvezza in Argentina, rivivendo a suo modo la mitologia dell’ebreo errante. Che poi lo porterà a diventare cosmopolita e giornalista, ma anche, nel 1948, dopo il rientro in Italia, a partecipare alla nascita d’Israele.
Arrigo Levi, nato nel 1926, dopo una lunga carriera iniziata in Argentina – e che lo ha visto corrispondente da Londra e da Mosca, conduttore del telegiornale Rai, inviato speciale e redattore capo de “La Stampa”, capo editorialista del “Corriere”, scrittore e autore di programmi televisivi – è approdato al Quirinale. Dove è stato consigliere del Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, come attualmente lo è del Presidente Giorgio Napolitano.
Un paese non basta
di Arrigo Levi
Parte seconda
“Mi Buenos Aires querido”
La decisione di lasciare l’Italia venne presa da mio padre subito dopo le leggi razziali, che rendevano impossibile condurre una vita normale. Una di esse vietava ai liberi professionisti ebrei l’esercizio della professione, fuorché al servizio dei loro correligionari (ho già detto che alcuni dei clienti più affezionati di mio padre continuarono a consultarlo, ma segretamente; la polizia probabilmente sapeva e chiudeva un occhio: ma fino a quando?). Agli studenti ebrei veniva vietato di frequentare la scuola pubblica: potevamo solo presentarci agli esami da privatisti. Era vietato insegnare, nelle scuole statali e nelle università, o avere impieghi pubblici: mia sorella Alberta, che aveva appena vinto il concorso da insegnante, e il marito, cancelliere in tribunale, rimasero da un giorno all’altro senza lavoro. Era vietato avere personale di servizio o collaboratori non ebrei. C’erano limiti al diritto di proprietà. Insomma, bisognava andarsene.
Già nel febbraio del 1939, pochi mesi dopo la promulgazione delle prime fra queste leggi, mio fratello Alberto, che aveva allora appena ventidue anni, e mi sembrava adulto e bellissimo nei candidi abiti di lino che gli erano stati confezionati per il lungo viaggio in piroscafo, partì per il Sud Africa: doveva preparare il trasferimento di tutta la famiglia, troppo numerosa perché mio padre potesse organizzare rapidamente la partenza di tutti contemporaneamente.
Il Sud Africa, con il senno di poi, fu una scelta sbagliata. Non so perché fosse stata fatta. Meno di un anno dopo, quando a mio fratello venne negato, fortunatamente, il permanent permit (il «permesso di residenza permanente»: se glielo avessero concesso, pochi mesi dopo, con l’entrata in guerra dell’Italia, lui sarebbe stato internato, tutti noi saremmo rimasti in Italia, e il nostro destino sarebbe stato ben diverso), gli restavano aperte due sole mete, raggiungibili con navi di linea giapponesi da Città del Capo: Shanghai, la favolosa e remota Shanghai, meta in quei tempi oscuri di molti ebrei in fuga dall’Europa, verso qualsiasi luogo fosse disposto ad accoglierli; o il Sud America.
Era intanto accaduto che una antica donna di servizio di casa e nostra contadina, la Norma Foroni, che aveva sposato un «casaro», un lavorante del caseificio cooperativo situato sui nostri terreni, emigrato più di dieci anni prima in Argentina dove aveva fatto fortuna producendo ottimo «grana argentino», aveva scritto a mia madre, rompendo un silenzio di anni, dicendole: abbiamo saputo che gli ebrei sono perseguitati; se volete venire in Argentina, come si dice qui da noi, mi casa es su casa. Lettera su carta riccamente intestata dei «Santunione Hnos», fratelli Santunione, che sempre siano lodati. Così mio fratello non partì da Città del Capo per Shanghai, ma per Buenos Aires.
Per noi, intanto, la partenza appariva sempre più urgente. Nel 1941, poco più che ottantenne, era morta la nonna, la mamma di papà. Fosse stata in vita un anno dopo, credo che saremmo partiti egualmente, senza di lei, e senza la zia Nina; o forse no, forse papà avrebbe rinunciato a partire, e chissà come saremmo finiti tutti. Ma in verità, nessuna persona normale poteva nemmeno lontanamente immaginare che la vita di due donne anziane sarebbe stata in pericolo (la Nina, che rimase a Modena, venne accolta, dopo il 1943, con la sorella Edvige, nel convento del Buon Pastore, dove un sacerdote amico di papà andava a trovarla, di tanto in tanto, invitandola a pregare il suo Dio, cosa che non credo la zia Nina facesse).
I quattro anni trascorsi fra la promulgazione delle leggi razziali e la nostra partenza non hanno lasciato ricordi emozionanti nella mia mente. Avevo smesso di andare a scuola, ma davo gli esami regolarmente, come privatista, con successo. Avevo smesso di frequentare il tennis club; ma non ricordo che si fosse formato attorno a noi un clima di ostilità. Il clima famigliare protesse, probabilmente, i più piccoli di noi fratelli. I miei genitori, ovviamente, avevano un’altra percezione della situazione di pericolo in cui ci trovavamo.
Non so esattamente quando, non molto tempo prima della nostra partenza, uno fra i principali clienti di mio padre, grande esportatore di frutta e verdure in Germania, e in qualche modo legato ai servizi italiani, lo aveva avvertito che era meglio andarsene: «in Germania – gli disse – agli ebrei succedono cose tremende». Certo non parlò di campi di sterminio, di cui probabilmente non aveva notizie; ma l’avvertimento, come ricordano i miei fratelli più anziani, era grave.
In Italia, in Europa, l’avvenire era per noi sempre più cupo. Ricordo pochi altri periodi di eguale disperazione nella mia vita – avevo quindici anni – come le settimane della caduta della Francia, che nessuno di noi si aspettava. La gloriosa armata francese era crollata; chi aveva vissuto la Grande Guerra, e ne aveva fatto un mito, chi aveva sofferto, come papà certamente soffrì, per la vergogna della «pugnalata alla schiena» degli storici alleati francesi, non poteva immaginarlo. L’ascolto di Radio Londra, o la lettura dell’«Osservatore Romano», su cui apparivano gli Acta Diurna di Guido Gonnella (anonimo autore di quel resoconto quotidiano degli eventi internazionali che faceva, in quegli anni, del giornale vaticano lettura obbligata per gli antifascisti italiani), offrivano scarse consolazioni, in quei primi tremendi anni di guerra, quando la grande macchia nera del potere nazista si allargava a ricoprire regioni sempre più vaste della nostra Europa. Chi poteva allora sperare in un qualsiasi futuro, in quel mondo?
Ma organizzare la partenza non fu affatto facile. Poco dopo l’arrivo di mio fratello in Argentina il governo di Buenos Aires cessò di concedere a chicchessia visti d’ingresso. Per far aprire le porte del paese rifugio, occorreva trovare la strada giusta. Nel caso nostro, condusse a un apposito decreto del governo argentino, che autorizzava l’ingresso dei dieci membri della famiglia Levi (compreso il marito della maggiore tra noi, e il loro bambino), accogliendo un appello del cardinale Copello, arcivescovo di La Plata, su richiesta dello stesso Santo Padre. L’allora ministro dell’Agricoltura se ne fece presentatore al Consiglio di gabinetto, che, con quelle credenziali, lo approvò. Non vi sono ragioni per supporre che il cardinale, o almeno papa Pio XII, fossero mai stati informati di tutto ciò. Il mediatore fra mio fratello e il ministro, un ispettore del ministero, italiano e profugo dal fascismo, chiese ed ottenne, non per sé naturalmente, una cifra imponente, che pressoché esaurì la somma, frutto della vendita di quasi tutte le terre di famiglia, che intanto mio padre era riuscito a far giungere a Buenos Aires per vie giustamente illegali. Ottenuto il visto, ebbe inizio una fase tormentata e protratta di pratiche varie per rendere possibile il viaggio.
Per avere i passaporti, non c’erano problemi: le leggi razziali escludevano gli ebrei dal servizio militare, e quindi anche mio padre, che pochi anni prima aveva ottenuto con orgoglio il grado di maggiore della Riserva, e mio cognato, anch’egli in età militare, potevano lasciare il paese, e noi con loro. Per raggiungere l’Argentina bisognava però attraversare l’Atlantico, e a tal fine occorreva un altro permesso, il navycert, il certificato della Royal Navy inglese.
Un tale certificato (quando mi è capitato di raccontare questa storia ho sempre suscitato universale stupore; ma era proprio così) poteva ottenersi legalmente in Italia, anche se il nostro paese era già in guerra con la Gran Bretagna, perché la già citata Delasem, la Delegazione per l’assistenza agli ebrei emigranti, costituita qualche anno prima, con sede a Genova, per assistere gli ebrei tedeschi in fuga (ne transitarono parecchi anche da Modena, uno ci fece tante fotografie, altri portavano lampadine e altri oggetti che vendevano, ricevevano piccoli aiuti, e proseguivano verso altri lidi più ospitali), era legalmente autorizzata a rilasciare codesto documento ufficiale inglese a chi fosse «di razza ebraica». Tutto perfettamente legale. Ma non bastava.
Per attraversare l’Atlantico, una volta muniti dell’indispensabile visto argentino e del navycert, si poteva viaggiare su navi spagnole, le sole che affrontassero in quegli anni la traversata; ma bisognava prima raggiungere la Spagna, in treno, attraverso la Francia di Vichy; e occorreva, per questo, il visto della Commissione italo-francese d’armistizio, che si rivelò, inaspettatamente, assai riluttante a concederlo. Dopo avere scartato altre più avventurose ipotesi (come quella del noleggio di un aereo, che Enzo Ferrari era in grado di trovarci), il benedetto visto finalmente arrivò: letteralmente benedetto dalla Santa sede, grazie all’intervento del Vaticano, questa volta consapevole e del tutto gratuito, in virtù di una antica amicizia fra mio padre e un importante esponente della curia, il modenese monsignor Guidetti.
Intanto erano passati i mesi, e anche gli anni. L’Italia era entrata in guerra tra grandi fanfare di vittoria, ma Modena non era stata ancora bombardata. Nella ricca Emilia si viveva ancora relativamente bene, senza che ci fosse scarsità di generi alimentari: specie per chi, come noi, avesse un po’ di terra; altri, meno fortunati, patirono molto. Con la guerra, il paese era diventato sempre più antifascista, in un vertiginoso moltiplicarsi di barzellette contro il regime, che appariva in difficoltà. Ricordo una barzelletta che diceva: «Sai che sono stati requisiti tutti i tandem (le biciclette a due posti)? Perché? Per poter mandare contemporaneamente ordine e contrordine!». Allora faceva ridere.
Poche settimane prima della nostra partenza, nella primavera del 1942, mio padre e alcuni suoi amici antifascisti di Bologna (l’avvocato Jacchia, anch’egli ebreo, poi capo del Cln bolognese, e martire della Resistenza), e di Ferrara (l’onorevole liberale avvocato Cavallari, se ben ricordo), erano stati avvicinati da «emissari di Grandi», per conosceme le opinioni sullo stato del paese: erano i primi segni, che divennero chiari poco più di un anno dopo, il 25 luglio del 1943, del disfacimento del regime. Mio padre decise ugualmente di non rimandare la partenza, non senza un po’ di rammarico, anche se il viaggio attraverso l’Atlantico presentava indubbi pericoli.
Il 9 maggio del 1942, alla vigilia della partenza da Modena, mio padre passò da solo alcune ore nel suo studio: lo studio che suo padre aveva aperto sessant’anni prima, oramai vuoto dei libri e dei fascicoli divisi tra colleghi e amici. Ricordò poi quelle ore come di estremo dolore. Si sentiva colpito, con la sua famiglia, da quella che poi descrisse, in una pagina delle sue memorie, come «una ingiustizia disperante ed esasperante»; disperante per le illusioni passate, esasperante per l’impossibilità di resistere, in regime di tirannia. Si sentiva
ferito a morte in un sentimento del quale non avevo mai dubitato. Cinque secoli almeno, documentabili, di vita della mia famiglia a Modena, la mia appassionata partecipazione alla guerra, una vita di onesto lavoro, mia e dei miei avi, ininterrottamente per secoli, non erano valsi a identificarmi come cittadino della «mia» patria.
Viaggiammo da Modena a Barcellona in treno, con sosta a Torino, al Grand Hotel Ligure, di fronte alla stazione: tre decenni dopo, ci sarei passato davanti ogni giorno, nel recarmi dal mio appartamento in piazza San Carlo alla «Stampa». A Torino ci affidammo a un impiegato dell’«Agenzia di viaggi Perlo», che ci accompagnò fino in Spagna. Da Torino a Port Bou fu un lungo viaggio notturno, attraverso il buio della Francia e dell’Europa, con fermate in stazioni non illuminate e squallide. Ricordo una sosta a Narbonne: si vedeva la vetrina di un negozio di scarpe, che esponeva soltanto un modello in legno di una scarpa, e nient’altro.