Salta al contenuto principale
29 Luglio 2021 | Racconti d'autore

A carte scoperte

Testo tratto dal libro omonimo, a cura di Paola Italia e del Master in Editoria cartacea e digitale dell’Università di Bologna (Bologna, Bononia University Press, 2021)

Vittorio Ferorelli

Come lavorano le scrittrici e gli scrittori contemporanei? Gli studenti del Master in Editoria cartacea e digitale dell’Università di Bologna hanno posto dieci domande, molto concrete, a una ventina di autrici e autori italiani. Dal libro-inchiesta che ne è nato vi proponiamo le voci di Marcello Fois e Alessandra Sarchi. Il ricavato delle vendite è devoluto alla campagna di Amnesty International per Patrick Zaki, lo studente dell’ateneo bolognese arrestato il 7 febbraio 2020 al Cairo e tuttora ingiustamente detenuto.

Metodi. Qual è il suo metodo di lavoro?
Marcello Fois – Senza dubbio “Metodo Champenois”: un’idea mi deve fermentare in testa e in corpo finché non salta il tappo. Prima di allora non faccio nulla: non prendo appunti, non mi documento più di tanto, non studio. Resto così a rimuginare un abbozzo narrativo, a inventare frasi generiche e scartarle, a progettare, progettare e progettare. Il primo sintomo di riuscita fermentazione è il titolo. Qualunque progetto abbia in mente, saggio, racconto, romanzo, pièce teatrale, deve avere innanzitutto un titolo. Come un enzima, un lievito che generi l’esplosione (l’orgasmo?). A quel punto sono pronto per iniziare.  Si parte con lo studio, con la documentazione, con gli abbozzi. Qualche volta si aspetta che siano le suggestioni a venirti addosso prima che tu le cerchi. È come vedere solo donne gravide dopo l’annuncio che la tua compagna, o moglie, è incinta.
Alessandra Sarchi – Non so se si possa definire un metodo, ma c’è una sequenza che si ripete più o meno sempre quando scrivo: ho un’idea, spesso legata a un’immagine o a una scena; a quest’idea si associano possibili personaggi e frammenti narrativi. Mi fermo, leggo, cerco di ampliare e approfondire; mi faccio una piccola bibliografia, appunti che possono essere presi a mano su fogli grandi o su quadernetti (più raramente su file al computer). Lascio che queste prime idee scodinzolino nella mia testa un tempo sufficiente a prendere direzioni diverse; infine ci torno sopra e provo a mettere a fuoco di che cosa voglio realmente parlare, qual è la storia che posso raccontare.

Tempi. Quali sono i suoi tempi della scrittura?
Marcello Fois – Considerato il metodo a cui ho accennato poco prima, la questione dei tempi di scrittura è ambigua. Nel senso che occorre stabilire se per “tempi della scrittura” si intendano quelli tecnici dello scrivere o la somma del tempo che occorre dall’idea alla sua pubblicazione. Nel mio caso i tempi tecnici sono decisamente brevi. Si può dire che sono uno che scrive facilmente e velocemente. Tuttavia, questa velocita dipende dalla profondità di tutta la fase precedente, che qualche volta può durare anni. Posso cioè portare a termine in qualche mese un progetto su cui ho rimuginato a lunghissimo. La saga de I Chironi (Stirpe, Nel tempo di mezzo, Luce perfetta) per esempio ha occupato, non in esclusiva, undici anni della mia vita, ma tecnicamente sono stati scritti in assai meno tempo.
Alessandra Sarchi – Scrivo di mattina e di pomeriggio, non in maniera continuativa. Ho bisogno di interruzioni durante le quali leggo, ascolto un po’ di musica o guardo il giardino fuori dalla finestra. La concentrazione per me coincide con uno stato di benessere fisico e non dura mai tantissimo: un paio d’ore, nei giorni molto fortunati anche tre. Quando sto scrivendo un capitolo o un paragrafo che ha un proprio svolgimento compiuto ho bisogno di continuare fino alla fine; se non posso farlo, lascio quanti più appunti e richiami possibili sul file su cui sto lavorando.

Spazi. Dove scrive solitamente? Crede che i luoghi abbiano influenzato il suo modo di scrivere?
Marcello Fois – Devo confessare che per me gli spazi sono indifferenti: se devo scrivere scrivo. Se sono pronto, mi basta nulla: un punto d’appoggio per il mio Mac o anche una penna e un taccuino. Quando il meccanismo si è messo in moto non c’è nulla che mi distragga, posso scrivere in treno, al bar, in casa con i bambini urlanti e la TV accesa. Posso scrivere in salotto mentre gli altri chiacchierano. In giardino col cane, mentre mi gironzola intorno. Detesto scrivere nel silenzio e nella solitudine, al punto che quando sono solo in casa scrivo in salotto tenendo accesa la TV in un’altra stanza, preferibilmente su canali di cucina, così ho la sensazione che mentre lavoro qualcun altro interagisce e fa cose intorno a me. Ho uno studio, ma lo uso raramente, più per studiare, appunto, che per immaginare. Il mio luogo ideale per la scrittura è me stesso: ergonomico, facile da trasportare, adattabile. Sono influenzato dal mio rapporto fisico con la scrittura: è lei che deve trovarsi bene in me. Il resto non conta, dove io mi trovi, quando la scrittura arriva, è ininfluente.
Alessandra Sarchi – Scrivo nel mio studio, che è spazioso, con i miei libri, molta aria sulla testa, una bella luce che arriva dalle due finestre affacciate sul verde. In passato ho scritto anche in cucina, e qualche volta anche in biblioteca. Mi piacerebbe di più scrivere in spazi come le biblioteche, in cui mi sento a mio agio, ma non sono casa mia. Le case tendono a diventare tossiche se ci si passa troppo tempo e purtroppo, dopo un anno e mezzo di pandemia, il bisogno di un orizzonte diverso si è acuito in molti di noi, credo. Sono convinta che ci sia un nesso fra ciò che si scrive e il luogo in cui avviene, anche se non credo si possa ridurre a una mera causalità. Ognuno ha poi un modo suo di abitare gli spazi, e anche queste modalità possono cambiare nel tempo.

Scrivanie. Che cosa c’è ora sul suo tavolo di lavoro?
Marcello Fois – Di tutto. Sono un sostenitore del Caos. Ma soprattutto della concentrazione che occorre per affrontarlo. Perciò, paradossalmente, sono assai ordinato, riesco cioè a muovermi perfettamente nel mio disordine. A pensarci, per quanto mi riguarda, il concetto di ordine, di silenzio, di isolamento, è legato alla lettura più che alla scrittura. Gli spazi in cui leggo devono essere nudi, direi monastici. La lettura è un’attività mistica, per quanto mi riguarda; la scrittura è profana, corporea, umorale, patologica, erotica. Ogni spazio di scrittura si trasforma immediatamente in un territorio caotico con libri, fogli, penne, foto, telecomandi, supporti tecnici vari, telefono, musica. Riesco a scrivere in condizioni assai precarie, ma per leggere ho bisogno di silenzio perché ho della lettura una passione che definirei mistica.
Sul mio tavolo di lavoro ci sono anche vari libri che dovrei leggere o rileggere e che mi rammentano che potrei smettere di scrivere in qualunque momento, ma mai e poi mai di leggere.
Alessandra Sarchi – Oltre al computer ci sono almeno quattro quadernetti di appunti, un’agenda, una scatola di liquirizia, una lampada, un portapenne, cartoline che raffigurano opere d’arte, una piccola raccolta di conchiglie, tre piante, di cui due piccole crassule e un’orchidea. Due libri: una vecchia edizione di Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes e Amor che move. Linguaggio del corpo e forma del desiderio in Dante, Pasolini e Morante di Manuele Gragnolati. Una piccola volpe in ceramica che un amico mi ha portato da un viaggio in Svezia, una candela profumata.

Supporti. Fino a quando ha continuato a usare carta e penna e cosa è cambiato con la scrittura digitale?
Marcello Fois – Ho fatto le elementari quando ancora ci si esercitava con le aste. Sono stato favorito dal fatto di essere nato nella provincia estrema dello Stato e, all’interno di quella provincia, in un territorio impervio e isolato. Le mie scuole elementari sono state in tutto ottocentesche. Sulla scrivania del mio maestro (magister) c’era la grande boccia dell’inchiostro a cui tutti noi, eravamo trentadue scolari, tutti maschi, potevamo attingere previa autorizzazione. Il che significava saper maneggiare la stilografica a stantuffo. Sicché la scrittura a mano per me è sempre stata assolutamente concomitante alla scrittura informatica. Anzi, ho iniziato abbastanza presto a computerizzarmi: il mio primo Mac comprato a rate risale al 1985, anno della laurea. Ci ho scritto la tesi. Ezio Raimondi ne ha corretto le bozze in una prima stesura stampata ad aghi. E assicuro che quel procedimento era davvero al limite della tortura fisica: lento e rumorosissimo.
Non sono perciò definibile uno scrittore digitalizzato. Uso il computer e la tastiera col sentimento della penna. Scrivo senza sfruttare le scorciatoie dell’informatica. Posso dire di possedere una macchina da scrivere avanzatissima e polifunzionale, ma niente di più. Uso sì e no due caratteri (Calibri, Times New Roman) e sempre in corpo 12. La mia pagina è definitivamente settata su una pagina standard che conosco e che mi permette di conteggiare grosso modo battute e quantità. Insomma, sul piano della scrittura per me non è cambiato nulla. In ogni caso, per l’unico talento che mi sta veramente a cuore, cioè la lettura, occorre un supporto naturale, da custodire con cura: una buona vista.
Alessandra Sarchi – A dire il vero non ho mai smesso di usare carta e penna, anche se non ho mai scritto un testo per intero in quel modo. Li uso piuttosto per prendere appunti, chiarirmi le idee o trascrivere una frase o un verso di poesia che mi hanno colpito. I miei testi sono sempre nati tutti al computer, ma hanno diverse propaggini che nascono come cartacee e che poi in genere butto. Non sono brava a conservare: se sono riuscita a utilizzare un appunto, poi non vedo la necessità di conservarlo.

Correzioni. Quante volte e come deve riscrivere un testo perché possa essere considerato concluso?
Marcello Fois – Se ho lavorato adeguatamente nella fase preliminare, poco. Qualche volta pochissimo. Succede persino che dopo tanto rimuginare sia buona la prima e possa consegnare all’editore un prodotto abbastanza rifinito, con pochi interventi necessari. Anche qui vale il discorso dei tempi totali o parziali. Le correzioni, gli emendamenti, le trasformazioni che io ho fatto per lo più a mente, contano? In ogni caso per me vale la regola che la scrittura vera e propria inizia dopo la prima stampata, quando cioè posso considerare, nero su bianco, fino a che punto quanto avevo pensato ha un corpo. Se quella prima lettura funziona, con piccoli ritocchi e variazioni, allora ci siamo: vuol dire che si può spedire all’editore, ma non che sia concluso, anche quando va bene per me un pezzo non è mai concluso. Se rileggo i libri che ho scritto ci trovo moltissimi difetti. E questo sentimento credo sia il motivo principale per cui continuo a scrivere.
Alessandra Sarchi – Riscrivo almeno due o tre volte i miei testi. Non integralmente, bensì intervenendo là dove la lingua mi sembra inadeguata o la struttura carente. A volte di un’intera pagina non rimangono che due righe; in altre occasioni può succedere che un paragrafo si dilati in diverse pagine.

Biblioteche. Qual è il rapporto tra la sua scrittura e la sua biblioteca? Come annota i suoi libri?
Marcello Fois – Non annoto mai i miei libri, sono un maniaco compulsivo. Di alcuni libri che mi stanno particolarmente a cuore compro copie di servizio proprio per non profanare i volumi. Odio chi li maltratta, chi li segna, chi li spalanca per scioglierne la costola. So che è infantile, e forse qualcosa di peggio, ma ho copie di libri che apro solo con cautela e che ho dovuto ricomprare per poterli leggere con tutta tranquillità. Quanto alle biblioteche, mi piacciono come luoghi di concentrazione e come santuari dedicati alla lettura. Ho una certa propensione per i luoghi rituali, gli edifici religiosi in genere e gli oggetti di culto: ex voto, crocifissi, acquasantiere, libri. Da ragazzo ogni centesimo che avessi a disposizione era votato all’acquisto di libri. Da collezionista maniacale ho una certa propensione per la tassonomia: nella biblioteca della mia scuola erano conservate soprattutto enciclopedie e ho sempre adorato leggerle, constatare come elementi difformi che iniziano con la stessa lettera possano convivere nello stesso volume.
Alessandra Sarchi – Ci sono libri che periodicamente rileggo o che ritengo utile avere intorno mentre scrivo: si tratta di autori che amo o che rappresentano per me dei modelli. Vi sono anche letture in cui trovo soluzioni brillanti a problemi di tecnica narrativa che sorgono durante la scrittura. A guidarmi attraverso i miei libri ci sono migliaia di post-it, segnalibri in carta e piccole sottolineature fatte a matita – più frequenti nei saggi che nella narrativa.

Modelli. Quali sono i modelli a cui si è ispirato per i suoi testi?
Marcello Fois – Sono un narratore. I miei modelli, esclusi quelli che sono sostanziali e inderogabili (Iliade, Odissea, Bibbia, Divina Commedia, Decamerone, Don Quijote, Operette Morali), appartengono a una classe di scritti che prediligono il contatto stretto, direi genetico, tra una trama e una scrittura. Non mi convince l’idea che possa bastare la buona scrittura o la buona storia: devono essere buone entrambe. Spesso si confondono i piani, ma io credo che esistano buoni scrittori, spesso grandi scrittori, che tuttavia non sono narratori e che esistano narratori che non sono grandi scrittori. Fra costoro ci sono quelli che piacciono a me e ai quali mi ispiro: i grandi narratori con una grande scrittura. Fare un elenco, che tra l’altro è abbastanza preciso, mi deprimerebbe, perché non farebbe altro che convincermi dell’inutilità del mio operato. Di fronte a certi capolavori antichi e moderni viene voglia di smettere di scrivere, ma per fortuna la scrittura è un mestiere paradossale: ci vuole molta presunzione per intraprenderlo, ma anche molta presunzione per considerarsi all’altezza di tutte le cose meravigliose che sono state scritte. Ma devo dire che al di la di tutto questo mi porto addosso un patrimonio locale di modelli autoctoni: sono nato esattamente a meta tra la casa di Grazia Deledda e quella di Salvatore Satta.
Alessandra Sarchi – Alice Munro è la scrittrice che ho studiato con più attenzione per la costruzione narrativa, mentre Elsa Morante e Paolo Volponi per la lingua. Ma trovo sempre difficile indicare modelli: quelli che teniamo più presenti non necessariamente sono quelli che ci influenzano di più. Esiste una memoria letteraria involontaria, per fortuna.

Editori. Quanto ha influito sulla sua scrittura il rapporto con gli editori e i redattori?
Marcello Fois – Dal punto di vista editoriale sono stato un autore molto fortunato, ho iniziato con la vittoria del Premio Calvino nel 1992 e da lì non mi sono più fermato. Non ho vissuto la situazione del dattiloscritto rifiutato. Ho pubblicato con una certa continuità prima con editori di nicchia e, a partire dal 1998, con Giulio Einaudi Editore. Non male per un provinciale periferico. Sin dal mio ingresso in Einaudi sono stato affidato a una editor che non mi ha mai lasciato: dopo il mio matrimonio, il rapporto più lungo della mia vita che ancora prosegue. Mi ricordo che questa donna straordinaria, che si chiama Dalia Oggero, al nostro primo incontro mi regalo una gomma dicendomi: «Io faro delle annotazioni a matita, tu cancella direttamente tutto quello che non ti convince». In ventun anni ho cancellato pochissimo.
Alessandra Sarchi – Ho avuto la fortuna di lavorare al mio primo romanzo, Violazione, con Giulio Mozzi, Severino Cesari e Rosella Postorino. Con tutti e tre ho imparato moltissimo sulla coesione di un testo, sulla necessità di ripulire il dettato sintattico e linguistico da idiosincrasie e da tutto ciò che si accumula senza una precisa volontà espressiva. L’editing può svolgersi a più livelli: sul piano macroscopico del testo nel suo insieme o su quello più puntuale della singola pagina, del singolo paragrafo, della sequenza di parole. Severino Cesari era formidabile nel cogliere dove stava il cuore pulsante di un testo e cosa poteva valorizzarlo; aveva anche una regola ferrea: mai più di un avverbio che finisse in “-mente” per pagina. Da nessuno di loro mi sono mai sentita forzata: ho trovato solo lettori competenti che condividevano impressioni di lettura e lasciavano a me la scelta su come migliorare il testo. L’editing è di fatto un momento di grande intimità fra autore ed editor: possono emergere le ragioni nascoste o dissimulate dall’autore stesso per cui quella storia ha preso una piega e non un’altra; fuoriesce lo stile che dovrebbe caratterizzare in maniera unica ciascun autore. Personalmente non potrei fare editing con nessuno di cui non abbia grande fiducia e stima.

Archivi. Ha mai pensato di destinare il suo archivio a qualche istituzione? E se sì, a quale e perché?
Marcello Fois – In realtà ci ho pensato, considerato il fatto che io appartengo a quella generazione di autori che ha prodotto ancora molto cartaceo e che quindi ha a disposizione una quantità notevole di materiale tangibile da conservare. Certo, a questo punto ne esiste molto di più nella memoria del mio Mac, ma credo che sia più interessante poter toccare con mano le bozze reali con le annotazioni. Sono assai sentimentale da questo punto di vista e, come ho detto, amo chi conserva e cataloga. Vorrei che mi conservassero a Nuoro, nella sala autografi della Biblioteca Satta per tutti i romanzi nuoresi e a Bologna, magari all’Archiginnasio dove ho studiato e lavorato per tanto tempo, per tutto il resto.
Alessandra Sarchi – Tendo a essere molto disordinata, a mescolare bollette e appunti di lavoro, quindi ho un terrore sacrosanto di affidare le mie carte a qualcuno. Avendo io stessa lavorato come archivista fotografica, so quanta selezione e normalizzazione del materiale sia necessaria per renderlo consultabile: è un’operazione fondamentale, e per me insopportabile. Ho l’impressione che così se ne andrebbe tutta la vita che ha circolato fra quelle carte. Forse anche per questo tendo a buttare via molto: come se, liberandomi di quei documenti, potessi impedire che le idee si mummifichino e/o prendano la sinistra apparenza degli oggetti di un polveroso museo, non di capolavori ma di copie, prove, abbozzi che nessuno vorrebbe esporre e nessuno si azzarderebbe a buttare.
Ho un rapporto molto controverso con gli archivi e non so se darei mai i miei materiali a uno di essi. Forse è immaturità, forse è una forma di resistenza di cui non ho ancora chiarito del tutto a me stessa le ragioni. Ad ogni modo, se mai dovessi destinare le mie carte a qualche istituzione, lo farei con la biblioteca dove ho studiato e lavorato più di tutte – cioè, l’Archiginnasio di Bologna.

———————————————

Le autrici e gli autori intervistati nel corso del progetto “A carte scoperte. Come lavorano le scrittrici e gli scrittori contemporanei” sono: Andrea Bajani, Marco Balzano, Paola Capriolo, Giuseppe Culicchia, Paolo Di Stefano, Paolo Di Paolo, Marcello Fois, Antonio Franchini, Helena Janeczek, Maurizio Maggiani, Gaia Manzini, Dacia Maraini, Beatrice Masini, Melania Mazzucco, Marta Morazzoni, Laura Pariani, Valeria Parrella, Alessandra Sarchi, Antonio Scurati, Walter Siti, Andrea Tarabbia, Simona Vinci.
Al progetto – curato da Paola Italia e dal Master in Editoria cartacea e digitale dell’Università di Bologna, coordinato da Anna Maria Lorusso – hanno partecipato: Sara Biasin, Jessica Cardaioli, Cristina Casaburi, Viola Casadei, Giancarlo Corda, Giuseppe Criscione, Guglielmo Crotti, Angelomaria Di Marzio, Michele Di Stasi, Giacomo Giovinazzo, Martina Iurianello, Eleonora Marchesini, Sara Monti, Jacopo Norcini Pala, Sara Pavan, Thea Pellegrini, Sofia Perlini, Elena Sangiorgi, Michele Sorice.

———————————————

Immagini
Elaborazione grafica con particolari della copertina del libro “A carte scoperte” e di un’illustrazione di Gianluca Costantini dedicata a Patrick Zaki.

Musiche
Paolo Fresu – “Mineralogia”
Fabrizio De André – “Volta la carta”
Murubutu featuring Dutch Nazari and Willie Peyote – “Occhiali da luna”
Samuele Bersani, Pacifico – “Le storie che non conosci” (live)

Il brano iniziale è tratto da “Musica da lettura”, il concerto dal vivo realizzato da Paolo Fresu, in occasione dei suoi 60 anni, nelle sale della Biblioteca comunale dell’Archiginnasio di Bologna, trasmesso
online il 10 febbraio 2021.

Brano corrente

Brano corrente

Playlist

Programmi