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La meravigliosa vita delle api

Testo tratto dal libro omonimo di Gianumberto Accinelli (sottotitolo: “Amore, lavoro e altri interessi di una società in fiore”, Bologna, Pendragon, 2016)

Dopo averci incantato con la vita delle farfalle, l’entomologo bolognese Gianumberto Accinelli ci racconta il mondo brulicante, laborioso e profumato delle api da miele.

Le mille storie degli organismi viventi iniziano a più di centoquarantamila milioni di chilometri dalla Terra quando, all’alba, un vero e proprio plotone di raggi solari colpisce il nostro pianeta. L’energia che giunge fino a noi, in otto minuti e ventidue secondi, è pari a 10 chilocalorie alla ventesima. Per avere un’idea della potenza di questo flusso energetico, dovremmo immaginare un bombardamento giornaliero di un milione di ordigni atomici come quelli che distrussero Hiroshima.
Ebbene, questa “apocalisse energetica” viene recepita dalle foglie delle piante che, attraverso il processo della fotosintesi clorofilliana, la trasformano in zuccheri i quali, passando da un organismo all’altro, disegnano, su una lavagna fatta di sogno, le intricate e molteplici trame della vita.
E quindi il falco che vola alto nel cielo, il pesce che si muove negli abissi ma anche il vostro cervello che sta leggendo questo libro, è animato dall’energia del sole che viaggia attraverso le reti alimentari per finire nel corpo degli organismi.
Riuscire a dipanare questi intricati fili e arrivare a capirli è impossibile.
Il destino di queste vicende è quello di avere da una parte un margine di inconoscibilità, e dall’altra la certezza di dover incrociare lungo il cammino almeno un insetto.
Con la loro storia antica e la loro capacità adattiva, questi animali sono riusciti a colonizzare ogni angolo della Terra e, giornalmente, consumano gran parte dell’energia solare fissata nei vegetali.
Sono loro quindi i primi a estrarre lo zucchero dalla pianta e a trasportarlo lungo le strade della natura. E lo fanno in modo davvero efficiente: gli insetti, infatti, della pianta non buttano via niente.

Prendiamo ad esempio la grande quercia in un parco cittadino. Sembra l’immagine della pace, della tranquillità e dell’imperturbabilità. Eppure, se osserviamo il grande albero con la lente di ingrandimento della scienza, scopriamo che la realtà è molto diversa da quello che pensiamo. Un entomologo ha provato a contare le specie di insetti che vivono a spese della quercia e ne ha contate ben sessantadue: sei prosperano nelle radici, undici devastano la corteccia, altre undici riducono in polpette il legno scavando delle profonde gallerie, cinque sono impegnate all’assalto della chioma, due sono dedite a sbranare le gemme, ventidue sono intente a massacrare le foglie e cinque banchettano a base di ghiande. L’albero nel giardino non è quindi un simbolo di pace, piuttosto di una feroce guerra.
Ma è a partire da questa feroce battaglia che la vita si genera: le sessantadue specie di insetti rappresentano solo il primo tratto di un groviglio di strade che portano l’energia del sole in tutti gli organismi e quindi fino a noi.
Il sole è dunque vita, è indispensabile, senza di esso la superficie terrestre sarebbe una crosta priva di suoni, colori e senza il consueto brulichio che la anima.
Nonostante il suo splendore, il sole cela alcune ombre metaforiche. Tutti gli esseri viventi dipendono da lui, ma alcuni lo rifuggono e ai panorami tersi e luccicanti preferiscono la notte con i suoi cieli oscuri. Altre specie, invece, lo amano a distanza e lo frequentano solo nel momento in cui sta abbandonando la Terra: sono gli organismi crepuscolari che abitano il mondo in quel magico istante in cui il cielo risplende ancora e si veste con i caldi colori del tramonto, mentre la Terra già riposa sotto il velo scuro della notte.
La maggior parte del popolo dei viventi, tuttavia, lo celebra cercando il suo contatto diretto e adottando a tale scopo diverse strategie.

Le piante, prime della classe tra gli amanti del sole, dispongono le loro foglie lungo il ramo secondo delle regole ben precise che sono differenti da pianta a pianta ma uguali all’interno della specie. Lo scopo di questa scacchiera verde è quello di esporre ogni foglia ai raggi dorati in modo democratico affinché ogni lamina della chioma riceva la stessa quantità di luce. La disposizione fogliare prende il nome di fillotassi.
Ad ogni modo, anche se la foglia – tramite la fillotassi – ha un rapporto diretto con il sole, per cercare un degno rappresentante terrestre dell’astro stellare dobbiamo addentrarci nei meandri della struttura più bella che la vita è riuscita a inventarsi: il fiore. All’interno del calice, in mezzo ai pistilli e agli stami, esistono delle ghiandole che secernono, con un tempismo che ha dell’incredibile, il figlio del sole sulla Terra: il nettare.
La pianta, infatti, convoglia gran parte dell’energia catturata nello spazio e la usa per distillare una dolce goccia di questo delizioso elisir. E dove c’è nettare c’è speranza perché un insetto importantissimo, nume tutelare della biodiversità, ci ronza intorno colorando e rendendo variegato il mondo.
Con il suo volo sicuro e il suo andirivieni tra i campi e la città dorata nella quale dimora, oltre ad accendere i colori dei prati, fa emergere nel nostro cuore il sentimento che più assomiglia alla luce del sole: la meraviglia.
Addentriamoci dunque nella meravigliosa vita delle api, per capire come una gocciolina di nettare possa dar vita a una delle più belle storie mai narrate dalla natura.

Il mondo dei fiori

L’ape da miele, così come la conosciamo, ha iniziato a ronzare in mezzo ai fiori, a costruire la sua casa di cera e a riempirla di tesori circa trenta milioni di anni fa. Da quella fatidica data nulla è stato più lo stesso e il mondo si è piegato e conformato per accogliere il suo incessante ronzio.
La storia di questo importante insetto si può dedurre semplicemente passeggiando in un prato fiorito in primavera. La nostra vista si perderà nei mille colori di fiori e negli steli lunghi che terminano con variopinte corolle, mentre i nostri sensi verranno pervasi dai delicati profumi.
Sono le loro forme che ci raccontano la storia della più grande amicizia mai nata sulla Terra, che dura da milioni di anni e che ha reso il mondo così come lo conosciamo.
Iniziamo ad analizzare le corolle e i loro accesi colori. La loro origine è connessa con un apparente limite delle piante: quello di essere letteralmente piantate al suolo e non potersi muovere. Ma i limiti sono limiti solo se non vengono affrontati e superati. E le piante, fin dalla loro comparsa, non si sono preoccupate minimamente della loro condizione e l’hanno superata con gran classe chiedendo ad agenti mobili di recapitare per proprio conto i granuli pollinici, ossia la sezione maschile del fiore, nella parte femminile. Il vento è stato il primo agente impollinante della storia della vita e, seppur con indiscussi vantaggi, non è particolarmente efficace.

Il grande vantaggio del vento è che offre il suo servizio in modo gratuito; il suo problema risiede nel fatto che è completamente fuori controllo e spira dove gli pare. La probabilità quindi che un granulo pollinico cada esattamente sulla parte femminile di un fiore di una pianta della medesima specie si riduce ai minimi termini. Per questo motivo la pianta è costretta a produrre una grande quantità di polline e a sparare nel mucchio.
Questa modalità di impollinazione, chiamata anemofila, è possibile osservarla ogni volta che facciamo una passeggiata in montagna, in un bosco di conifere: le antichissime piante che sono state in grado di superare l’esame della vita infarcendo il loro legno con delle resine antinsetto. Se un insetto si azzarda a penetrare il legno di una conifera si ritrova avvolto da una sostanza appiccicosa che lo ucciderà miseramente. Inoltre le conifere hanno delle foglie molto acide che, quando arrivano a terra, liberano tali sostanze nel terreno, non permettendo alle altre piante di crescere: lo testimonia un sottobosco alquanto spoglio. Queste strategie hanno permesso alle conifere di giungere, in ottima salute, fino a noi, pur impiegando la poco efficiente impollinazione per mezzo del vento.
Ma la storia della vita è antica e, grazie alla sessualità, pure varia. Lo scambio tra i gameti è una delle tattiche utilizzate per spaiare le carte e per fornire all’insindacabile giudizio dell’ambiente sempre nuove combinazioni. La severa realtà giudicherà alcune soluzioni adatte a continuare il loro percorso lungo i secoli e i millenni, mentre altre precipiteranno nell’oscuro mondo dell’oblio.

A furia di ricombinare soluzioni e di sottoporle all’ambiente, a un certo punto, nel bel mezzo dell’alba della vita terrestre, è comparsa una pianta che, chissà per quale strano motivo, erogava all’esterno parte della linfa elaborata, il succo dolce contenuto nei suoi vasi.
La realtà alle volte ha dei gusti davvero strani e imprevedibili e una caratteristica a prima vista controproducente (perdere linfa non sembrava un’idea geniale) venne considerata rivoluzionaria. Ed è da questa strana erogazione che si è sviluppato il mondo.
Il motivo del grande successo di questa perdita di linfa era connesso all’attrazione che esercitava su legioni di insetti desiderosi di accaparrarsi una goccia di sole sotto forma di zucchero. Quando poi la linfa elaborata iniziò, dopo milioni e milioni di ricombinazioni, a sgorgare in prossimità degli organi sessuali della pianta, allora le campane della vita suonarono a festa: era l’inizio di una nuova era.
Gli insetti, mentre si accingevano a prelevare una gocciolina di linfa elaborata, si sporcavano di polline che, passando da una pianta all’altra, deponevano casualmente sulla parte femminile facendo scoccare la scintilla della vita di un nuovo organismo: dall’unione dei due gameti si formava un seme e quindi un nuovo individuo.

Se una cosa funziona, e la realtà la approva, essa si spinge in avanti e si migliora continuamente. La linfa elaborata si è trasformata in nettare (linfa un po’ più concentrata) che ha iniziato a sgorgare da speciali ghiandole, chiamati nettari, posti in prossimità degli organi sessuali.
Ed eccoci giunti alla nascita delle corolle e quindi dei fiori: le foglie che attorniavano gli organi sessuali provvisti di nettari si sono colorate per attirare gli insetti tinteggiando di meraviglia i prati delle ere arcaiche.
All’epoca non esistevano ancora le api, e gli unici impollinatori erano dei tozzi coleotteri contraddistinti da una efficienza sicuramente migliore del vento, ma che lasciava ancora alquanto a desiderare. Questi carri armati a sei zampe, attirati dalle corolle colorate, arrivavano sui fiori antichi ma non si accontentavano di una gocciolina di nettare e dunque mangiavano tutto il fiore. Anche se tutt’altro che garbata, era comunque una impollinazione: passando di fiore in fiore qualche granulo pollinico si impigliava nei loro corpi massicci e veniva depositato in un altro fiore. I coleotteri si possono ancora osservare sia nei prati mentre distruggono alcuni fiori sia sulle rose del giardino mentre devastano la rosa, la regina dei fiori.

Il nettare dei fiori era una tale prelibatezza da non lasciare indifferente il popolo del prato e infatti, dopo poco tempo, la schiera degli impollinatori si arricchì di nuove specie, così le farfalle, le mosche e i primi apoidei iniziarono a frequentare le dolci corolle.
Il prato divenne affollato e la competizione si fece sentire: le piante iniziarono a essere selettive e trasformarono le prime corolle a raggera, che ammettevano sia infiniti piani di simmetria sia una moltitudine di insetti, in forme più complesse. Per esempio, alcune corolle diventarono tubuliformi, con un ingresso stretto, che da una parte non consentiva l’entrata dei grandi coleotteri, ma dall’altra permetteva l’accesso a insetti più efficienti, come le farfalle, che con la loro spiritromba arrivano a succhiare il fondo del calice, oppure le mosche, che nonostante non abbiano un bell’aspetto sono piuttosto efficienti come trasportatori di polline. Anche i primi apoidei, come le api solitarie e i bombi, erano ben accetti alla corte delle piante.
Ma la vera rivoluzione dell’impollinazione, quella che ha cambiato per sempre il mondo, quella che ci fa perdere in un turbinio di belle sensazioni, è giunta sulla Terra trenta milioni di anni fa e ha un nome: Apis mellifera.


 

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Fulvio Redeghieri

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