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Ebbrezza del latte

Testo tratto dal romanzo di Alfredo Panzini “La lanterna di Diogene” (Milano, Treves, 1907)

Nei primi anni del Novecento si poteva andare in bicicletta da Milano fino al mare della Romagna, senza troppi rischi, come racconta Alfredo Panzini nel suo romanzo più celebre. Nel viaggio che lo porterà fino alla Casa Rossa di Bellaria, dove oggi si tramanda la sua memoria, lo scrittore a un certo punto lascia la Via Emilia e punta, a sorpresa, verso l’Appennino... Ringraziamo per la lettura Cesare Imposimato e l’associazione “Legg’io”

Un vecchio e arzillo signore di Modena, mio compagno di tavola, fu quegli che mi indusse proprio a lasciar la pianura e prendere la via dei monti. ‒ Come? non conosce la via Giardino? ignora Pavullo? La Serra? Lama Mocogno? Barigazzo? Pievepelago? L’Abetone? Ma bisogna andarvi! che è già sulla strada! ‒ Così mi disse.
Confesso la mia ignoranza; io non conoscevo molti di questi luoghi nè meno di nome e non trovo modo di confortare questa ignoranza se non pensando che io la condivido con molte persone.
Strana cosa! Questa piccola Italia, se ci mettiamo a studiarla secondo geografia, diventa grande come un continente; e se ci mettiamo a studiarla secondo storia, quest’umile Italia diventa superba come un impero.
La materia è vasta; ed è forse per questo che gli studi della storia e della geografia nazionale sono accuratamente evitati.
Dopo un sommario esame della carta del Touring, osservai al mio interlocutore che La Serra è a 800 metri; Pavullo è più in basso, ma Barigazzo sale ancora a 1.300; Pievepelago discende sino al fiume; però l’Abetone svaria con la sua selva a 1.340, e la Lama si nasconde in fondo alla valle.
‒ Crede lei che io riuscirò a fare questa specie di montagne russe?
‒ Caspita, un giovane come lei!
Ciò mi lusingò moltissimo: ma tutto è relativo: per il mio interlocutore, che era vecchio, io apparivo ancora un giovinotto; nel modo stesso che un certo bambino dice sovente: «quando sarò vecchio come il papà», e non crede di offendermi.

*

Ecco: andare da Modena all’Adriatico pigliando le vie di Pavullo e dell’Abetone non è la più diretta, e quelli che mi attendevano nella casetta al mare, certo ‒ pensai ‒ ne avranno dispiacere; tuttavia se tralascio questa occasione, chissà quando la potrò riafferrare, e mi vinse la nostalgia di rivedere i grandi monti e le ginestre selvagge.
Partii prima dell’alba del dì seguente.
Da Maranello alla Serra si sale sempre. La diligenza vi impiega dalle sette alle undici, cioè sono chilometri trenta. Un giovane di venti anni, che non tenga conto che il cuore è un muscolo robustissimo, ma non rinnovabile quando è guasto, la può percorrere tutta in sella questa salita. Per conto mio decisi di farla tutta a piedi. «Quando e dove arrivo, arrivo bene», questo è il mio motto, viaggiando, io col mio io, e non con altri. Se non che un po’ per volta cominciai ad osservare che gli occhi dei contadini mi guardavano con meraviglia. Feci qualche domanda, osservai meglio e mi persuasi che quella buona gente non soltanto era meravigliata, ma piena di compassione a mio riguardo.
Perché?
Perché ‒ cosa strana ‒ gli abitanti di un paese bello come l’Italia, difficilmente si persuadono che uno viaggi a piedi unicamente per il piacere di viaggiare: pigliare poi la montagna a piedi, fa nascere una di queste due considerazioni: o che si tratti di uno stravagante, oppure di un disperato che non possiede altri mezzi di locomozione fuor di quelli usati da San Francesco. Vorrei dire che in questa deplorevole opinione concordano soltanto i contadini, ma direi cosa inesatta.
Inoltre v’è un’altra considerazione melanconica da fare: l’onesta bicicletta passa oramai inavvertita fra le genti. Gli occhi dei contadini non si fanno più tondi se non al passaggio di un automobile. L’automobile può essere massacratore, ma è potente e prepotente. È moderno! Perire vittima di un ordigno moderno è onorevole: credo che sia ammesso tacitamente anche dai nostri umanitari.
Ecco: il terribile carro si presenta in fondo alla via nello sfondo di un nembo di polvere. Il corno solenne, grave, armonizza stranamente col fremito precipitoso degli stantuffi e dà questo avvertimento: «Profani, tutti, sgombrate la via!» E non c’è duro bifolco o carrettiere addormentato che non scenda e non trascini a mano le sue bestie sul ciglio della strada. L’imprecazione non ci pensa nè meno a formarsi, perché tutti i centri del cervello sono paralizzati dalla meraviglia.
Pare che la strada si sollevi in un moto serpentino e faccia essa scivolare il gran carro, che si snoda agile come una serpe. La visione è olimpica: signori e dame passano con compostezza regale. Un idiota lassù, può sembrare un gravissimo personaggio. Perché? perché appare prepotente e ricco.
Cesare è disceso dalla quadriga: ma il capitalista anonimo è salito sull’automobile e percorre da trionfatore la strada della democrazia, con la visiera della maschera calata.

*

Non soltanto io facevo una ben magra figura con la bicicletta a mano; ma una grande stanchezza si impossessò di me dopo qualche chilometro. Mi assalì una specie di nausea, un sudore freddo mi bagnò la fronte, la camicia ventilò gelata su le carni; e invece di seguitare a confortarmi con la bella idea che salire equivale a conquistare una virtù, mi venne il sospetto che potevo conquistare anche una polmonite. Il garretto sopra tutto si stendeva faticosamente.
(Allora, a tanta lontananza dal tempo in cui leggevo Omero, capii bene perché questo miracoloso poeta dice sempre degli eroi morenti: άπολυοντο τε γὑαι, «si sciolsero le ginocchia». Sì, i grandi poeti hanno l’istinto della verità, ma di quelle verità che più splendono come più ci allontaniamo col tempo. Essi sono simili ai fari del mare: da presso non hanno luce: rifulgono soltanto da mezzo il mare, e la loro luce serena è di conforto nel periglio e nella morte. Perciò le opere dei grandi poeti sono chiuse sotto sigilli, ed ogni età ne comprende quel tanto che è a lei confacente.)
Io fui turbato a questo senso di sfinitezza profonda e sarei, forse, tornato indietro, se una casetta non mi si fosse presentata alla svolta.
Essa era chiusa e silenziosa. Bussai tuttavia. Venne ad aprire una donna dal volto non interamente arcigno.
‒ Per piacere, un po’ di latte, ‒ domandai.
‒ L’abbiamo portato tutto al casàro.
‒ Il casàro sta lontano?
‒ Quelle case là in vetta.
Chinai il capo.
‒ Mi lascia entrare, ‒ indicai l’interno della socchiusa dimora, ‒ per mettermi una maglia?
‒ Eh! ‒ e liberò pianamente della sua persona l’ingresso perché io entrassi; e questo «eh» voleva dire: «eh, vorrei dire di no, ma come si può negare un favore di umanità?». Siccome poi io non volevo mettermi davanti a lei nel costume con cui Ulisse si presentò alla bella Nausica, così domandai una stanza. Fatto un primo favore bisognava farne un secondo (molte volte è necessario farne un terzo, ed è perciò, forse, che molti si rifiutano di fare il primo favore).
L’ispida maglia che sostituì su la pelle la tela, sarebbe stata una camicia di Nesso sotto la Galleria di Milano: lì fu un incredibile beneficio, e mi offrì un’occasione di lodare la mia prudenza.
Dunque ricompensiamo la gentilezza, dell’onesta massaia! Ella rifiutò, io insistetti: e fu nell’accettare che ella si ricordò che, se non aveva più il latte, aveva delle uova fresche e che essendo il fornello acceso, poteva farmi anche un caffè! Mi precedette nella cucinetta e mi offerse una sedia.
Il sole battea per la cucinetta che era assai linda e ordinata, come raramente si incontra da noi; si rifrangea sui rami tersi del camino e non v’era altro rumore che il ronzìo sonnolento di alcuni mosconi.
Mise la còccuma sul fuoco, fece cadere la fresca perla gialla di due uova entro una tazza pulita, parcamente cosparse lo zucchero, indi si mise a frullare con molta arte.
‒ Dove avete imparato a far così bene?
‒ Sono stata venti anni a servizio, signore.
‒ Poi avete preso marito?
‒ Sissignore.
‒ E avete figli?
‒ Sissignore. Ma sono fuori, perché qui in montagna non restano che i vecchi: un maschio lavora in Svizzera, una figlia è anche lei a servire a Torino.
‒ E il marito?
‒ Il mio uomo è a mietere.
‒ Sul vostro?
‒ Sissignore, ma un palmo di terra, che non basterà a seppellirci.
‒ E la casa è pur vostra?
‒ Questi quattro sassi? Sissignore, sono nostri.
Fin qui mi aveva risposto come se io fossi stato un agente delle imposte, ma quando tirai la somma delle domande con la domanda:
‒ Dunque voi siete felice?
‒ Oh, felice! ‒ disse. ‒ Si vive in pace, ecco!
Come se «vivere in pace» non fosse «felicità»! E sentii che avrei messo una enorme tassa su quella pace.

*

Le miglia di montagna sono caudate come le antiche sonettesse, ma finalmente giunsi alla casa del casàro.
Oh placido laboratorio! Io ignoravo i particolari dell’esistenza di una fra le più antiche industrie di questi monti: quella del cacio parmigiano. Sono edifici che formano una sola stanza tutta di mattoni senza intonaco, disposti a traforo, e questo si fa per l’aereazione del latte: intorno vi sono grandi ciotole di legno, colme di latte: nel mezzo si sprofonda un enorme imbuto di rame ove la crema del latte è cagliata e cotta. Per provare il beneficio di questa bevanda, di cui dal tempo della balia mi ero completamente dimenticato, bisognava proprio che mi fossi recato fin quassù, in questa torrida estate!
Placidi lavoratori del latte nella bella estate, voi certo durate per serie continua sin da prima del tempo che Bruno e Buffalmacco raccontavano al semplice Calandrino la fiaba dei maccheroni che rotolano da Bengodi per i monti di cacio Parmigiano!
Questo insorgere e avvicinarsi spontaneo di un’allegra fantasia boccaccesca mi fece piacere, perché io avevo intrapreso quel faticoso viaggio pei monti anche allo scopo di esperimentare due cose: primieramente cioè se i muscoli erano elastici, secondariamente se il cervello era ancora elastico, tale cioè da lasciarsi impressionare ben forte non solamente dalla magnificenza delle cose presenti e viventi, ma anche da vedere tutte vive le cose trapassate ed occulte e sentire prossime le cose future.

*

Questa specie di ampio sentire può dare ad un uomo l’aspetto esterno come di un rimminchionito. Certo è la più voluttuosa delle ebbrezze; sebbene non abbia nulla a che fare con quella che si compra nelle bottiglie dei liquoristi. Però non mancano certe somiglianze apparenti, giacché le idee più bislacche cominciano a parere logiche, gli atti più stravacanti, assai naturali; così che un ubbriaco di assenzio mal si distingue da un ubbriaco per latte come io ero.
Per fortuna la gente si faceva rada, le querce frequenti.
Questo stato dell’animo ebro e luminoso si venne in me formando a poco a poco, ed io ne esaminavo il rapido concretarsi con il piacere con cui una massaia ‒ che ha molti ospiti cari ‒ nota il ben formarsi della crema sul fornello. (Conserverò questa crema per i giorni della carestia: questa luce per i giorni bui.)
E primo segno fu il cessare della stanchezza, e quando giunsi ad un punto in cui la via spianò ‒ si stendeva ondulata lungo una serra ‒ e potei montare in bicicletta, e sentii l’aria forte ventilare e vidi la bianca via passare sotto le gomme delle ruote vibranti all’impulso, provai il piacere di don Chisciotte quando esperimentò la straordinaria agilità di Ronzinante.
Che ora era? Una delle ore del mattino. Le case si facevano più rade, più di colore e d’aspetto alpestre, più rari gli uomini, più dolci e mansueti gli occhi dei bimbi. Un secondo casàro, che versava nell’ombra silenziosa il latte, mi parve un sacerdote che adempie un rito antico di libazione; e poi vidi venirmi incontro una trionfale fiorita di ginestre, fuor dalle asperità della roccia, tutto lungo la via.

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Cesare Imposimato (associazione "Legg'io")