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24 Novembre 2011 | Racconti d'autore

Viva la vida!

di Pino Cacucci, Feltrinelli, 2010 (prima puntata)

A cura di Claudio Bacilieri. Lettura di Fulvio Redeghieri

24 novembre 2011

Pino Cacucci, bolognese d’adozione, mette in scena l’appassionata esistenza di Frida Kahlo (1907-54), la pittrice americana amata da Diego Rivera. Un monologo teatrale (recitato da Chiara Muti nel 2009) che ripercorre le sofferenze della reclusione forzata di Frida a causa dell’incidente subito a 17 anni, i deliri artistici di pittrice affamata di colore, la relazione fondamentale con Diego Rivera, che sposò nel 1929. Con Frida, Cacucci conclude la sua trilogia dedicata alle donne che furono le protagoniste nella Città del Messico postrivoluzionaria: Tina Modotti e Nahui Olin, che conobbero e frequentarono Frida, da cui la divisero i travagli delle passioni politiche e le scelte individuali.

La pioggia…

Sono nata nella pioggia.

Sono cresciuta sotto la pioggia.

Una pioggia fitta, sottile… una pioggia di lacrime. Una pioggia continua nell’anima e nel corpo.

Sono nata con lo scroscio della pioggia battente.

E la Morte, la Pelona, mi ha subito sorriso, danzando intorno al mio letto.

Ho vissuto da sepolta ancora in vita, prigioniera di un corpo che agognava la morte e si aggrappava alla vita.

Molte volte sono stata sigillata dentro bare di ferro e di gesso, ma… io resistevo, ascoltavo il mio respiro e maledicevo il lerciume del mio corpo devastato.

Ho imparato nella pioggia a sopravvivere: alla barbarie di una vita spezzata, a me stessa dolorante e, infine, a Diego.

Diego è come la mia vita: un lento avvelenamento senza fine, tra gioie di sublime intensità e abissi di angosciosa disperazione.

Eppure… amo la vita quanto amo Diego. E a volte, confondo l’odio per questa vita d’inferno con l’odio per Diego che mi trascina all’inferno e poi mi aiuta a uscirne. Lui mi ha ridato la forza per superare l’angoscia e nell’angoscia mi ha risprofondato mille volte. Ma so che l’angoscia è dentro di me: Diego è solo la scintilla che la scatena.

Ogni giorno, ogni notte… Ho amato Diego. L’ho odiato. È stato la causa e l’effetto. Il sole e la luna. Il giorno e la notte.

Diego, la mia vita e la mia morte. La mia malattia, la mia guarigione. La mia coscienza. Il mio delirio. La linfa più dolce, il deserto più desolato. La mia arsura e la mia pioggia. La fede in me stessa e il disprezzo per come mi sono lasciata martoriare senza porre un limite.

Sono stata al mio funerale nella lieve pioggia di un tardo pomeriggio, su un autobus che mi riportava a Coyoacàn.

Pioveva all’angolo di quella strada, pioveva sull’incrocio della mia vita.

Avenida Cinco de Mayo. L’immensa piazza dello Zocalo. Il mercato di San Juan.

Non avrei dovuto essere su quell’autobus. Ero già salita su un altro, stavo tornando a casa, quando il destino ha preso la forma di uno stupido ombrellino da passeggio. Un parasole. Dimenticato chissà dove. E sono scesa, sono tornata indietro. Non ricordo più nemmeno se l’ho ritrovato, quell’ombrellino… E così, sono salita sul mio carro funebre. All’angolo del mercato di San Juan, un tram ci è venuto addosso, ci ha speronato, si è avvinghiato a noi. Non è stato uno scontro, piuttosto un lento divorarci. Ricordo questa lentezza assurda, irreale: il tram ci schiacciava contro un muro e l’autobus si contraeva, si ritraeva in se stesso, si comprimeva… Non ho avuto paura. Era tutto così assurdo che non si poteva aver paura. Quel che stava accadendo non aveva senso.

Poi, all’improvviso, il mondo è esploso. L’autobus per Coyoacàn, per la Casa Azul, si è disintegrato. E io, un attimo o un secolo dopo, ero una ballerina coperta di sangue e di oro.

“La ballerina, la ballerina! ” sentivo la gente che gridava. Non provavo niente, non mi rendevo conto della situazione, non mi fom male da nessuna parte perché mi stavo staccando dalla vita. Però mi stupiva che mi chiamssero “la ballerina”… Prima dell’apocalisse, accanto a me se ne stava seduto un artigiano con un sacchetto di polvere d’oro in grembo. Dopo, ero completamente nuda e ricoperta d’oro. La ballerina dorata in mezzo ai cadaveri. Mi hanno adagiata sopra un tavolo da biliardo. E a quel punto, qualcuno ha visto.

Un corrimano di quattro metri mi era entrato nel fianco. Mi aveva trafitto come la spada trafigge il toro. Mi aveva impalata. La punta scheggiata mi usciva dalla vagina. Sono stata stuprata da un corrimano a diciott’anni, su quell’autobus che avrebbe dovuto uccidermi sotto una pioggia d’oro.

Un uomo me l’ha strappato con un gesto deciso. Non saprò mai se mi ha salvata o condannata. Ma… è stata comunque una condanna.

In quell’attimo ho lanciato un urlo così forte che ha percorso interi isolati, ha gelato la grande piazza bagnata di pioggia, ha risvegliato la selva di spettri che popola le viscere della distrutta Tenochtitlàn e ha fatto battere i denti ai teschi del Tempio Mayor. Un urlo così forte da mettere in fuga la Pelona, la Cagna Spelacchiata, la Morte che mi stava danzando intorno e che sarebbe diventata mia compagna inseparabile.

Quel 17 settembre 1925, la Morte mi ha fissato negli occhi, ha osservato il mio corpo nudo, insanguinato, coperto di polvere d’oro, e quando stava per protendere le braccia verso di me, quando ho sentito il suo alito gelido… ho lanciato quell’urlo che non poteva uscire dalla gola di una moribonda, un urlo di rabbia, un urlo di amore per la vita che non volevo abbandonare a diciott’anni, ho urlato il mio “Viva la vida!”, e la Pelona, assordata, è rimasta stupefatta almeno quanto i vivi che mi si accalcavano attorno.

Non potevo essere ancora viva. Non era possibile che fosse ancora vivo quel corpo trapassato da parte a parte, oscenamente impalato e ipocritamente ricoperto d’oro, con la spina dorsale spezzata in tre, e due costole, la spalla e la gamba sinistre frantumate, un lago di sangue, uno scempio… Eppure, da questo mio corpo devastato si è sprigionato l’urlo rabbioso della vita.

Ho sempre preso la vita a morsi. Quel giorno, le ho piantato addosso i denti e anche le unghie. In ospedale non credevano ai loro occhi… Più che un’operazione, hanno dovuto fare un collage, un rompicapo per chirurghi senza fretta. Sono rimasta immobile per un mese, in qu l’ospedale di calle San Jerónimo. Trenta giorni di tortura silente, le trecce inzuppate di lacrime, mille ore, milioni di minuti e secondi, l’eternità chiusa in un sarcofago di gesso e ferro, un sudario putrido di infezioni e sangue rappreso, di ferite che non si rimarginavano e cancrene immonde.

Poi, altri mesi confinata nel mio letto della Casa Azul, la mia casa blu, da cui dicevano che non mi sarei più mossa.

In quelle giornate eterne, ho cominciato a dipingere. Potevo muovere soltanto le mani. Potevo vedere soltanto me stessa: la mia faccia riflessa in uno specchio. La pittura è diventata l’unica ragione per aspettare l’alba, l’alba che sembrava non arrivare mai… Oggi, la sola cosa che so è che dipingo perché ne ho bisogno e dipingo tutto quello che mi passa per la testa, senza chiedermi che senso abbia. Ho cominciato dipingendo me stessa perché non c’era nessun altro e nient’altro intorno a me. Ma era la mia faccia, in quello specchio? O era la Pelona che si incarnava in me, che mi entrava dentro fino a fondersi e sciogliersi in questa eterna stagione delle piogge che è la mia vita?

E poi, un giorno, ho ripreso a camminare. Un miracolo, hanno detto tutti. No, macché miracolo. La vita aveva scelto di assassinarmi lentamente, anche riprendere a camminare faceva parte del lento morire di ogni giorno. Perché la vita che tanto amavo mi negava il diritto di dare la vita. Mi permetteva di assaporare quella altrui, ma non di generarla nel mio ventre lacerato.

Per quattro volte ho concepito il figlio e la figlia che avrei voluto, ma la vita li ha assassinati quando stavano cominciando a muoversi dentro di me. Ho irriso la Pelona, ho urlato in faccia alla Morte la mia ostinazione a vivere. Ma lei, vigliacca, si è presa quattro figli e mi ha lasciato in cambio la solitudine immensa, infinita, desolata e annichilente dei miei giorni di lacrime.

Ho contato gli anni della mia vita con il mutare delle protesi sul mio corpo, dei busti in gesso e acciaio che ho dipinto e decorato con mille colori come fossero armature per affrontare battaglie carnevalesche, bare variopinte per una farsa di funerale. I miei giorni sono stati scanditi dalle operazioni chirurgiche finite come altrettante battaglie perse di una guerra che non mi concede tregua, nell’alternarsi delle infermiere, con le luci smorte e gli odori del le camere degli ospedali.

L’arte, la politica, il sesso… Quanta passione ci ho messo, credendoci con tutta me stessa. Ma alla fine era, ed è, soltanto il mio modo di distrarre la Pelona, di irridere la Morte, di beffarla e corteggiarla, di scendere a patti con 

lei, perché ogni tanto vorrei che mi prendesse tra le braccia per darmi requie, un po’ di sollievo al dolore… II sollievo definitivo.

La pittura, gli ideali, la fede in una rivoluzione che sarà sempre come i figli che non ho avuto: abortiti prima di vedere la luce. E tra un aborto e l’altro, morfina e alcol mi hanno cullato nelle notti insonni, nei giorni di tormento: la morfina per i dolori del corpo, l’alcol per i dolori dell’anima. Morfina e alcol insieme, una tregua tra una battaglia persa e l’altra. Chissà, forse la resa sarebbe più dignitosa di una resistenza indecente. Ma chi lo ha stabilito che io debba guerreggiare ogni giorno e ogni notte di questa vita assassina? Per cosa e per chi dovrei lottare? E qual è il limite tra la sofferenza dignitosa e l’indecenza?

La morte può essere crudele, ingiusta, traditrice… Ma solo la vita riesce a essere oscena, indegna, umiliante.

[si ferma ad ascoltare un rumore, un’eco lontana. Annuisce, con un sorriso malinconico]

Ecco.., piove. La stagione delle piogge. Tutta la mia vita è un susseguirsi di stagioni delle piogge. In Messico, quando arriva, sbocciano fiori ovunque, fiori di una bellezza selvaggia e prepotente, un’esplosione di vita. La pioggia è vita. La pioggia fa resuscitare i semi che sono morti e sepolti.

E allora…

VIVA LA VIDA!

Brano corrente

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