30 luglio 2009
Una sbilenca squadra di investigatori è all’opera in Romagna per risolvere una serie di delitti: fanno tutti parte della famiglia di Primo Casadei, un ex spiantato divenuto, con un po’ di fortuna, un rispettato scrittore ma senza aver perso la sua vena anarchica tipicamente romagnola. Si può parlare, in effetti, di “mistery romagnolo”, per l’esordio letterario di Carlo Flamigni, già autore di un migliaio di pubblicazioni scientifiche e di numerosi volumi principalmente sui temi della fisiopatologia della riproduzione e di endocrinologia ginecologica. Flamigni ha diretto il servizio di Fisiopatologia della riproduzione e l’Istituto di Ostetricia e Ginecologia dell’Università di Bologna ed è professore di Ginecologia e Ostetricia presso la stessa Università. Vive a Bologna.
Un tranquillo paese di Romagna
di Carlo Flamigni
Qualche notizia sui protagonisti della storia (per chi ancora non li conosce). Il problema dei nomi in Romagna. Le disavventure di una cinese sulla riviera. Poi ci sono i soprannomi. Breve storia di un protagonista momentaneamente assente.
Primo Casadei, detto comunemente Terzo da alcuni amici e da molti nemici, era un uomo che aveva ancora il privilegio di vivere nella parte giusta dei 50 anni, un passato complicato e non sempre gradevole da ricordare, un presente più che accettabile e un avvenire presumibilmente sereno. Primo era il terzo figlio di due brave persone che avevano impegnato tutte se stesse nell’educazione dei tre ragazzi, due maschi e una femmina, dai quali si aspettavano molto e ai quali avevano affidato la crescita sociale della famiglia. In effetti, due di loro avevano risposto alle attese; Primo, purtroppo, no. Di tutta la vasta famiglia dei Casadei (Primo aveva più di quaranta cugini) lui, ultimo arrivato, era probabilmente il più intelligente; non gli mancavano neppure le doti che servono per avere successo, all’Università, o nelle carriere professionali: una straordinaria memoria, una vera passione per la letteratura e la storia, una grande capacità di risolvere d’istinto i problemi della matematica: gli mancavano però completamente il buon senso, la percezione del rischio e il comune senso della morale. All’Università non si iscrisse neppure, tentò le vie più tortuose e divertenti che la sua notevole fantasia gli metteva a disposizione, commettendo un errore dopo l’altro: non indovinò mai amici e morose, passò persino un breve periodo di tempo in carcere e per un altro breve periodo di tempo si trovò a lavorare per una compagnia di gaglioffi che aveva le mani in pasta in tutti i commerci disonesti che si svolgevano nella riviera romagnola. Così lo trovò la vita quando, a poco meno di 50 anni, fu costretto a tirare le somme: niente casa, niente lavoro, una moglie cinese, Maria, due gemelline, Berenice e Beatrice, più di diecimila libri, nemmeno una libreria. Poiché nessuno dei conti tornava, si chiese se aveva qualche senso cercare di ripartire da zero: le virtù che non aveva, un po’ se le impose, un po’ se le inventò; sfruttò le sue innumerevoli letture e la sua straordinaria memoria e scrisse un libro, una storia della Romagna papalina, che ebbe successo e vendette più di 20.000 copie. L’editore lo stimolò a scrivere ancora, poi gli fece un contratto, poi lo aiutò a inserirsi tra gli scrittori di qualche successo. La fortuna, la stupida, ingiusta fortuna, se lo prese tra le braccia e gli assicurò di colpo le cose che gli aveva sempre negato: soldi a sufficienza, il rispetto di molte persone, una certa notorietà, una casa, una famiglia, un paio di amici sinceri. con questo patrimonio assicurato, passata la paura per la salute di Beatrice, Primo si accingeva a trasferirsi nei luoghi dove la sua famiglia aveva le radici, pieno di curiosità, senza particolari preoccupazioni, insomma, sereno. Certo, non si era trasformato in un santo: molti avrebbero certamente trovato da ridire sul suo concetto di giustizia, e il suo senso della morale avrebbe dovuto essere revisionato; frequentava amici che avrebbe dovuto evitare e ogni tanto, con discrezione, perdeva la testa dietro a un paio di tette. Ma come lui stesso amava ripetere, chi non ha peccati… (al che Proverbio replicava che lui si preoccupava soprattutto di chi non aveva pietre). Che altro si può dire di Primo? Forse qualcosa sul suo aspetto, qualcosa sulla sua salute. A sentire le donne, un gran bell’uomo, alto, magro, moro, una specie di torero con l’aria dell’intellettuale. Ma atassico, con poco equilibrio, per via, diciamo così, di un incidente. E, soprattutto, una gran testa.
Difficile dire qualcosa di come fosse la vita di Maria prima dei vent’anni. Viveva in Cina, da qualche parte, aveva una famiglia, un lavoro, probabilmente degli amici. Era felice? Molto probabilmente no, sennò cosa accidenti mai l’avrebbe indotta a lasciare il suo paese per finire ai lavori forzati, e per di più come clandestina, in un piccolo villaggio romagnolo?
Cosa aveva fatto incontrare Maria e Primo fa parte di una storia che non può essere raccontata qui, troppo lunga e troppo complicata. In realtà Maria si era offerta – non come volontaria, no, per fare i volontari bisogna essere ricchi – di far crescere nel proprio grembo il bambino di un’altra donna e le cose erano arrivate a buon punto, poi qualche errore di troppo, qualche bicchiere di troppo, ed ecco che lei si era ritrovata incinta proprio di Primo e proprio di due gemelle. Sapete come succede, bella ragazza lei, uomo di fascino lui…
Una bella ragazza Maria lo era veramente, bella alta, belle tette, bel sederotto appena appena un po’ giallino, una festa per gli occhi. Se uno le voleva proprio trovare un difetto, allora bisognava guardare altrove, al carattere per esempio: Maria era di poche parole, anzi di pochissime parole, molto determinata (si potrebbe dire anche una gran zuccona) e molto poco incline ad ascoltare le ragioni degli altri. Era anche, come direste voi…, ecco, un po’ originale. Al suo arrivo in Italia si era fatta un punto d’onore di imparare l’italiano, cosa non facile, visto che non parlava con nessuno e non aveva soldi per le lezioni: con i primi risparmi che era riuscita a metter da parte, non immaginate a prezzo di quali sacrifici, aveva comprato una radiolina, che era diventata la sua insegnante di italiano. I programmi li aveva però scelti a caso: quello che ascoltava di più era di una emittente locale, che trasmetteva soprattutto canzoni romagnole e festival di poesia dialettale, seguito a qualche distanza da un secondo dedicato quasi esclusivamente alla trasmissione di funzioni religiose, finanziato da una ricca signora un po’ stramba che esigeva che almeno una parte delle funzioni fosse celebrata in latino. Inevitabile, si può anche dire un po’ imbarazzante, il risultato. Maria, oltre al cinese, parlava, come seconda lingua, con ottimo accento e ricchezza di vocaboli, il dialetto romagnolo: diceva, lasum stè, invece di lasciami stare, e et la pré a cà tù, invece di chiudi la porta; cantava bèla burdèla a voce spiegata come una canterina di Lugo. E, da atea che era, era diventata cattolica, con molta simpatia per un tale Lefèvre, un monaco dalle idee chiare e di cattivo carattere, cosa che Maria apprezzava molto negli uomini. Che dire di più? Ebbene, Maria era molto parca nel distribuire il suo affetto, la fetta maggiore del quale andava naturalmente alle gemelle e a Primo (per i quali si sarebbe fatta uccidere senza una minima esitazione), la fetta residua a Proverbio, che considerava come il proprio consigliere personale. Anche a Pavolone, è vero, anche a Pavolone voleva bene, ma era tutt’altra cosa, un affetto diverso, un po’ come quello che si prova per il proprio cane.
Maria non aveva la più pallida idea di dove fosse la nuova casa nella quale si trasferivano, ma dove c’erano le gemelle e Primo, là c’era la sua casa, il resto era tota pula, roba da ridere. L’animo di Maria, mentre salivano le strade della collina alta, era assolutamente sereno.
Passati gli ottanta, diceva Proverbio, con un dolore per ogni osso e un male nuovo ogni mattino, si campa alla giornata e si vive di ricordi. E di ricordi Proverbio ne aveva per almeno dieci vecchi come lui. A 18 anni si era tolt da cà, strappato da casa, ed era andato in giro per il mondo a cercar fortuna, facendo tutti i lavori per i quali non è necessario essere laureati e anche qualcuno di più. A 50, si era ardòt a cà, riportato a casa, e aveva scoperto di aver lasciato il paradiso per il purgatorio. Aveva speso bene i quattro soldi che aveva risparmiato, si era fatto un monte di amicizie, si era costruito, da anziano, il nido che ospita in genere gli uccellini implumi, quelli che non sanno ancora volare, i caganid. Nei molti anni trascorsi lontano dal suo paese, delle lingue straniere aveva appreso solo l’indispensabile per sopravvivere, conversazione l’aveva fatta solo con gli italiani, e soprattutto, quando era possibile, con i romagnoli. Nella sua valigia c’erano sempre stati i libri di Guerrini e di Beltramelli, e non c’era mai stato nessuno, né a Forlì né a Ravenna, che avesse conosciuto tanti proverbi romagnoli quanti ne sapeva lui né che li avesse saputi tirar fuori al momento giusto con altrettanta perizia. Di qui, il suo soprannome.
Quella che lo legava a Primo era un’amicizia spontanea, naturale e profonda, uno sa che l’altro esiste e questo gli basta per sentirsi il cuore un po’ più caldo. Così la famiglia Casadei, nei momenti più grami, era andata a vivere nella grande casa di Proverbio, una casa da contadini, certamente, ma con tutte le comodità, c’era persino il gabinetto in casa; poi, quando l’emergenza era finita, i Casadei, che avrebbero anche potuto sistemarsi nel lusso, avevano deciso di restar lì: la casa era stata sistemata per il meglio, ma ormai la sentivano come propria, erano diventati una sola famiglia. Per questo, proprio perché ormai erano una sola famiglia, Proverbio li seguiva e andava ad aspettare con gli altri che Beatrice si ristabilisse del tutto. Sapeva che quanto gli restava del gomitolo della sua vita non era molto lungo, ma se ne curava poco, riusciva a restar sereno anche quando pensava alla morte. Mentre salivano verso la nuova casa si interrogava su alcune questioni vitali: avrebbe trovato dei funghi ? C’era un posto dove poter giocare a maraffone?