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44 ottave

Poesie di Emilio Rentocchini tratte dalla raccolta omonima (Ro Ferrarese, Book Editore, 2019)

Tenere in equilibrio, nello schema di otto endecasillabi reso celebre da Ariosto, una piccola goccia di vita, usando l’italiano come partitura e come musica il dialetto di Sassuolo, un misto “tra modenese, reggiano e montanaro”. È così che il poeta Emilio Rentocchini descrive l’acrobazia aerea tentata in ognuna delle sue ottave. Ascoltiamone alcune dalla sua stessa voce.

3

La léngua al gred piò pur, disancoreda
e nuda, al brivid d’ogni pausa deinter:
umilmeint ed se stessa inamureda
e dal sô istant, damand n’artòurn al ceinter,
la scoca acsè d’incant la libereda
vanitê d’un vers. L’eteren un meinter
cucê lè ai pè d’un em ch’l’ha pers al fil
e al scoulta na poesia da un vec vinil.

La lingua al grado più puro, disancorata
e nuda, il brivido di ogni pausa dentro:
di se stessa umilmente innamorata
e del suo istante, come un ritorno al centro,
scocca d’incanto la liberata
vanità di un verso. L’eterno un mentre
accucciato lì ai piedi di un uomo che ha perso il filo
e ascolta una poesia da un vecchio vinile.

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4

Ander şò per i camp in meş al fói,
i camp areint la streda ch’la va a Sera
meinter che nueter no, col scherpi mói,
teved umòur come gnu sò d’in tera,
ànşel ed fiê man in la man, arvói
distrat dal blisgher douls di pas despera
sul gias celest d’na not ch’la dà i barbai...
Ciameres pian per nem e an turner mai.

Andarsene per i campi in mezzo alle foglie,
i campi accanto alla strada che va a Serra
mentre noi no, con le scarpe bagnate,
tiepidi umori come venuti su dalla terra,
angeli di fiato mano nella mano, infagottati
e distratti dal dolce scivolare dei passi non pari
sul ghiaccio celeste di una notte che abbaglia...
Chiamarsi piano per nome e non tornare mai.

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5

In fenda, ninsun grand l’ha scrétt per dir
quell che l’ha détt, ma per purter a gala
da un fil sett’aqua al gnint ch’an’s sa mea dir,
e an ha mai fat piò cer tra veira e bala
d’un cin in altaleina, nè argiulir
al vec in nóv tranne de sfrus, de spala,
soul che al sileinsi dop el sô parol
al perla la sô léngua tolta a nol.

In fondo, nessun grande ha scritto per dire
ciò che ha detto, ma per portare a galla
da un filo sotto l’acqua il nulla inesprimibile,
e non ha aggiunto più chiarezza tra vero e falso
di un bimbo in altalena, né rinnovato
il vecchio in nuovo se non di sfuggita, di spalle,
solo che il silenzio dopo le parole
parla la sua lingua presa a nolo.

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14

T’ê un crést ch’ascoulta capiter l’ignot,
cascher el cosi in l’aqua misteriousa
dl’univers: chi dis ch’et sî un poeta, ot
vers d’arcam in na léngua pensierousa;
spin bianch e campanlein i sfan la not,
l’inveren, con la blessa piò d’ascousa...
de sfrus la pióma, l’ela dal fiurir
la sbocia in un pensér per psèires dir.

Sei un povero cristo che ascolta accadere l’ignoto,
cadere le cose nell’acqua misteriosa
dell’universo: chi dice che tu sia un poeta, otto
versi di ricamo in una lingua pensierosa;
biancospino e bucaneve sciolgono la notte,
l’inverno, con la bellezza più raccolta...
di frodo la piuma, l’ala del fiorire
sboccia in un pensiero per potersi dire.

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15

Quand l’alséra parola la s’imposta
al servési a gratis d’un pensér, viva
e in fuga, fida e tradidoura aposta
ed la becca impasteda dla saliva,
al corp al vébra e cal pensér se scosta
da la not primordiela seinsa riva
e sillaba per sillaba al s’avira
nal fiê ordinê dal teimp, al va, e al delira.

Quando la lieve parola s’imposta
al servizio gratuito di un pensiero, viva
e in fuga, fida e apposta traditora
della bocca impastata di saliva,
il corpo vibra e quel pensiero si scosta
dalla notte primordiale senza rive
e sillaba per sillaba si apre
nel fiato ordinato del tempo, va, e delira.

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21
                           a Donino

Ognun l’ha in sè la léngua ch’l’ha serchê
sô propia al punt ch’l’as lasa acsè ridir
in un sospir e al sô spesour l’è dê
da la sostansa del cosi da tgnir,
agh palpita un tatuag peina velê
ed lus, in ogni fres a gh’è al spadir
d’na screpoladura ch’la la conota
e la la selva al voul tra pausa e nota.

Ognuno ha in sé la lingua che ha cercato
sua propria al punto che si lascia ridire
in un sospiro e lo spessore è dato
dalla sostanza delle cose da trattenere,
ci palpita un tatuaggio appena velato
di luce, in ogni frase lo spasimo
di una screpolatura che la connota
e la salva al volo tra pausa e nota.

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27

Sa gh’è ’d piò bel che sparir via nal senn
in bras a un dormivéglia, meşa ghessa
ed memoria la blésga in un acenn
seimper piò liquid ed spensieratessa.
La vén sò na nebióla doulsa ed denn
snucedi per d’ed là, d’ed sà la fessa
d’in dóve as vén al mend e as tourna a spenda,
la véta na róda, la bala tenda.

Cosa c’è di più bello che svanire nel sonno
in braccio a un dormiveglia, mezza goccia
di memoria scivola in un accenno
sempre più liquido di spensieratezza.
Sale una nebbiolina dolce di donne
inginocchiate all’aldilà, di qua la fessura
da cui si viene al mondo e si ritorna a sponda,
la vita una ruota, la palla rotonda.

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28
                           a Leo

Chi ha méss tri autovelox a Maranel
tuland in gir la storia d’na sitê,
per dirla com as dis, l’è un bel usel.
Me an so mea dir c’sa sia velocitê
ma quand a vdiva Gilles sul prém canel
tórs via al casco da cin col sguerd spaesê,
velocitê am pariva nostalgia
e Gilles n’òrfan ch’l’ha int i oc la sô famia.

Chi ha messo tre autovelox a Maranello
prendendo in giro la storia di una città,
per dirla come va detta, è un bell’uccello.
Non lo so cosa sia la velocità
ma quando vedevo Gilles sul primo canale
togliersi il casco come un bimbo dallo sguardo spaesato,
velocità mi sembrava nostalgia
e Gilles un orfano che ha negli occhi la sua famiglia.

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33

S’am mett a léser al vocabolari
o a scoult na suite ed Bach per strumeint soul
a scop depurativ, da sedentari,
ch’l’astrata lus ch’la causa el cosi e al voul
l’arcusés sò risposti originari
l’an veila al labirint. Du sas al soul
s’a pasa n’embra i càmbien la struttura
deinter. Puressa, talisman d’paura.

Se mi metto a leggere il vocabolario
o ascolto una suite di Bach per strumento solo
a scopo depurativo, da sedentario,
quell’astratta luce che causa le cose e al volo
ricuce risposte originarie
non vela il labirinto. Due sassi al sole
se passa un’ombra mutano struttura
dentro. Purezza, talismano di paura.

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35

La tecnica l’è un quel fondamentel
quand la s’anólla in la fluiditê
ed quell ch’as vliva dir, cherna e servel
mantechê al fógh, di vocaléşş pensê
savand ch’anch al belcant sperimentel
l’ha n’anma verta a l’espresivitê,
muntères da nimê, vleirs bein da sant,
al douls e al brósch dl’amour, ecco l’incant.

La tecnica è una cosa fondamentale
quando s’annulla nella fluidità
di ciò che si vuol dire, carne e cervello
mantecati al fuoco, vocalizzi pensati
sapendo che anche il belcanto sperimentale
ha l’animo aperto all’espressività,
montarsi da animali e volersi bene da santi,
il dolce e il brusco dell’amore, ecco l’incanto.

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43

La fourma dla furnesa in goula a l’aria
l’è na parola giósta, da sparmier,
s’la sgóssia dal sileinsi solitaria
come da la sô guaina, dal sô mer,
ultma bandéra e làgherma contraria
a barater al dir col ciacarer,
con la sô lus sonora a l’improvis
la canta a becca sreda el mê raìs.

La forma della fornace in gola all’aria
è una parola giusta, da risparmiare,
se sguscia dal silenzio solitaria
come dalla sua guaina, dal suo mare,
ultima bandiera e lacrima contraria
a barattare il dire col chiacchierare,
con la sua luce sonora all’improvviso
canta a bocca chiusa le mie radici.

[Le “44 ottave” di Emilio Rentocchini fanno parte della collana “Foglie e radici - Biblioteca del vernacolo” curata da Nina Nasilli per Book Editore]

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli

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