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1 Dicembre 2011 | Racconti d'autore

Viva la vida!

di Pino Cacucci, Feltrinelli, 2010 (seconda puntata)

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri

1 dicembre 2011

Pino Cacucci, bolognese d’adozione, mette in scena l’appassionata esistenza di Frida Kahlo (1907-54), la pittrice americana amata da Diego Rivera. Un monologo teatrale (recitato da Chiara Muti nel 2009) che ripercorre le sofferenze della reclusione forzata di Frida a causa dell’incidente subito a 17 anni, i deliri artistici di pittrice affamata di colore, la relazione fondamentale con Diego Rivera, che sposò nel 1929. Con Frida, Cacucci conclude la sua trilogia dedicata alle donne che furono le protagoniste nella Città del Messico postrivoluzionaria: Tina Modotti e Nahui Olin, che conobbero e frequentarono Frida, da cui la divisero i travagli delle passioni politiche e le scelte individuali.

 

[sorride tra se]

Che ironia della sorte… Quando Troèkij sbarcò a Tampico andai io a riceverlo, Diego era a letto con una colica renale. Lo portai qui, nella Casa Azul, con sua moglie Natalia.

E il Viejo León si è invaghito di me.

La sua sembrava una passione vera. Vecchio pazzo. Mi scriveva lettere da far arrossire persino me, che ne ho viste e fatte di tutti i colori in questa pinche vida.

Lo ammetto: ero lusingata, almeno all’inizio. León Troèkij, fondatore dell’Armata Rossa, il rivoluzionario di ferro, innamorato di me, la sciancata Frida Kahlo. Poi, a un certo punto, pieno di sé com’era, ha detto che voleva “portarmi via a Diego”.

Portarmi via a… Diego? !

[si rivolge a Troékij, nel buio]

E tu, León… hai davvero creduto di avere un simile potere? Povero illuso. Tu non sai niente di me. Sono io che decido se voglio lasciarmi portare via. Deciderò io persino come e quando lasciarmi portare via la vita, figuriamoci se

tu avresti mai potuto portarmi via a Diego! Povero León: non hai capito un accidente di me, come non hai capito niente di questo paese! Io, Diego, il Messico, siamo troppo complicati e troppo semplici, per uno come te che al posto del cuore ha soltanto macerie!

[torna tra sé e i ricordi]

Ma non sono stata io a scatenare la rottura tra lui e Diego. Non so, forse Diego aveva intuito… Però il Vecchio era diventato insopportabile. Diego aveva sacrificato tutto, aveva mandato al diavolo il Partito, subiva ogni sorta di infamia, e lui, Troèkij, lo ha accusato di “sfrenato individualismo, di cui soffrono tutti gli artisti, la quintessenza dell’egoismo”. Che diritto aveva di trattarlo così? Diego rischiava la pelle per difenderlo e tenerlo in casa, che a quei tempi significava dover girare armati, con la pistola sempre carica nella fondina e la scorta di polizia davanti alla porta…

E pensare che a un certo punto avevo persino pensato di andare a combattere in Spagna.

Macché combattere… Be’, sì, volevo andare in Spagna, tanti messicani erano laggiù, se solo avessi avuto meno ossa rotte e un po’ di salute …… Ve l’immaginate? Frida che va alla guerra: con una scorta di busti ortopedici, un fiasco di morfina, uno scatolone di Demerol e due o tre medici al seguito. Ma è andata bene così. Perché più passano i giorni, e più sono confusa. Sarei andata per lottare al fianco di chi? Ormai ci azzanniamo l’un l’altro come cani rabbiosi, tutti si dicono comunisti e non aspettano altro che piantare una pugnalata nella schiena di altri che si dicono comunisti! Cannibali, ecco cosa siamo diventati… cannibali.

[afferra un giornale, `EI Machete», organo del Partito comunista messicano, e si rivolge a Diego, come se fosse presente]

Ecco, Diego, guarda: per questi qui, tu sei peggio di Hitler, Mussolini e Franco messi assieme! In Spagna ci si scanna, i fascisti stanno facendo una carneficina, e loro considerano te il loro principale nemico al mondo! Come abbiamo fatto a diventare così? Io sono comunista: ma che accidenti vuol dire, essere comunista?

[si siede. Riflette. Con voce colma di tristezza, ricorda]

Avevo un’amica. Un’amica vera. Un’amica che amavo e che mi amava. Si chiamava Tína Modottí. Grande fotografa. Ritraeva la vita in tutto il suo dolore, in tutta la sua ingiustizia… La vita in tutta la sua lacerante tenerezza. Nel ’28 eravamo inseparabili. Nottate a discutere, a ciclostilare, e poi via, per le strade, alle manifestazioni… sempre insieme. Ci univano lo sdegno, la rabbia, l’odio per lo schifo del mondo, ma ci univa soprattutto la gioia di credere in qualcosa insieme, un grande ideale comune, l’illusione che ci fosse ancora qualcosa di pulito e limpido per cui combattere, e continuare a prendere a morsi la vita. Avevo poco più di vent’anni ed ero appena risorta dalla mia tomba di gessi e cateteri, giravo in pantaloni da lavoro e giubbotto di cuoio: Tina mi chiamava “maschiaccio”, ma con quanta tenerezza… A casa sua c’era spesso anche Diego. Tina aveva posato nuda per un suo affresco e credo che, come la maggior parte delle donne che gli facevano da modelle, ci fosse anche andata a letto. Qualcuno diceva che era stato proprio per colpa di Tina se Diego aveva divorziato da Lupe. Non lo so, che importa… Ricordo che una sera, sempre a casa di Tina, Diego entrò e ci squadrò di traverso: era un momento di stanchezza, stavamo scrivendo un volantino per una manifestazione e sul grammofono c’era un vecchio disco un po’ triste. Diego tirò fuori la pistola e sparò sul grammofono, quel pazzo! Io mi misi a ridere, mentre Tina si limitò a sospirare, come se fosse del tutto normale. Diego non ha mai sopportato la malinconia: per lui la vita è impeto, energia, lui è instancabile, pieno di forza, sempre pronto a gettarsi in nuovi progetti. E quando ci siamo sposati, nell’agosto del ’29, siamo andati a casa di Tina a festeggiare con pochi amici…

[si passa le mani sul volto, in un gesto di tristezza]

Solo due mesi dopo, quando Diego ha lasciato il Partito… da un giorno all’altro Tina ci ha cancellato dalla sua vita. Ha detto solo: “Se il Partito lo considera un traditore, allora lo è anche per me”. Tutto qui. E non ci siamo più riviste.

Diego, un traditore. Trockij, un traditore. Stalin, un tiranno traditore per alcuni e la speranza dell’avvenire per altri. In Spagna, si sparano nella schiena tra compagni, traditori gli uni per gli altri. Ci sbraniamo tra noi, e la storia si ripete sempre uguale.

In Messico la sappiamo lunga, in quanto a cannibalismo. Tutti rivoluzionari e tutti a sparare su altri rivoluzionari in nome della propria rivoluzione.

Stalin… Trockij… Questi “grandi uomini” che si credono depositari della verità e responsabili del destino degli esseri viventi… Quando si tratta di mettere in pratica gli ideali più puri e nobili, gli uomini riescono a essere dei Re Mida alla rovescia: trasformano in merda il miele della vita. Trasformano i sogni in incubi, e poi li chiamano “dolorose necessità”. A volte mi sento così stanca, delusa, tutto mi sembra così inutile, così… Non lo so.

L’unica certezza è che la vita non avrebbe senso, se smettessi di sognare.

Ma a me che cosa resta di tanti sogni, di tutta la passione che ho messo nei miei ideali? E sono davvero miei, gli ideali, o mi illudo che lo siano soltanto perché oggi infiammano Diego, volubile e contraddittorio come solo lui sa essere, e domani, chissà…

Ma qual è la MIA rivoluzione? Dipingere me stessa martoriata eppure attaccata alla vita co

me una sanguisuga? ! È questa, la mia rivoluzione?

[rivolgendosi a Diego immaginario]

E per te, Diego, che cosa diavolo è la Rivoluzione?

[si astrae, tornando ai ricordi, sorride malinconica]

Amore mio, quanto sei bugiardo…

Ti danno del mitomane. Ma solo io capisco che sei bugiardo perché la tua incontenibile immaginazione ti costringe a esserlo, come lo sono i poeti, o i bambini non ancora resi idioti dalla scuola o dalle madri. Ti ho sentito dire ogni genere di bugie, dalle più innocenti fino alle più complicate, ma sempre con una grande ironia e un meraviglioso senso critico.

Sì, sei un adorabile rospo bugiardo.

Anche con me.

Carogna.

Ti ricordi, Diego? In ospedale, a New York. L’ennesima operazione, l’ennesima, inutile, speranza…

Sei entrato nella mia stanza con un mazzo di fiori.

[stringe i denti come per una fitta di dolore e si rivolge a Diego immaginario]

E allora, grande artista internazionale… Come vanno i tuoi contatti qui a New York? Gringolandia ha ripreso a darti soddisfazioni o ti sei finalmente rassegnato al fatto che sono tutti un branco di pescecani pronti a sbranarti?

Ah, certo… Tu non sei venuto a New York per lavoro, sei qui per me. Solo per me, vero?

[superando a fatica un’altra fitta dolorosa]

Sei un artista completo, Diego: anche come attore te la cavi… Ecco, bravo… Hai fatto bene a portare dei fiori. Spero che il loro profumo copra il tanfo di morte che mi porto addosso. Sto marcendo da viva… ammesso che questo schifo si possa chiamare “vita”. L’infermiera che è appena andata via aveva la faccia di una che stava per vomitare.

[annusa l’aria, percepisce un profumo]

Animale! Hai ancora il suo profumo addosso, lurido rospo! Fai un olezzo dolciastro, sembra deodorante da cesso! Sai che gran miss doveva essere, la tua troia di turno, se usa un profumo così dozzinale! Preferisco il mio puzzo di cadavere!

Fai proprio schifo, Diego… Sei venuto fino a New York con la scusa di assistermi… e te ne vai in giro a scopare come al tuo solito. Intendiamoci: lo hai fatto tutta la vita, non puoi certo cambiare adesso. Ma almeno qualche giorno di tregua, almeno non venire in ospedale con il suo odore addosso, Cristo! Mi sento insultata quando vai con qualche donnaccia che non vale neppure il prezzo di un mazzo di fiori! E adesso, i fiori li porti a me… sei patetico. Appena riuscirò ad alzarmi, faranno la fine di quel braccialetto di merda.

Ah, neanche te lo ricordi? ! Un braccialetto di diamanti, roba da gran signora… e magari l’avevi comprato per una delle tue conquiste, chissà poi cos’è successo. Aahhh! Bastardo, eri

in piena stagione delle bionde americane… bellissime, esuberanti, generose con gli artisti… sfondate di soldi, e così affascinanti al volante delle loro fuoriserie decappottabili. Un giorno sei arrivato con quel braccialetto di merda! Era il tuo modo per farmi stare buona e zitta, per mettere a tacere la storpia rompicoglioni. Dicevi che dovevamo essere al passo coi tempi, che la gelosia era roba da Terzo mondo, da retrogradi, che non si addiceva a una coppia “cosmopolita” come noi due. Quante stronzate ho dovuto sorbirmi da te. Se almeno non avessi infarcito di balle ogni carognata che mi hai fatto! Una volta mi hai dato della troglodita perché eri tornato pieno di graffi sulla schiena e io ho fatto l’ennesima scenata. Tu sempre in giro a caccia di puttane d’alto bordo e dollari da buttare dalla finestra non appena li incassavi, e io chiusa in albergo a dipingere l’inferno della mia solitudine…

Però… non è vero, non ero affatto sola: avevo le mie compagne inseparabili… la bottiglia di brandy, le fiale di morfina e le pastiglie di Demerol. Ah, ma non so perché perdo ancora tempo, sono proprio una scema, hai ragione tu: solo un’idiota poteva amare uno come te, aspettando infinite volte l’alba nella speranza che tornassi da me… No hay remedio.

Brano corrente

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