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Esame di coscienza di un letterato

Testo tratto dal libro omonimo di Renato Serra (a cura di Vincenzo Gueglio, Palermo, Sellerio, 1994) - prima puntata.

Un secolo fa, nel luglio del 1914, aveva inizio il primo conflitto mondiale. Qualche mese dopo, prima di partire per la guerra in cui morirà poco più che trentenne, lo scrittore cesenate Renato Serra rifletteva sul da farsi, interrogando la sua coscienza e quella dei suoi contemporanei.

Credo che abbia ragione De Robertis; quando reclama per sé e per tutti noi il diritto di fare della letteratura, malgrado la guerra.
La guerra... Son otto mesi, poco più poco meno, ch’io mi domando sotto quale pretesto mi son potuta concedere questa licenza di metter da parte tutte le altre cose e di pensare solo a quella. I giorni passano, e il peso di questo conto da liquidare colla mia coscienza mi annoia e mi attira: come l’ombra del punto che non ho voluto guardare cresce oscura e invitante nell’angolo dell’occhio; finché mi farà voltare.
Ora è certo che non può esser permesso a nessuno di prender congedo dal suo proprio angolo nel mondo di tutti i giorni; deporre sull’orlo della strada il suo bagaglio, lavoro e abitudini, sogni e amori e vizi, via tutt’insieme, come una cosa improvvisamente vuotata di sostanza e di vincoli; scrollarci sopra la polvere del passaggio, voltando come verso un destino rivelato e decisivo un’anima leggera, affrancata da tutte le responsabilità precedenti; fare tutti questi preparativi, con aggiunta di raccoglimento e di ansia e di attesa, prender l’atteggiamento della partenza; e alla fine, non muoversi; non far nulla; stare alla finestra a guardare. Che cosa?
Davanti a me non c’è altro che la mia ombra immobile, come una caricatura. Sono otto mesi che la guardo; e faccio cenno colla mano a tutte le altre cure di stare indietro, perché non ho tempo da badarci; serio, con l’aria di un uomo preoccupato; intanto, leggo dei giornali, e faccio delle chiacchiere; magari cerco, tra parentesi, qualche pretesto per giustificarmi; e se non arrivo a servirmene nella conversazione, è solo per un resto di pudore; o piuttosto, perché i miei interlocutori mi interessano troppo poco, per prendermi la pena di mistificarli.
Credo di aver detto, fra le altre cose, che la letteratura mi faceva schifo, «in questo momento»; e in ogni modo, se non l’ho detto, ho fatto come quelli che lo dicono; (e, se l’ho detto, ho detto la verità).
Ma è inutile che io mi diverta adesso a farci sopra dell’ironia, che sarebbe facile. Del resto, questa storia della nostra «partecipazione personale alla guerra» nei mesi che son passati, con tutti i suoi equivoci di illusione e di ingenuità e con le sue sfumature di ridicolo, ognuno se la può rivedere per conto proprio, volendo; e la mia non interessa più che quella degli altri.
Per ora, quel che m’interessa è la conclusione. Per quanto ovvia e risaputa, me la voglio ripetere; l’imparerò.
La guerra non mi riguarda. La guerra che altri fanno, la guerra che avremmo potuto fare... Se c’è uno che lo sappia sono io, prima di tutti.
È una così vecchia lezione! La guerra è un fatto, come tanti altri in questo mondo; è enorme, ma è quello solo; accanto agli altri, che sono stati e che saranno: non vi aggiunge; non vi toglie nulla. Non cambia nulla, assolutamente, nel mondo. Neanche la letteratura.
Voglio nominare anche questa, appunto perché è la cosa che personalmente mi tocca meno, forse; in margine della mia vita, come un’amicizia di occasione; verso la quale ho meno diritto di essere ingiusto.
E poi non devo scordarmi di avere avuto qualche cosa di comune – mi sarei rivoltato, se me l’avessero detto; ma era vero egualmente – con tutta quella brava gente, piena di serietà; da tanto tempo va gridando che è ora di finirla, con queste futilità e pettegolezzi letterari, anzi, è finita; finalmente! passata la stagione della stravaganza e della decadenza, formato l’animo a cure più gravi ed entusiasmi più sani, attendiamo in silenzio l’aurora di una letteratura nuova, eroica, grande, degna del dramma storico, attraverso cui si ritempra, per virtù di sangue e di sacrifici, l’umanità.
Ripetiamo dunque, con tutta la semplicità possibile. La letteratura non cambia. Potrà avere qualche interruzione, qualche pausa, nell’ordine temporale: ma come conquista spirituale, come esigenza e coscienza intima, essa resta al punto a cui l’aveva condotta il lavoro delle ultime generazioni; e, qualunque parte ne sopravviva, di lì soltanto riprenderà, continuerà di lì. È inutile aspettare delle trasformazioni o dei rinnovamenti dalla guerra, che è un’altra cosa: come è inutile sperare che i letterati ritornino cambiati, migliorati, ispirati dalla guerra. Essa li può prendere come uomini, in ciò che ognuno ha di più elementare e più semplice. Ma, per il resto, ognuno rimane quello che era. Ognuno ritorna – di quelli che tornano – al lavoro che aveva lasciato; stanco forse, commosso, assorbito, come emergendo da una fiumana: ma con l’animo, coi modi, con le facoltà e le qualità che aveva prima.
Bisognerà ricordare quello che accade anche adesso, intorno a noi, per quelli che prendono parte, non solo come uomini ma anche come letterati, alla guerra; e i cronisti raccontano tante cose di professori, artisti, scrittori, che si sono spogliati delle proprie abitudini, e vanno creando, per i nuovi bisogni, secondo il nuovo spirito dell’ora che passa, una letteratura nuova? Vedete in Francia: letteratura di battaglia, di fede, di semplicità: commediografi e letterati mondani che fanno la cronaca delle trincee; e Barrès, Bergson, Boutroux, Claudel, Bédier; ciascuno nei giornali, nelle conferenze, negli opuscoli, s’è presa la sua parte attiva e utile di fatica; e Rolland che risponde a Hauptmann; e Péguy, e cento altri, che cadono in prima fila. O in Italia; quante rivelazioni, spostamenti, di gente che nell’agitazione che ci trasporta ha cambiato figura: gente seria, stimata, valente che ha lasciato vedere angustie insospettate dell’intelligenza, debolezze, bassezze dell’anima: e altri, accidiosi, che si sono svegliati; spiriti difficili, che si sono fatti semplici; anime leggere, vane, che hanno obbedito a una voce austera di dovere.
Così diciamo, e sappiamo che non c’è niente di vero. All’infuori di qualche modificazione di accento, portata dalle circostanze, o sia guadagno di semplicità o sia peggioramento di enfasi, all’infuori del mutar materialmente gli argomenti e le occasioni dello scrivere, tutto è com’era; un seguito della letteratura di prima, una ripetizione, se mai, per la fretta del lavoro, che approfitta delle abitudini più facili e più alla mano. Non c’è mai stata tanta retorica e tanto plaqué come in codesta roba della guerra.

[...]

[...] Ma, lasciando stare gli episodi particolari, nessuna sorpresa. La polemica della guerra – la guerra, insomma – ha cambiato i gruppi, non le fisonomie né le persone. Son rimasti tali e quali, in fondo: né meglio né peggio. Sono uniti adesso, e si divideranno domani, secondo le diversità che il consenso e la cooperazione di un momento non può cancellare.
Questo non piace. Si vorrebbe che fra i compagni di un’ora e di una passione restasse qualche cosa di comune in eterno. E non è possibile. Ognuno deve tornare al suo cammino, al suo passato, al suo peccato.
Sempre lo stesso ritornello: la guerra non cambia niente. Non migliora, non redime, non cancella; per sé sola. Non fa miracoli. Non paga i debiti, non lava i peccati. In questo mondo, che non conosce più la grazia.
Il cuore dura fatica ad ammetterlo. Vorremmo che quelli che hanno faticato, sofferto, resistito per una causa che è sempre santa, quando fa soffrire, uscissero dalla prova come quasi da un lavacro: più puri, tutti. E quelli che muoiono, almeno quelli, che fossero ingranditi, santificati; senza macchia e senza colpa.
E poi no. Né il sacrificio né la morte aggiungono nulla a una vita, a un’opera, a un’eredità. Il lavoro che uno ha compiuto resta quello che era. Mancheremmo al rispetto che è dovuto all’uomo e alla sua opera, se portassimo nel valutarla qualche criterio estraneo, qualche voto di simpatia, o piuttosto di pietà. Che è un’offesa: verso chi ha lavorato seriamente: verso chi è morto per fare il suo dovere.

[...]

Ma è inutile continuare. So la risposta che troverò sempre alla fine, comunque tenti di travestire questa domanda.
Oggi è una cosa, e ieri fu un’altra. La forza morale e la virtù presente non hanno rapporto diretto con quel che c’era di mediocre e povero e approssimativo in certi tentativi letterari. La guerra ha rivelato dei soldati, non degli scrittori.
Essa non cambia i valori artistici e non li crea: non cambia nulla nell’universo morale. E anche nell’ordine delle cose materiali, anche nel campo della sua azione diretta...
Che cosa è che cambierà su questa terra stanca, dopo che avrà bevuto il sangue di tanta strage: quando i morti e i feriti, i torturati e gli abbandonati dormiranno insieme sotto le zolle, e l’erba sopra sarà tenera lucida nuova, piena di silenzio e di lusso al sole della primavera che è sempre la stessa?
Io non faccio il profeta. Guardo le cose come sono. Guardo questa terra che porta il colore disseccato dell’inverno. Il silenzio fuma in un vapore violetto dagli avanzi del mondo dimenticato al freddo degli spazi. Le nuvole dormono senza moto sopra le creste dei monti accavallati e ristretti; e sotto il cielo vuoto si sente solo la stanchezza delle vecchie strade bianche e consumate giacere in mezzo alla pianura fosca.
Non vedo le traccie degli uomini. Le case sono piccole e disperse come macerie; un verde opaco e muto ha uguagliato i solchi e i sentieri nella monotonia del campo: e non c’è né voce né suono se non di caligine che cresce e di cielo che s’abbassa; le lente onde di bruma sono spente in cenere fredda.
E la vita continua, attaccata a queste macerie, incisa in questi solchi, appiattata fra queste rughe, indistruttibile. Non si vedono gli uomini e non si sente il loro formicolare: sono piccoli perduti nello squallore della terra: è tanto tempo che ci sono, che oramai sono tutt’una cosa con la terra. I secoli si sono succeduti ai secoli; e sempre questi branchi di uomini sono rimasti nelle stesse valli, fra gli stessi monti: ognuno al suo posto, con una agitazione e un rimescolio interminabile che si è fermato sempre agli stessi confini. Popoli razze nazioni da quasi duemila anni sono accampate fra le pieghe di questa crosta indurita: flussi e riflussi, sovrapposizioni e allagamenti improvvisi hanno a volta a volta sommerso i limiti, spazzate le piaghe, sconvolto, distrutto, cambiato. Ma così poco, così brevemente. Le orme dei movimenti e dei passaggi si sono logorate nel confuso calpestio delle strade; e intorno, nei campi, nei solchi, fra i sassi, la vita ha continuato uguale; è ripullulata dalle semenze nascoste, con la stessa forma, con lo stesso suono di linguaggi e con gli stessi oscuri vincoli, che fanno di tanti piccoli esseri divisi, dentro un cerchio indefinibile e preciso, una cosa sola; la razza, che rinnova attraverso cento generazioni diverse la forma dei crani che giacciono ignoti sotto gli strati del terreno millenario, e l’accento, e la legge non scritta.
Che cos’è una guerra in mezzo a queste creature innumerevoli e tenaci, che seguitano a scavare ognuna il suo solco, a pestare il suo sentiero, a far dei figli sulla zolla che copre i morti; interrotti, ricominciano: scacciati, ritornano?
La guerra è passata, devastando e sgominando; e milioni di uomini non se ne sono accorti. Son caduti, fuggiti gli individui; ma la vita è rimasta, irriducibile nella sua animalità istintiva e primordiale, per cui la vicenda del sole e delle stagioni ha più importanza alla fine che tutte le guerre, romori fugaci, percosse sorde che si confondono con tutto il resto del travaglio e del dolore fatale nel vivere.
E dopo cento, dopo mille anni la guerra tornando si urta alle stesse dighe, riporta agli stessi sbocchi i gruppi degli uomini cacciati o suscitati dalle stesse sedi. È la stessa marea umana che ha traboccato sul Reno e per le Fiandre, ha allagato i piani germanici e sarmatici e s’è rotta ai passi dei monti. Si combatte negli stessi campi, si cammina per le stesse strade.
È vero che questa volta un’ondata profonda pare che abbia sollevato irresistibilmente gli strati più antichi della umanità che s’accampa nelle regioni d’Europa: non è un’avventura o un turbamento locale, ma un movimento di popoli interi strappati dalle loro radici. C’era stata nei primi giorni un’impressione indicibile; come se fosse tornato il tempo delle grandi alluvioni, per cui una razza può prendere il posto di un’altra; l’Europa non aveva più veduto questo da quasi duemila anni: erano i barbari d’allora, le masse della gente nuova, che tornavano a muoversi dai luoghi in cui s’eran trovate ferme alla fine, quando la marea si ritirò; e in tutto l’intervallo movimenti e sconvolgimenti parziali non le avevano più spostate in modo durevole.
È probabile che non le sposteranno neanche questa volta. Non avremo forse neanche sovrapposizioni, di quelle che non valgono tuttavia a distruggere la vitalità conculcata di una razza, che risorge a poco a poco come l’erba calpestata e circuisce e macera e assorbe in sé l’elemento estraneo; come accadde all’elemento germanico che aveva traboccato nell’Europa occidentale e meridionale, e che vi restò alla fine dell’invasioni e fu ribevuto dalle nostre terre.
Già fin d’ora si sentono le maree avverse incontrarsi e rifluire dal frangente che non s’è cambiato.
E alla fine tutto tornerà press’a poco al suo posto. La guerra avrà liquidato una situazione che già esisteva, non ne avrà creata una nuova.
Ci saranno dei cambiamenti di tendenze politiche e di indirizzo morale; delle rettifiche e delle definizioni, così di confini geografici come di valori civili, che diminuiranno, in quel che si suol chiamare l’equilibrio mondiale, il tono di certe parti e ne accresceranno altre: certi aggruppamenti, ricostituzioni, affermazioni, che maturavano ieri come coscienza e desiderio contrastato, saranno domani un fatto compiuto. Ma insomma non sarà cambiato lo spirito della nostra civiltà – in cui questa guerra era già avvenuta e avveniva tuttavia –; e non sarà toccata la sostanza dei popoli, non saranno soppressi né perduti quei principii e quegli imperativi storici, che ognuna delle grandi razze o formazioni nazionali rappresenta da secoli nel suo posto e per il suo destino.

[continua]

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Fulvio Redeghieri

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