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Faccia di sale

Testo tratto dal romanzo omonimo di Eraldo Baldini (Ravenna, Fernandel, 2017)

Pubblicato venti anni fa dall’editore Frassinelli e poi riproposto da Fernandel, “Faccia di sale” è il romanzo in cui lo scrittore ravennate Eraldo Baldini ha calato nel lontano 1699, in una città immaginaria che ricorda Cervia, una vicenda che racconta l’eterna lotta tra la luce e il buio. Eccone l’inizio.

I

Quando hanno abbattuto la prima casa, partendo da quelle esterne, dalla parte delle paludi, s’è alzata una grande nuvola di polvere.
Dire s’è alzata però è sbagliato. Si è solo formata e gonfiata, rotonda e lenta, pesante tanto da non potersi sollevare nell’aria.
Era uno di quei giorni, e qui succede spesso, che l’umidità e il gravare del cielo sono così densi che pare strano persino che possano volare gli uccelli, che i gabbiani possano veleggiare e muoversi leggeri e disinvolti.
C’eravamo tutti, lì a guardare, tutti quelli del Consiglio della Città e i bambini e le donne, e i muratori e i carpentieri venuti da fuori, e quella volta c’erano anche gli uomini, o almeno una parte di loro, quelli che avevano potuto lasciare il lavoro delle saline o della pesca.
C’erano più barche del solito ferme nel canale grande e nel bacino. E nonostante i colpi dei magli e delle mazze, le grida degli operai e dei comandi, sembrava esserci quasi silenzio; o almeno c’erano rumori così diversi da quelli normali della Città. Di quella Città che ormai non c’è più.
Stiamo terminando.
Casa dopo casa, chiesa dopo chiesa, convento dopo convento, quasi tutto è finito in polvere e in maceria.
«Paron Derigo, le burchielle sono tutte cariche e sta venendo buio. Ci fermiamo, per oggi?».
Mi guardo intorno. Sì, le pietre sembrano quasi far affondare le barche e stanno partendo verso la Città Nuova, e là, dopo il breve riposo di un viaggio nel canale, riprenderanno la fatica e il peso di stare l’una sull’altra a sfidare il vento, la pioggia e l’umido. Là ridiventeranno case, chiese e conventi.
La sera sta arrivando, a occidente il sole si è già squagliato nella foschia come un rosso d’uovo rimestato nell’albume e nella farina.
Dalla parte del mare, dove il vento di scirocco ramazza via i vapori, i colori si sono invece fatti freddi e puri, a ricordare che l’estate sta invecchiando. Una sfumatura violacea che iscurisce sempre più mi dice l’ora: ora di lasciare che gli operai se ne vadano a cenare e a riposare; ora che le loro braccia e le loro ossa, come le pietre accatastate sulle burchielle, si prendano un po’ di tregua.
La pineta è un bastione basso e nero. Tutta la luce che c’è sembra ormai venire dagli innumerevoli mucchi alti e bianchi del sale.
Non mi sono ancora abituato, guardando verso levante, alla vista dei campanili della Città Nuova. Mi ci vorrà tempo.
E laggiù, tranne qualche veloce puntata, posso dire di non esserci ancora stato, perché dirigere una delle squadre che demoliscono vuol dire rimanere sempre qui con loro nel sito vecchio.
Sarà così strano, fra qualche settimana, abbandonare questo posto. Però, allora, questo sarà veramente solo un posto, e niente più. L’erba, la salicornia e le canne cresceranno su quelle che sono state strade, gli animali faranno le loro tane dove noi abbiamo mangiato e dormito.
Sarà così strano, sì. E forse anche un po’ doloroso. Ma di quei dolori lenti e dolciastri, tristi ma non lancinanti, quei dolori di cui poi, anche se non del tutto, ci si dimentica.
«Va bene, per oggi basta, mastro Giovanni. Tutti a casa».
Casa. La mia è una delle poche ancora in piedi, qui, e voglio che sia l’ultima a sparire.
Si è cominciato tre anni fa ad atterrare la Città vecchia e a costruire quella nuova, sul mare, dove erano stati prima spianati gli staggi e le dune fino a ottenere un’enorme zona piatta e sgombra adatta allo scopo. Una parte delle pietre, delle tavelle e dei coppi necessari viene dagli edifici che demoliamo, il restante è arrivato e arriva, incessantemente, via terra su carri e birocci, e via mare su grandi barconi.
Sono stati fatti centinaia di progetti e disegni, si sono abbattuti boschi interi di alberi per avere il legno, si sono cotti nelle fornaci milioni di mattoni. Alla fine tutto questo verrà a costare più di duecentomila scudi, e non so quante ore di fatica.
Dieci operai sono morti sotto i crolli o cadendo dalle impalcature, molti altri sono rimasti feriti o storpiati. È un lavoro immane trasferire una città intera, sembra impossibile che si possa finire mai. Eppure, come ho detto, siamo quasi arrivati alla meta.
Erano trent’anni che chiedevamo che tutto questo si potesse fare e fosse fatto. Almeno dieci volte i Maggiorenti erano partiti per andare fino alla Capitale a spiegare e a implorare. Era da quando si era quasi disseccata e imputridita la fonte, e ogni giorno c’era da peregrinare fino a quella verso la spiaggia, a due miglia di distanza, con orci e damigiane, fiaschi e botti.
Ma era molto di più che questa cosa veniva pensata e desiderata. Perché la Città, che una volta era sul mare, ha visto il lido allontanarsi lustro dopo lustro, per via delle terre e delle sabbie portate dalle torbide dei fiumi e dei canali e di quelle che sono arrivate con le correnti dell’Adriatico.
Col mare, anche l’aria buona e la salute della gente avevano lasciato la Città. Le case si erano trovate pian piano a essere imprigionate tra le paludi e gli acquitrini da una parte e le grandi saline dall’altra; solo verso ponente era rimasta la terra asciutta, quella dei pascoli e dei campi, là dove passa la via dei Romei; una strada che sempre più spesso diventa pantano e canale, quando le piene o le piogge vomitano acqua e fango a non finire.
Certo, un vantaggio c’era: né soldataglie né eserciti potevano giungere facilmente alla Città e coglierla di sorpresa, e le navi dei pirati e dei saraceni non la vedevano e non l’attaccavano più dal mare. Ma arrivavano attacchi e insidie ancora più forti e più gravi, di quelli che nessuna guarnigione o nessuna sentinella avrebbero potuto contrastare: cosa possono una spada, un archibugio o una bombarda contro le zanzare che a nuvole succhiano il sangue? O contro i miasmi e i veleni che si alzano dagli stagni? O contro le malattie e le febbri, che sanno uccidere in silenzio e mietere vittime più di ogni altro nemico?
Mi ricordo, nella primavera di cinque anni fa, che comparve in cielo, bassa sull’orizzonte e piccola, una cometa rossastra dall’aspetto pauroso. La sua coda era ricurva all’ingiù, verso terra, sembrava quella di uno scorpione pronto a colpire. E colpì, Cristo, se colpì! Prima le basse maree furono così forti da lasciare scoperti non solo grandi banchi di sabbia in mare, ma persino il fondo dei canali, mostrandone il marciume limaccioso; poi cominciò a soffiare giorno e notte, senza tregua, un vento caldo che invece di ripulire l’aria non faceva altro che sollevare e spandere intorno cattivi odori; infine comparve la malattia, che passò dall’uno all’altro senza rispetto per i più piccoli e i più vecchi, senza difficoltà a distruggere i più giovani e forti.
Si annunciava con un mal di testa da impazzire, che istupidiva e costringeva a rintanarsi sui pagliericci al buio, per scendere poi al ventre che si gonfiava, in attesa di contrarsi in spasmi di dolore e in una diarrea così micidiale e continua da prosciugare gli umori del corpo in pochi giorni, e le strade della Città erano tutto un coro di lamenti spaventati, tutto un fetore disgustoso.
Non durò molto, quel flagello, ma finché decise di rimanere qui, i carri pieni di morti fecero una spola ininterrotta fino al cimitero, e chi sopravvisse al male non si riprese che dopo settimane, a volte mesi, di debolezza e di sofferenza.
Prima di mettermi al lavoro, stamane, sono andato fino alla mia salina. Quello è il mio podere, la mia ricchezza; perché il sale vale più del grano e delle pecore, della frutta e dei maiali, del guado e delle vacche. Il sale è oro, e come per l’oro, in tanti, negli anni e nei secoli sono venuti qui con le carte o con le armi: Roma, Ravenna, Venezia.
Una città libera non lo siamo stati praticamente mai. La nostra schiavitù è sempre stata fatta, però, solo di dazi e di balzelli, le nostre braccia non le hanno mai legate, perché solo loro sanno come cavare questo oro dall’acqua.
 

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli

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