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22 Ottobre 2011 | Paesaggio dell'anima

Viaggio in un paesaggio terrestre. Seconda puntata

Un viaggio in regione attraverso la musica

Puntata n.84, 19 novembre 2007A cura di Claudio Bacilieri, lettura di Fulvio Redeghieri

22 ottobre 2011

Musica. Sergio Cammariere: Non mi lasciare qui.

“Non mi lasciare qui, tra questa polvere / tra questo ferro che diventa ruggine..”. Cari ascoltatori, questa canzone di Sergio Cammariere, raffinato interprete e pianista di scuola jazz, ci introduce al tema di oggi. Polvere, ferro, ruggine sono i segni della “terrestrità”, se così possiamo chiamarla. Come sapete, stiamo cercando i segni di un paesaggio terrestre, che è quello, in fondo, che tutti noi siamo abituati a vedere: una striscia verde o marrone all’orizzonte, e sopra la parte azzurra del cielo.

Cosa è rimasto di questo paesaggio, e cosa è rimasto del paesaggio rappresentato e reso immortale da poeti e pittori nelle loro opere? A queste domande cerchiamo di rispondere facendo un “Viaggio in un paesaggio terrestre”, sulle orme dell’omonimo libro dello scrittore reggiano Giorgio Messori e del fotografo Vittore Fossati, pubblicato da Diabasis, editore in Reggio Emilia.

I reggiani, bisogna saperlo, hanno quasi nel dna l’amore per il paesaggio, dal pittore Antonio Fontanesi, uno dei maggiori paesaggisti di fine Ottocento, a Luigi Ghirri, indimenticato maestro della fotografia contemporanea, allo scrittore Ermanno Cavazzoni, autore del “Poema dei lunatici” da cui Fellini ha tratto il suo film “Le voci della luna”. La fotografia del paesaggio, in particolare, è un tema che ha radici a Reggio Emilia, come dimostra la settimana della Fotografia Europea che si svolge in primavera e che nell’edizione 2007 ha avuto come tema le città. Inoltre a Reggio ha sede la Biennale del Paesaggio, evento che coinvolge le università, le comunità scientifiche e intellettuali, le amministrazioni pubbliche.  

Pontili arrugginiti, chiodi, pali nell’acqua, ferro e legno: ecco la “terrestrità” come la celebra, a modo suo, il cantautore Pacifico. La visione è quella delle barche sulla riva: “legno a scarti, a schegge e a miniature,/e i pali con l’acqua alla vita,/nodi, chiodi e ammaccature./E la ruggine ustiona le ancore e i pontili,/ sceglie il ferro come compagnia..”.

Musica. Pacifico: Nel giardino tropicale

Il loro paesaggio terrestre, il fotografo Fossati e lo scrittore Messori sono andati a cercarlo in diverse parti d’Europa: nel Giura in Francia sulle orme di Courbet, sempre in Francia a Vaucluse inseguendo Petrarca, in Provenza alla montagna Sainte-Victoire, che compare nei quadri di Cezanne. E poi in Engadina per evocare Giacometti, in Olanda a Delft per ritrovare gli incanti di Vermeer, in Pomerania a vedere i paesaggi solitari di Friedrich, e ancora a Capri nel regno dell’imperatore Tiberio, di nuovo in Francia alla ricerca della città ideale dell’architetto Ledoux e delle vibrazioni rosse e gialle della “strada delle ocre” a Roussillon. In tutti questi posti hanno cercato gli elementi che compongono il paesaggio, annotando e scattando fotografie; hanno osservato, amato, rifiutato e rimpianto; alla fine hanno concluso che “il paesaggio non è solamente immagine, sono anche i nostri desideri, nostalgie”.

Prima di continuare, ascoltiamo un brano che potremmo definire di “blues rurale”. E’ del chitarrista Alessandro Stefana, che con la sua psichedelia vintage ci introduce a un paesaggio terrestre quale potrebbe essere un cimitero di balene…

Musica. Alessandro Stefana: Whales cemetery.

“Essere in un paesaggio terrestre vuol dire abitare la materialità delle cose, essere nella pesantezza del mondo – scrive Messori dalla sua casetta in affitto a Villa Minozzo, il paese dell’Appennino reggiano che è il punto di partenza del libro che vi stiamo raccontando. “Così andavano bene le frane, i sassi, il fango, la terra, i legni bruciati. Ma era paesaggio terrestre pure il mio appartamentino ammobiliato con la tivù in bianco  e nero sopra il frigo (…). Anche quella era terra”.

Davanti al lago di Gazzano, nella montagna reggiana, Messori osserva che “il colore del lago è il colore dell’acqua morta, perché non c’è l’energia che si vede nel mare, nei fiumi che corrono”. Il lago evoca dunque l’immagine di una stagnazione funebre, luttuosa; ma allo stesso tempo è luogo di pace, come i cimiteri di campagna. Per lo scrittore Robert Walser, era il luogo ideale dove concludere una passeggiata e immergersi nella luminosità del cielo, di cui il lago è il riflesso. Ma è anche uno di quei posti dove la calma che regna è artificiale, preludio di crudeli intenzioni, di sciagure in arrivo, come insegnano tanti film gialli o horror. 

 Musica. Craig Armstrong: The space between us

 Un altro luogo che attira i nostri due “viaggiatori in un paesaggio terrestre” sono le sorgenti. In Francia, a Fontaine de Vaucluse seguono la via di Petrarca. Si immedesimano nel poeta, al quale piaceva scoprire posti segreti, appartati, da cui contemplare il mondo.  Uno di questi luoghi era la sorgente della Sorgue – ricordate “chiare, fresche e dolci acque”? Questo fiume nasce da un antro, una caverna che raccoglie l’acqua piovana dell’altipiano di Vaucluse. Nel suo trattato sulla vita solitaria Petrarca, citando Seneca, dice che “l’improvviso sgorgare di un fiume dai visceri della terra fa sorgere altari”. Pensare e scrivere, in un posto così, equivale a pregare. La poesia, il canto, diventano una fonte di devozione, davanti al mistero di queste limpide acque che emergono dal baratro di una grotta. Prima di abbandonarci alla visione di questo fiume che esce dalla rupe, traiamo le nostre conclusioni. Tutti noi siamo spinti, come Petrarca, a cercare luoghi che favoriscono la contemplazione. La natura, in quanto paesaggio, ha un alto valore estetico. L’arte e la poesia ammantano di piacere il paesaggio, lo trasfigurano. Una poesia scritta in montagna, dice Petrarca, ha “sapore d’erba alpina”, viene dall’alto. Ma sono discorsi che ci portano lontano. Li riprenderemo la prossima volta.  

Musica. Brian Eno: By this river

Brano corrente

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