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Leggero il viaggio

Poesie di Guido Leotta tratte da volumi vari (Mobydick e Book Editore)

Poeta, scrittore, musicista, editore: difficile arginare la creatività di Guido Leotta. Da quando ci ha lasciati, tre anni fa, la vita culturale italiana, non solo quella di Faenza, ha perso un faro. Lo ricordiamo con alcuni dei suoi versi, scelti insieme al poeta e amico Giancarlo Baroni, e le musiche del “Faxtet”, il suo quintetto di “bluejazz”.

E quando a sera
qualche volta
questi occhi miopi
scivoleranno stanchi
sarebbe stato bello
averti accanto
per farmi leggere
dai tuoi

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Quelle che se ne vanno e restano
per un momento in fondo al viale
a fare ciao con due, tre dita
e stanno lì a mezz’asta
vicino al grande platano perché
ci sembri un po’ più piccolo l’addio

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Leggero il viaggio
ed un sentiero
dove si bagna il cielo
Leggero il viaggio
e un po’ confuso
aspettando i gabbiani

[da “Leviatamo (1979-1999)”, Faenza, Mobydick, 1999]

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E quanta anima e sorrisi
e occhi scuri, quanti, e rabbia
aspri sapori, musica, quante radici
madri che non conoscevamo e figli
che in fessure di buio aspettano
hanno aspettato
per donarci una vampa.
Quante certezze, dubbi
odore di stramonio
e quanto quanto quanto amore.
Se ne sappiamo fare grano avremo
pane per ogni inverno che verrà.

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Gli voglio bene al mondo,
sai, perché mi ha dato
vicoli, reticoli di strade
lavori in corso, incroci
per arrivare fino a te.

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Mica succede niente di particolare
a farsi portar via da quattro note
in croce. Magari ci si trova
a casa d’altri senza neanche il vezzo
di bussare mentre quelli cenano
o si mettono nel naso due falangi.
Oppure, invece, fanno un sorriso
come se quasi quasi fossimo aspettati
e ci offrono un bicchiere e si divide
da fumare. Poi ci si bacia, si dice buonanotte
ciao, a domani, anche se poi domani forse
non arriva e allora viene un brivido di pena.
Aspira quattro note in croce, e passa.

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Se scendesse di un gradino
dall’azzurro, il cielo,
con la valigia in mano come
alla partenza per un lungo viaggio,
a quel riverbero spezzato io direi:
Eccomi qua. E consegnando
il poco che mi pesa, senza
volere neanche uno scontrino
in cambio, lo seguirei.
Su quel pezzo di strada che si perde
oltre il bordo del colle
là dove ogni giorno cade,
là dove si sfalda il nero con la sera.

[da “Inverni dispari (piccoli blues, ballate e canzoni)”, Castel Maggiore, Book Editore, 2002]

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La radio dice il tempo

che verrà, venti danzanti
su mari di tempesta e pioggia.
Se mancherà la luce avrò
candele, aroma d’erba,
di cenere e di sole, canti
di donne in nero ed il tuo nome
ingabbiato a cantare tra le ciglia.

La radio mi conferma il clima
gravido di turbini e saette,
di forti nubifragi e di naufragi
innumerevoli, di amanti in pena
nell’attesa dei sopravvissuti.
Se mancherà la luce e avrò
fiammiferi bagnati, saprò aspettare
fiducioso il giorno pieno?

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Fare tavola pura

vino versato in vigna, pane
spezzato al grano. Fare
piccola attesa oppure vela tesa
ad asciugare, e cuore chiaro
prima del dire. Fare occhio
e passione per il lungo
viaggio, fare mare e bandiera.
E infine, se possibile,
non fare morte, che diserta
il regno e non lo afferra,
e che non ha pazienza. Fare
un passo ulteriore per
avvicinare, lasciando però
il tempo al battito sereno
di una nota in levare

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Mani disegnano le tempie, mentre

la linea verticale tra le sopracciglia
corre, sobbalza, scivola fino
alle labbra ammutolite. Fare
della malinconia una vela,
nube leggera, antica, cui porgere
galante il braccio e muovere
incontro al nuovo giorno insieme

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Nascosto in un anfratto

a mezza strada tra il tuo collo e
il petto respiro fino al capogiro
mentre aspetto di sentire il cerchio
stretto delle tue gambe a indicare
l’incedere ed il ritmo del creato

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Cosa volete che vi dica, cari,

giunti a quel punto, per ciò
che mi riguarda, siate tranquilli
e fate come più vi aggrada. Quindi
se il prete vi pare confortevole
prendetelo a noleggio, se invece
preferite un trombettista: meglio.
Da parte mia, per evitare di restare
al palo nell’attesa (dimentico e
dimenticato, forse ridotto a tremante
gelatina), prendo la palla al balzo,
ora, e suggerisco finché ho fiato,
e fervida memoria in abbondanza:
stringetevi più forte a quanti amate,
e non perché impauriti - in quel
momento lì, che mi vedrete steso
orizzontale. Intendo adesso,
un po’ più spesso, o per lo meno
con una rimarchevole frequenza

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Alle volte le cose smarrite

tornano indietro inaspettate:
una scarpa, una vecchia canottiera,
un giorno fortunato, un ritornello,
lo sventolio di una bandiera.
Oppure un carosello, una balena che
disegna la sua danza, il giro
del mondo dentro una teiera.
Non c’è creanza sotto i cieli, ma
un traffico smodato, e nonostante
tutto la gente sa perfettamente
dove andare: pellegrini alla fonte
salutare, scalatori alla vetta, sposi
all’altare. Io ancora e senza fretta
sto pasticciando musica e parole
teso in attesa del momento, quello
preciso e netto: noi due che andiamo
mano nella mano, persi nel tempo

[da “Andando a capo, ogni tanto”, Faenza, Mobydick, 2011]

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[Per le musiche si ringrazia il quintetto “Faxtet”: Andrea Bacchilega (batteria e percussioni), Guido Leotta (sax e flauto), Milko Merloni (contrabbasso e basso elettrico), Fabrizio Tarroni (chitarre), Alessandro Valentini (tromba e flicorno).
Per la copertina si ringrazia Alberto Zannoni: l’immagine è tratta da “Canto”, libro calcografico realizzato dall’artista per l’Opificio della Rosa (2014) da un progetto nato in collaborazione con Guido Leotta
]

 

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli e Giancarlo Baroni. Lettura di Fulvio Redeghieri

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