Una sbilenca squadra di investigatori è all’opera in Romagna per risolvere una serie di delitti: fanno tutti parte della famiglia di Primo Casadei, un ex spiantato diventato, con un po’ di fortuna, rispettato scrittore senza aver perso la sua vena anarchica tipicamente romagnola. Si può parlare, in effetti, di “mistery romagnolo”, per l’esordio letterario di Carlo Flamigli, già autore di migliaia di pubblicazioni scientifiche e di numerosi volumi principalmente sui temi della fisiopatologia della riproduzione e di endocrinologia ginecologica. Flamigni ha diretto il servizio di Fisiopatologia della riproduzione e l’Istituto di Ostetricia e Ginecologia dell’Università di Bologna ed è professore di Ginecologia e Ostetricia presso la stessa Università. Vive a Bologna.
Un tranquillo paese di Romagna
di Carlo Flamigni
E già capitato, e capiterà ancora, di descrivere personaggi di questa storia introducendoli con un nome diverso da quello di battesimo, o indicandoli con il soprannome attribuito complessivamente alla famiglia. Questa storia dei nomi, complicata come molte storie romagnole, ha bisogno di qualche spiegazione.
La prima cosa che è necessario sapere riguarda la possibilità che il nome dell’anagrafe, magari quello stesso che è stato assegnato al bambino al momento del battesimo, non venga mai utilizzato. Succede così di chiamare Viera una Giuseppina, Alieto un Alberto, Adriano un Amerigo, e questo nuovo nome diventa d’abitudine così importante da far dimenticare il primo: conosco una ragazza che si chiama Adriana perché è stata tenuta a battesimo da suo zio Adriano, che in realtà si chiamava Amerigo. Questo frequente abbandono del nome legittimo non ha spiegazioni, ma solo ipotesi. Ad esempio i romagnoli sono usi definire il nome dell’anagrafe come e nò di sgnùr, il nome dei ricchi, ma è una definizione che probabilmente riguarda alcuni specifici nomi che un contadino non sarebbe in alcun caso in grado di assegnare ai suoi figli: ve lo immaginate Furmàj che chiama il suo primo maschio Gaddo e la sua prima femmina Diletta, o Selvaggia? Ridicolo.
Poi ci sono i soprannomi, quelli delle persone e quelli delle famiglie, cosa complicata dalla possibilità che il soprannome di una persona divenga, nel tempo, il soprannome della sua famiglia. Un bambino che si ammala di poliomielite può finire con l’essere indicato come e zòp, e questo può diventare il suo soprannome; ma può anche accadere che la sua casa finisca con l’essere chiamata la cà de zòp, che il soprannome passi in blocco alla famiglia e che il più grande dei suoi figli, noto campione di maratona, si chiami anche lui e zòp dopo la scomparsa del padre. Qualche volta il soprannome della famiglia ne spiega qualche magagna, qualche volta il significato è misterioso e arcano. C’è stato a lungo un ristorante-osteria, in una cittadina romagnola, che tutti conoscevano come Pirì ad cul rott (traduco?), vai a capire perché. Nella maggior parte dei casi, comunque, l’origine del soprannome è altrettanto chiara quanto è volgare e grossolana (e Pataca, e Bastardazz, e Sgumbié), qualche volta è un po’ più arguta: un ricco proprietario terriero, avaro come il prete di Ravaldino, che andava in giro vestito come uno straccione e piangeva continuamente miseria, veniva chiamato da tutti e pòr Clemènt, una espressione che si usa per i defunti.
E poi, c’è il problema della scelta del nome ufficiale, quello da portare all’anagrafe. Ai romagnoli è sempre piaciuto poco dare ai figli nomi comuni, ci sono meno Carli e Franceschi qui che in tutte le altre regioni italiane. Secondo la mentalità locale, il nome dovrebbe essere originale, o almeno portarsi dietro qualche sorta di messaggio familiare, una specie di sigla. Il compagno di banco di Primo si chiamava Antero e dietro di loro erano seduti due cugini, Eolo e Evio, dietro ancora c’era Edmeo e via così. Un anarchico avrebbe comunque evitato i nomi dei santi, e avrebbe semmai chiamato i propri figli Vendetta, Revolver e Libertà; un comunista, un cattolico, un repubblicano avrebbero fatto scelte diverse, e avrebbero chiamato i propri figli Lenino, Devozione e Mazzino. E poi c’erano i genitori che non ne potevano proprio più di aggiungere posti a tavola, ed ecco povere ragazze costrette a portare nomi come Delusione, Antavleva, Errore. E infine c’erano gli amanti della storia, o gli esperti di mitologia, che sceglievano di preferenza il nome di una musa o quello di una divinità del Valalla. In prima media Primo, che era stato assegnato a una sezione di soli maschi, ci aveva trovato, in lacrime, una bambina che aveva la sfortuna di chiamarsi Erato, come la musa, e di aver inciampato in una segretaria ignorante, che i nomi delle muse non li conosceva proprio e che non aveva avuto la pazienza di leggere il secondo nome della povera Erato, Rosina, inequivocabilmente femminile.
Di questi soprannomi ne abbiamo già incontrati, nella nostra storia. A Primo, ad esempio, era stato affibbiato il soprannome di Terzo, per sottolineare quella che a lungo era sembrata la sua caratteristica e la sua condanna, il destino di non emergere mai, di non essere mai realmente primo. Proverbio era, in qualche modo, un soprannome scontato mentre Pavolone poteva essere la versione italiana del romagnolo Pavlò, un sicuro omaggio alla stazza.
Infine, c’è l’insopprimibile bisogno di deformare il nome, anche quello sovrapposto al nome vero. Immaginate di aver chiamato vostro figlio con un nome molto comune e molto amato dagli italiani, Giuseppe. Ebbene, il fato, la zia Giulia o gli amici del babbo potrebbero trasformarlo, prima o poi, in uno dei seguenti (vezzeggiativi, diminutivi, peggiorativi, accrescitivi, dipende): Jusef, Jusaf, Jusafì, Fì, Fin, Fino, Finet, Fapin, Fapinet, Jafnein, Jafnì, Jafnò, Jaf, Jufi, Fafò, Fafi,Pino, Pinin, Pepino, Pipinì, Pinetto, Pinoti, Pin, Pinota, Pinazì, Pepo, Pipo, Pipino, Pipò, Jusafè, Jusafò, Pipet, Fafeta, Faftì, Fita. L’argomento non è esaurito qui, ma per questa volta vi chiedo di accontentarvi.
Abbiamo dunque incontrato alcuni dei personaggi di questa storia, non tutti naturalmente, ce ne sono altri che premono per essere presentati, verrà anche il loro momento. Anzi, per alcuni di loro il momento è già venuto, perché questa storia non può continuare se non sapete tutto quello che è necessario conoscere sulla famiglia di Primo, sul paese nel quale la famiglia ancora abita e sugli altri abitanti di questo paese.
Storia di una famiglia appiccicata alla coll’ora. La violenza abita sui confini. Parenti, serpenti. La chiesa, la scuola, la farmacia…
La collina romagnola è sempre bella. È bella d’inverno, quando è tutta bianca di neve, bella in primavera, quando si alternano, scrupolose e metodiche, le mille sfumature del verde, bella d’estate, quando si cuoce al sole e s’indora tutta fino a bruciarsi, bella d’autunno, quando si ricompone e si prepara al nuovo silenzio invernale. Meno bello è viverci e, se il vostro mestiere è quello del contadino, è possibile addirittura dire che viverci può essere complicato e difficile.
La vita del contadino è sempre stata aspra e faticosa e solo negli ultimi tempi le modificazioni delle colture e la possibilità di utilizzare un gran numero di strumenti e di mezzi meccanici l’ha resa accettabile. In collina, però, molti di questi mezzi non funzionano o funzionano poco, la terra è grama e la fatica fisica ancora tanta. E così oggi, pensate a com’era 150 anni or sono, quando la famiglia Casadei, detta Buschétt, si era insediata nel podere chiamato la Casaza, prima come coloni del conte M., poi come piccoli proprietari terrieri. Di fatica, allora, si moriva e per aggiungere sei braccia alla forza lavoro bisognava generalmente produrne dodici. Che se poi il buon Dio non si portava via quelle in soprannumero, allora il problema era metterle a tavola.
Alla fine del 1800, alla Casaza vivevano due fratelli, Giuseppe e Andrea Casadei, le loro mogli, tredici figli, e già si sentiva aria di nipoti. In quel periodo il figlio maggiore di Giuseppe, che si chiamava Andrea come lo zio e che tutti chiamavano Muzghina, se ne andò da casa per cercar fortuna a C., il paese più vicino e che sembrava offrire le maggiori possibilità di lavoro a un giovane intraprendente. Lì, Muzghina visse per alcuni anni una vita avventurosa e complicata, che mi riprometto di raccontarvi prima o poi, ma che per ora ci porterebbe troppo lontano dalla nostra storia, per poi arrivare alla conclusione che la cosa migliore da fare per lui e per la sua nuova famiglia era quella di tornare alla Casata. Col passare del tempo, scomparsi i due fratelli, le famiglie non trovarono più l’accordo necessario per continuare a vivere e a lavorare insieme: dopo uno dei tanti litigi, in un momento in cui riuscirono a far prevalere il buon senso, decisero di vendere una parte del bosco e di usare il ricavato e tutti i risparmi che avevano per comprare un podere confinante, chiamato e Sdalétt, dove si trasferì la famiglia del vecchio Andrea. I due poderi erano abbastanza simili, un centinaio di ettari ciascuno, grandi solo in apparenza, perché la terra realmente coltivabile non era poi tanta… Lì vissero e penarono le due famiglie, mantenendo a lungo rapporti per lo meno civili: le donne andavano a messa insieme, gli uomini andavano insieme all’osteria, si incontravano per i matrimoni, le nascite e i funerali, i compleanni nessuno sapeva cosa fossero.
Poi, un giorno, uno dei ragazzi più giovani, e Muri, tornò alla Casaza tenendosi le budella in mano, un colpo di roncola gli aveva aperto la pancia. E Muri non riuscì a vedere il medico, sembrava quasi che la vita avesse fretta di lasciarlo: morì senza dire niente, il nome del suo assassino non lo volle rivelare nemmeno a sua madre. Decisione inutile, perché costui, uno dei nipoti più giovani del vecchio Andrea, era andato da solo dai carabinieri, a costituirsi. Avevano trovato da dire, raccontò, per via di un albero che cresceva proprio sul confine, si sa come vanno questi litigi, uno finisce per fare cose che non avrebbe mai immaginato. L’assassino fu condannato a vent’anni di carcere duro, c’erano anche i futili motivi di mezzo, e uscì dopo diciotto per buona condotta. Tra le due famiglie non fu mai più detta una parola, le donne si scambiavano sì e no un cenno di saluto, gli uomini, quando si incontravano, abbassavano lo sguardo e tiravano via. Una volta il parroco aveva tentato una riconciliazione e gli era andata bene perché ne era uscito senza buscarle.
Il destino delle due case fu comunque molto diverso. Alla Casaza, degli otto ragazzi più giovani, quattro studiarono e gli altri presero strade diverse, uno aprì un negozio si mise a commerciare in legname, due ragazze si sposarono e si trasferirono a casa dei mariti, come è uso e costume. Il padre di Primo era un figlio di Muzghina ed era uno dei quattro che erano riusciti a studiare, a prendere un diploma, ad aprire uno studio in città. A e Sdalétt, invece, ci furono molte disgrazie, molte cose erano andate storte fin dall’inizio e la fortuna continuava a comportarsi da quella puttana stupida e sbadata che tutti conosciamo. Al tempo della nostra storia, la casa era abitata solo da poche persone: l’arzdora era una donna anziana, la Mariuccia, che passava gran parte del suo tempo a occuparsi del marito, e Bì, che era sempre malato e difficilmente si alzava dal letto. Viveva con loro una figlia, vedova, di nome Ersilia, che lavorava a servizio nel paese, era sempre triste e si lamentava di tutto e di tutti. L’unico sorriso della casa apparteneva a una bambina di 6 o 7 anni, di nome Ofelia, l’unica figlia dell’Ersilia. Nessuno lavorava più la terra, ma avevano una porcilaia, costruita spaventosamente vicino alla casa, e con i guadagni che ne traevano riuscivano a campare.
Il paese era molto cambiato, niente ricordava più l’austera povertà dei tempi remoti. Dove una volta c’era un piccolo spaccio, la cosiddetta bottega, nella quale si poteva acquistare di tutto, dai calzini alle sigarette, adesso era stato aperto un grande magazzino dove si potevano trovare più o meno le stesse cose, ma in grande quantità e con la maggiore varietà immaginabile. Vicino al vecchio circolo repubblicano, che ora ospitava anche una trattoria-pizzeria-gelateria, era stato lottizzato uno spazio erboso piuttosto grande e lì erano cresciute villette di ogni tipo, generalmente bruttine, molte delle quali venivano affittate d’estate e che attraevano turisti anziani e taccagni che si portavano le scatolette di carne conservata dalla città e allo spaccio compravano solo il latte e il pane. Al margine del bosco maggiore – quello che veniva chiamato, con un minimo di esagerazione, la furèsta – c’erano alcune case più grandi e più belle, nelle quali si riusciva persino a intuire la mano di un architetto: era in una di queste che Primo e la sua famiglia avrebbero trascorso il tempo che li separava dall’inverno.