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Enzo Ferrari: volevo essere un pilota

A 70 anni dal debutto del Cavallino, riascoltiamo la voce del Drake al microfono di Enzo Biagi

Gli hanno dato molti soprannomi. “Il Commendatore”, “l’Ingegnere”, “il Mago”, “il Patriarca”, “il Grande Vecchio”, persino “il Drake”, riferito al celebre corsaro inglese che aveva per motto “sic parvis magna”, dalle piccole cose nascono grandi imprese. Ma lui preferiva essere chiamato solo Ferrari e del resto, a chi compie imprese difficili, cari amici e care amiche di RadioEmiliaRomagna, i titoli onorifici devono davvero sembrare superflui.

Enzo Anselmo Ferrari nasce a Modena il 18 febbraio 1898 nella casa che oggi è divenuta museo. Suo padre Alfredo ha un’officina di carpenteria che costruisce ponti e tettoie in metallo per le ferrovie, e sogna che almeno uno dei due figli diventi un ingegnere. Ma il giovane Enzo non sopporta la scuola e cova sogni tutt’altro che ingegneristici: vorrebbe fare il tenore di operetta, oppure il giornalista sportivo, o in alternativa il pilota automobilistico. La passione per la velocità sembra sia nata quando, bambino, il padre lo ha portato a vedere una corsa sul circuito di Bologna.
Ma il passaggio della linea d’ombra che separa i sogni dalla realtà può essere brusco. Nel giro di pochi anni, tra il 1915 e il ’18, perde il padre, morto di polmonite, perde il fratello, volontario nel primo conflitto mondiale, e lui stesso si ritrova arruolato nel Regio esercito e poi congedato a causa di una pleurite per cui viene operato due volte. Nel freddo inverno del dopoguerra si trasferisce a Torino sperando di essere assunto dalla FIAT, ma la grande Fabbrica italiana di automobili lo rifiuta.
Sotto la Mole antonelliana, nonostante tutto, Enzo conosce la giovane sartina che diventerà sua moglie e trova lavoro in una carrozzeria che trasforma autocarri militari in auto di lusso da rivendere a Milano. Oltre a lavorare con chiavi inglesi e fiamma ossidrica, il suo compito è portare i veicoli in Lombardia: diventa così, nello stesso tempo, guidatore e collaudatore. Ed è proprio come collaudatore che viene assunto da un’impresa milanese, la CMN (Costruzioni meccaniche nazionali), che gli permette di realizzare uno dei sogni di ragazzo: diventa pilota, e nel novembre del 1919 corre nella celebre “Targa Florio”, la competizione disegnata dall’imprenditore siciliano Vincenzo Florio lungo le strade tortuose delle Madonie. Non vince, ma non importa: è la sua vera iniziazione al culto delle corse.
L’anno dopo, ripresentatosi al via, arriva secondo. Questa volta guida un’Alfa Romeo, la casa automobilistica milanese con cui Ferrari collaborerà per un intero ventennio, sviluppando quella che in seguitò definirà la sua autentica vocazione, essere un agitatore di uomini e di problemi tecnici: più che un progettista, un lievito fecondatore.

Sono anni di gare faticose e di incidenti umilianti, ma anche di vittorie. Come quella del 1923 nel Circuito del Savio, nei pressi di Ravenna, quando la madre dell’aviatore Francesco Baracca gli regala come portafortuna un simbolo, il cavallino rampante che il figlio portava disegnato sul suo aereo. Anni di soddisfazioni e di onori, ma anche di sconforti. Nel ’24 partecipa al primo giorno di prove del “Gran Premio d’Europa”, poi all’improvviso molla tutto, rientra in Italia senza disputare la corsa e si ritira dalle competizioni internazionali: i motivi restano per sempre un mistero. “Volevo essere un grande pilota, e non lo sono stato” dirà poi.
Ormai trentenne, Ferrari cerca nuove sfide e nuovi spazi per dare sfogo alla sua personalità e li trova sul finire degli anni Venti, quando fonda la sua Scuderia, una società sportiva che raduna veri e propri assi del volante come Antonio Ascari, Giuseppe Campari e il grande Tazio Nuvolari. Utilizza auto marchiate Alfa Romeo, ne diventa una filiale, a un certo punto gestisce l’attività sportiva della casa madre. Finché, fatalmente, il rapporto si incrina. Nel ’39, quando Ferrari lascia l’Alfa Romeo, gli viene imposto di non associare il suo cognome alle macchine da corsa per almeno quattro anni. Tornato a Modena, nella stessa sede della sua Scuderia (sciolta due anni prima), fonda l’Auto Avio Costruzioni e si pone un obiettivo: prima o poi il Biscione milanese mangerà la polvere del suo Cavallino. Ci vorranno tanto lavoro e tanti sacrifici.

Nel corso della Seconda guerra mondiale lo stabilimento viene trasferito a Maranello per timore dei bombardamenti, che arrivano comunque. Si riparte dopo la guerra, con il progetto della prima vettura griffata “Ferrari” e con un’idea ardita: un motore a 12 cilindri disposti a V, utilizzabile sia su auto da corsa, sia su modelli da strada. Il 12 marzo del 1947 il commendator Ferrari in persona prova la prima 125 S, che monta il nuovo V12 progettato dai suoi tecnici: Gioacchino Colombo, Giuseppe Busso e Luigi Bazzi. Solo quell’anno, il veicolo vince sei volte.
Il primo trionfo nella “Mille Miglia” è del ’48, la prima vittoria nella “24 Ore di Le Mans” arriva nel ’49. Ma il giorno della verità è il 14 luglio del 1951, quando a Silverstone si disputa il Gran Premio di Gran Bretagna, quinta gara del Campionato mondiale di Formula 1. Al traguardo, per la prima volta nella competizione iridata, la Ferrari guidata da José Froilán González batte l’Alfa Romeo di Juan Manuel Fangio. Il Drake piange lacrime di gioia mista a dolore; quel giorno, confesserà tempo dopo, si sente come chi ha assassinato sua madre. Ma non c’è tempo, bisogna correre. Quell’anno il trofeo mondiale sfugge, ma nel ’52 e nel ’53, con in sella Alberto Ascari, il Cavallino salta davanti a tutti.
La vita del Cavaliere rosso è costellata di successi: con lui e dopo di lui, la sua Scuderia vincerà 15 volte il titolo mondiale dei piloti e 16 volte quello riservato ai costruttori. Ma è anche oscurata da dolori smisurati. Nel 1956 perde l’unica gara che avrebbe voluto vincere davvero, quella per cui avrebbe rinunciato a tutte le altre: suo figlio Alfredo, detto Dino, poco più che ventenne, promettente ingegnere meccanico, muore di una malattia ancora poco nota, la distrofia muscolare. Quando il 14 agosto del 1988, a novant’anni compiuti, lo raggiungerà anche lui, vorrà riposare accanto a quel ragazzo dai muscoli fragili.

Per festeggiare i 70 anni del primo rombo emesso dalla Rossa più rampante del mondo vi facciamo riascoltare la voce di Enzo Ferrari, intervistato dal giornalista Enzo Biagi nel 1981 per la serie “I ritratti”, documentari diretti da Sandro Bolchi.


[I video sono consultabili sul canale YouTube di Accasfilm, che ne detiene i diritti: ringraziamo Sarah Nicora per averci concesso l’utilizzo dell’audio]

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A cura di Vittorio Ferorelli

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