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Requiem

Poesie di Giuseppe Bellosi tratte dal volume omonimo (traduzione di Loris Rambelli, Imola, Editrice La Mandragora, 2014)

Il mondo, visto da un piccolo borgo della provincia, diventa un posto in cui c’è ancora il tempo di guardare, sentire e ricordare. Ascoltiamo la voce del poeta fusignanese Giuseppe Bellosi, che legge i propri versi nel dialetto romagnolo di Maiano, e poi la traduzione in lingua messa a punto da Loris Rambelli.

E’ paradis / Il paradiso

I

Nó ch’a s’pirde’ in di temp brisa d’adës,
dri a ’gli ór ch’agli à da vni o a i dè ch’è ’ndê
– un sghinlê, un arapês –,
u j è di post
e s’u j è di pinsir
in do che e’ lom de’ zil
e’ pê a l’ôra dla nöt
e al ca, d’un culór môrt coma int i sòni,
al n’à la vós d’ancion.

Al màchin al s’è ’viêdi,
òna a la vôlta, d’là da l’os de’ pôrdich.
S’a fos stê bon d’aviêm zenza dì gnît.
Mo al parôl agli aslònga e’ temp,
e int e’ rispir, a l’ôrba, d’una vós
la vita l’à piò tânt amór:
fa cont du ch’i s’saluta
prema d’aviês pr un viaz ch’e’ dura un töch.

I

Noi, perduti in un tempo che non è il presente,
che rincorriamo le ore a venire o i giorni trascorsi
– uno sdrucciolare, un arrampicarsi –,
ci sono luoghi
e ci sono pensieri
dove la luce del cielo
pare sotto l’ombra della notte
e le case, di un colore spento come nei sogni,
non hanno la voce di nessuno.

Le automobili si sono allontanate,
una alla volta, fuori, oltre il portone.
Avessi avuto il coraggio di andarmene senza dir niente.
Ma le parole dilatano il tempo,
e nel respiro, al buio, di una voce
la vita si assapora di più:
immagina due che si salutino
prima di partire per un viaggio che duri a lungo.



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Bur / Buio

I - S-cidês / Risveglio

1

Mo la piò l’è la nöt,
cvânt ch’l’è bur d’pösta e e’ vent
e’ scösa toti agli êlbar tórn a ca.
U n’s’sent piò a dê la vós,
a cve in do ch’e’ fiuréva e’ pésgh sambêdgh
e ch’a zughimi a cut, un brânch d’tabëch.

J arméri scur, la casa, la spicira.
Cal nöt ch’a n’so piò bon d’indurmintêm
a m’liv e a borgh i segn lughé int al câm‒bar
nôvi, s-cidê int e’ mònd de’ sön.

1

Ma il peggio è la notte,
quando il buio è profondo e il vento
scuote gli alberi intorno a casa mia.
Non si sente più dare una voce,
qui dove il pesco selvatico fioriva
e giocavamo a nasconderci, noi, uno sciame di bambini.

Gli armadi scuri, la cassapanca, la specchiera.
Le notti che non riesco più ad addormentarmi
mi alzo e vado in cerca di tracce nascoste nelle camere
nuove, a occhi aperti nel mondo del sonno.



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3

E sta matèna a n’so piò ardì
d’arvìla, la finëstra, in pët a e’ zil,
e gnânch d’sbadê i scuret:
a tegn dri a e’ mònd ch’l’arven un pô a la vôlta.
Areb a chêra
d’stêr acsè, palughê, zenza pinsir,
a tni d’astê la séra cvânt che e’ lom
u n’dà piò dân a j oc.

3

E stamattina mi manca l’animo
di aprirla, la finestra, contro il cielo,
anche soltanto di schiudere gli scuri:
sorveglio il mondo che torna lentamente al giorno.
Vorrei starmene così, assopito,
non dover pensare a niente,
e aspettare la sera quando la luce
non ferisce più gli occhi.



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II - I dè / I giorni

3

E incù ch’l’è e’ prem dè d’sren
a la fen d’znér e l’aria
la n’à un fil d’nëbia,
a travarsê la piaza u m’pê
d’ës ’riv int un pöst nôv.
A végh a tu e’ giurnêl,
a pës dri a e’ Córs, a vult int e’ cafè,
coma ch’a seia un furastir in viaz.
Sot’a mazdè, la Cisa de’ Sufrag,
biânca, la fa da spëc a e’ sól.

3

Oggi che è ricomparso il sereno
in questa fine di gennaio
e l’aria è tersa,
attraversando la piazza mi sembra
di essere capitato in un posto nuovo.
Vado a prendere il giornale,
cammino lungo il Corso, volto al caffè,
mi sento come un forestiero in viaggio.
Verso mezzogiorno, la Chiesa del Suffragio,
bianca, fa specchio al sole.



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7

La ca d’Pacâgn l’è cvânt ch’e’ va zo e’ sól
ch’u s’véd e’ su culór. La pê
d’cô d’la caréra ch’la travérsa e’ sid;
mo la caréra
l’ariva ins ’na cavdâgna
e u j è incóra una tëra
e la fösa e la strê:
la ca l’è d’là,
da e’ cânt dla séra.

7

La casa di Pacâgn è nell’ora del tramonto
che rivela il suo colore. Appare
in fondo alla carraia che attraversa il campo;
ma la carraia
finisce in una cavedagna
e poi c’è ancora una terra
e la fossa e la strada:
la casa è di là,
verso occidente.



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9

Int e’ més d’maz ch’u s’sent, d’nöt, a bulê,
l’udór dal rôs, e l’aria la s’aschêlda,
e agli ór agli è ór sól una vôlta,
e i dè l’istes, una vôlta e pu piò,
la vós,
la vós ch’la n’s’véd,
ch’la n’fa ancion segn invel.

9

Nelle notti di maggio, quando viene, a ondate,
il profumo delle rose, e l’aria è mite,
e le ore sono ore una volta soltanto,
e anche i giorni, una volta e mai più,
la voce,
la voce che non si vede
e non lascia traccia.



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IV - Un êtar pöst / Altrove

4

E Gnöli, la Cichina, e’ Calicân,
la Minghina d’Iusfon, Rafël d’Badeia,
la Vargigna, la Gigia d’Zafagnî,
Minoni d’Car:
me a m’j arculd tot cvènt,
ca par ca.
Ch’i n’éra brisa ins l’os
o ins la pôrta
o a l’ôra int e’ curtil
a m’in so ’dê ’csè tot int una vôlta.
Adës me s’a j apens u m’pê ch’e’ seia
un êtar pöst, ch’a n’so gnânch piò sicur.
E’ putreb ës stê un sòni.

4

E Gnöli, la Cichina, e’ Calicân,
la Minghina d’Iusfon, Rafël d’Badeia,
la Vargigna, la Gigia d’Zafagnî,
Minoni d’Car:
io li ricordo tutti,
casa per casa.
Che non c’erano più,
sull’uscio
o sulla porta carraia
o all’ombra nel cortile,
me ne sono accorto così, d’un tratto.
A ripensarci adesso, mi sembra di essere vissuto
in un altro posto, di cui non sono più tanto sicuro.
Forse l’ho visto in sogno.



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VI - Aviês / Commiato

4

A i sral un pöst in do ch’j avânza e’ segn
d’un at o d’un pinsir?
o a j armàstal sól
di sòni, dal parôl ch’al t’ve’ int la ment,
ch’a’ n’dis mai cvel ’ t’vu dì?

4

Esisterà un posto
dove un gesto o un pensiero
lascino il segno?
oppure restano soltanto
sogni e parole che affiorano alla mente
e non esprimono mai quel che vuoi dire?



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5

Vuiétar ch’a si sté com ch’a sen nó,
vó ch’a murì par sèmpar,
d’là da la mura,
ch’a vdi int un sòni
cal vôlt ch’a v’afarmivi int e’ cafè,
ch’a ciacarimi in piaza,
che pô ch’a sen ariv a dìs
adës a cve a m’l’arculd sól me.

E pu u s’tucarà a nó,
cvânt ch’a vnire’ int la ment
a on ch’u s’à cgnusù,
e e’ sra un pinsir o un sòni,
ch’u s’pérd int l’aria.

E cvel ch’è ’ndê l’è ’ndê.

5

Voi che siete stati come ora siamo noi,
voi che morite per sempre,
oltre il muro,
che in sogno vi rivedete
al caffè o quando eravamo insieme
in piazza a chiacchierare,
quel poco che siamo riusciti a dirci
adesso qui sono io solo a ricordarlo.

Poi spetterà a noi:
torneremo in mente
a qualcuno che ci ha conosciuto,
e sarà un pensiero o un sogno,
che si perde nell’aria.

E quel ch’è andato è andato.



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Requiem

VIII

Adës u n’s’pö savér in do ch’u s’va,
da ch’óra ch’u s’ariva. U j è dal vôlt
ch’u m’pê d’smarìm: e s’l’éra un’êtra strê?
Dal vôlt invézi u m’pê d’avdél un pöst
ch’a m’sent pröpi a ca mi, ch’a so sicur
che me a so me, mo e’ dura com un sòni,
che s’t’aj apens u n’t’ven gnânch piò int la ment.

VIII

Qui non è dato conoscere la meta,
né l’ora dell’arrivo. A volte ho la sensazione
di essermi smarrito: e se ho sbagliato strada?
A volte invece mi sembra di vederlo il posto
dove mi sento a casa mia, dove sono sicuro
di essere veramente me stesso, ma per un attimo,
un sogno che, come ci pensi, svanisce.



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[Nel volume intitolato Requiem, l’Editrice La Mandragora ha raccolto tre poemetti di Giuseppe Bellosi pubblicati tra il 1992 e il 2013: E’ paradis, (traduzione di Loris Rambelli, Faenza, Moby Dick, 1992); Bur (traduzione e note di Loris Rambelli, Venezia, Marsilio, 2000); Requiem (traduzione di Loris Rambelli, Montefiore Conca, Opificio della Rosa, 2013]

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Giuseppe Bellosi

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