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La pazzia di Orlando

Ivano Marescotti legge l’“Orlando Furioso” di Ludovico Ariosto raccontato da Italo Calvino (Milano, Mondadori, 1995)

La magia dell’“Orlando Furioso” compie, quest’anno, cinque secoli (www.furioso16.it). Nella settimana in cui Palazzo dei Diamanti di Ferrara inaugura la mostra dedicata a Ludovico Ariosto e a questo anniversario, vi proponiamo l’ascolto di una parte della lettura fatta dall’attore Ivano Marescotti il 23 aprile 2016, nella Biblioteca Ariostea, per la rassegna “Voci d’autore”, organizzata dall’Istituto per i beni culturali della Regione Emilia-Romagna.

“Orlando Furioso”, canto XXIII
(ottave 101-106, 113-122, 124-136)

Orlando [– è Calvino che racconta –] passeggia in riva a un rivo. Vede che i tronchi degli alberi sono pieni di scritte e incisioni. «Però io questa scrittura la conosco», pensa Orlando, e come fa chi s’annoia, prende distrattamente a decifrare le parole. Legge: Angelica. Ma certo: è la sua firma! Angelica era passata di lì!
Intorno alla firma di Angelica, cuori trafitti, nodi che s’allacciano, colombe. Angelica innamorata? E di chi mai? Orlando non ha dubbi: «Se s’innamora non può innamorarsi che di me!».
Ma su quei cuori, su quei nodi, c’è un altro nome accoppiato a quello d’Angelica, un nome sconosciuto: Medoro. Perché Angelica ha scritto quel nome? Perché ha scritto il nome di qualcuno che non si sa chi sia, di qualcuno che non esiste? «Forse,» – pensa Orlando – «nelle sue fantasticherie amorose, Angelica mi ha soprannominato Medoro, e scrive Medoro dappertutto perché non osa scrivere Orlando».

[Orlando] Giunse ad un rivo che parea cristallo,
ne le cui sponde un bel pratel fioria,    [praticello fioriva]
di nativo color vago e dipinto
e di molti e belli arbori distinto.    [alberi]
        Il merigge facea grato l’orezzo    [pomeriggio] [il venticello]
al duro armento et al pastore ignudo;
sì che né Orlando sentia alcun ribrezzo,    [brivido]
che la corazza avea, l’elmo e lo scudo.
Quivi egli entrò per riposarvi in mezzo;    [In quel praticello]
e v’ebbe travaglioso albergo e crudo,
e più che dir si possa empio soggiorno,
quell’infelice e sfortunato giorno.
        Volgendosi ivi intorno, vide scritti
molti arbuscelli in su l’ombrosa riva.
Tosto che fermi v’ebbe gli occhi e fitti,    [fissati]
fu certo esser di man de la sua diva.    [della sua divinità: Angelica]
Questo era un di quei lochi già descritti,
ove sovente con Medor veniva
da casa del pastore indi vicina
la bella donna del Catai regina.
        Angelica e Medor con cento nodi
legati insieme, e in cento lochi vede.
Quante lettere son, tanti son chiodi
coi quali Amore il cor gli punge e fiede.    [ferisce]
Va col pensier cercando in mille modi
non creder quel ch’al suo dispetto crede:
ch’altra Angelica sia, creder si sforza,
ch’abbia scritto il suo nome in quella scorza.    [colei che ha scritto]
        Poi dice: «Conosco io pur queste note:    [queste lettere]
di tal’ io n’ho tante vedute e lette.
Finger questo Medoro ella si puote:
forse ch’a me questo cognome mette».
Con tali opinïon dal ver remote
usando fraude a se medesmo, stette
ne la speranza il mal contento Orlando,
che si seppe a se stesso ir procacciando.    [(opinioni) che si seppe procurare lui stesso]
        Ma sempre più raccende e più rinuova,
quanto spenger più cerca, il rio sospetto:
come l’incauto augel che si ritrova
in ragna o in visco aver dato di petto,    [in ragnatela o in vischio]
quanto più batte l’ale e più si prova
di disbrigar, più vi si lega stretto.
Orlando viene ove s’incurva il monte
a guisa d’arco in su la chiara fonte.
        Aveano, in su l’entrata il luogo adorno    [adornato]
coi piedi storti edere e viti erranti.
Quivi soleano al più cocente giorno
stare abbracciati i duo felici amanti.    [Angelica e Medoro]
V’aveano i nomi lor dentro e d’intorno,
più che in altro dei luoghi circonstanti,
scritti, qual con carbone e qual con gesso,
e qual con punte di coltelli impresso.

Entra Orlando in questa grotta. Le pareti di roccia sono tutte istoriate di graffiti e frasi tracciate col carbone o coi gessetti colorati o incise col temperino. Tutte in alfabeto arabo, si capisce. Orlando, esperto in quella lingua, tante volte s’era tratto d’impaccio nelle sue spedizioni oltre le linee nemiche. Quel che c’è scritto, dunque, per lui è chiaro: eppure vorrebbe dubitare di quel che sta leggendo. C’è scritto, in una calligrafia diversa da quella d’Angelica: «Oh star qui con la principessa Angelica abbracciato mattina e sera! Oh com’è bello!». Firmato: «Medoro».
Orlando riflette: «Dunque se Medoro sono io, e non sono stato io a scrivere questo, allora Angelica, fantasticando di star qui abbracciata con me, dev’essersi messa a scrivere queste cose con una calligrafia maschile per rappresentarsi quel che io avrei provato». La spiegazione era ingegnosa, però non stava in piedi. Ormai l’ipotesi che Medoro fosse un suo rivale, Orlando non riusciva più a scartarla. Un rivale sfortunato, naturalmente, che per dar sfogo alle sue fantasie, e per calunniare la donna che l’aveva respinto, aggiungeva il proprio nome là dove Angelica aveva firmato i suoi messaggi d’amore per Orlando. Di nuovo andava troppo lontano: qualsiasi spiegazione tentasse, a un certo punto il ragionamento d’Orlando si rifiutava di seguire la via più semplice, e il pianto che già gli faceva groppo in gola si fermava lì.
Orlando cavalca assorto: è l’imbrunire; vede in fondo alla valle un fumo che si leva d’in cima a un tetto; i cani prendono ad abbaiare; risponde il mugghio d’un armento. C’è una malga di pastori, laggiù. Orlando, macchinalmente, s’avvicina, chiede asilo per la notte.

        L’impetuosa doglia entro rimase,
che volea tutta uscir con troppa fretta.
Così veggiàn restar l’acqua nel vasel,    [vediamo] [vaso]
che largo il ventre e la bocca abbia stretta;
che nel voltar che si fa in su la base,    [perché]
l’umor che vorria uscir, tanto s’affretta,    [il liquido]
e ne l’angusta via tanto s’intrica,
ch’a goccia a goccia fuore esce a fatica.
        Poi ritorna in sé alquanto, e pensa come    [(Orlando)]
possa esser che non sia la cosa vera:
che voglia alcun così infamare il nome
de la sua donna e crede e brama e spera,
o gravar lui d’insoportabil some
tanto di gelosia, che se ne pèra;    [muoia]
et abbia quel, sia chi si voglia stato,
molto la man di lei bene imitato.
        In così poca, in così debol speme
sveglia gli spirti e gli rifranca un poco;    [rianima]
indi al suo Brigliadoro il dosso preme,    [(il cavallo di Orlando)]
dando già il sole alla sorella loco.    [mentre il sole dà spazio alla luna]
Non molto va, che da le vie supreme    [dai comignoli]
dei tetti uscir vede il vapor del fuoco,
sente cani abbaiar, muggiare armento:
viene alla villa, e piglia alloggiamento.

I pastori si fanno in quattro per accogliere degnamente il paladino: chi gli svita l’armatura di dosso, chi gli toglie gli speroni, chi gli lustra la corazza, chi governa il cavallo. Orlando lascia fare, come un sonnambulo; poi si corica, e resta a occhi sbarrati. Sarà un’allucinazione? Quelle scritte continuano a perseguitarlo. Intorno al letto, sui muri, perfino sul soffitto, egli vede le scritte, dovunque posi gli occhi. Alza la mano per scacciarle: no, sono proprio là, tutta la casa ne è coperta.
«Non puoi dormire, cavaliere?». E il pastore, udendolo smaniare, venne a sedersi al suo capezzale. «Se vuoi ti racconto una storia che più bella non si potrebbe immaginare. ·Ed è una storia vera. Pensa che in questa povera casa s’era venuta a rifugiare una principessa dell’Oriente...».
Orlando è tutt’orecchi.
«E questa principessa aveva raccolto sul campo di battaglia un povero fante ferito, un ragazzotto biondo...».

        Languido smonta, e lascia Brigliadoro
a un discreto garzon che n’abbia cura;    [esperto]
altri il disarma, altri gli sproni d’oro
gli leva, altri a forbir va l’armatura.
Era questa la casa ove Medoro
giacque ferito, e v’ebbe alta avventura.
Corcarsi Orlando e non cenar domanda,
di dolor sazio e non d’altra vivanda.
        Quanto più cerca ritrovar quïete,
tanto ritrova più travaglio e pena;
che de l’odiato scritto ogni parete,
ogni uscio, ogni finestra vede piena.
Chieder ne vuol: poi tien le labra chete;
che teme non si far troppo serena,    [evidente]
troppo chiara la cosa che di nebbia
cerca offuscar, perché men nuocer debbia.
        Poco gli giova usar fraude a se stesso;
che senza domandarne, è chi ne parla.    [c’è chi]
Il pastor che lo vede così oppresso
da sua tristizia, e che voria levarla,    [vorrebbe alleviarla]
l’istoria nota a sé, che dicea spesso
di quei duo amanti a chi volea ascoltarla,
ch’a molti dilettevole fu a udire,
gl’incominciò senza rispetto a dire:    [senza timore]
        come esso a’ prieghi d’Angelica bella
portato avea Medoro alla sua villa,
ch’era ferito gravemente; e ch’ella
curò la piaga, e in pochi dì guarilla:
ma che nel cor d’una maggior di quella
lei ferì Amor, e di poca scintilla    [da una così piccola]
l’accese tanto e sì cocente fuoco,
che n’ardea tutta, e non trovava loco:    [pace]
        e sanza aver rispetto ch’ella fosse
figlia del maggior re ch’abbia il Levante,
da troppo amor constretta si condusse
a farsi moglie d’un povero fante.


E il pastore racconta a Orlando esterrefatto tutta la storia degli amori d’Angelica e Medoro, e delle loro nozze.
«Proprio in quel letto dove stai sdraiato tu, cavaliere, la principessa e il fantaccino passarono la prima notte di nozze!».
Orlando salta su come punto da una vespa.
«Non mi credi, cavaliere? Guarda cosa ci ha regalato a noi poveretti, la principessa, partendo per il Catai con il suo sposo!» e mostra un braccialetto tempestato di gemme. Era il braccialetto che Orlando aveva regalato ad Angelica in pegno d’amore.

All’ultimo l’istoria si ridusse,    [alla fine della storia]
che ’l pastor fe’ portar la gemma inante,    [il pastore fece portare]
ch’alla sua dipartenza, per mercede    [ricompensa]
del buono albergo, Angelica gli diede.
        Questa conclusïon fu la secure    [scure]
che ’l capo a un colpo gli levò dal collo,
poi che d’innumerabil battiture
si vide il manigoldo Amor satollo.
Celar si studia Orlando il duolo; e pure
quel gli fa forza, e male asconder pòllo:    [a malapena può nasconderlo]
per lacrime e suspir da bocca e d’occhi
convien, voglia o non voglia, al fin che scocchi.    [esploda]
        Poi ch’allargare il freno al dolor puote
(che resta solo e senza altrui rispetto),
giù dagli occhi rigando per le gote
sparge un fiume di lacrime sul petto:
sospira e geme, e va con spesse ruote    [frequenti giravolte]
di qua di là tutto cercando il letto;
e più duro ch’un sasso, e più pungente
che se fosse d’urtica, se lo sente.

«Ehi, fermati, cavaliere, dove vai?», urla il pastore. Ma Orlando era montato in sella e cavalcava nella notte urlando.
Pianse tanto che si disse: «Queste non possono essere più lacrime perché ormai devo averle versate tutte: quello che mi scende giù dagli occhi è l’essenza vitale che mi sta abbandonando».
Sospirò tanto che si disse: «Questi non possono essere sospiri perché non si fermano mai: è certamente il mio cuore che sta bruciando ed esala questo vento come per la cappa d’un camino».
Soffrì tanto che si disse: «Questo non posso più essere io perché Orlando è morto, ucciso da Angelica. Io sono il fantasma di me stesso che non potrà più trovare pace».
All’alba si ritrovò alla grotta dove Medoro aveva inciso la sua confessione: a colpi di Durindana, Orlando sbriciolò la roccia nelle acque della fonte che s’intorbidarono per sempre. Poi si coricò sull’erba, spalancò gli occhi al cielo e restò immobile tre giorni e tre notti senza mangiare né dormire.
Al quarto giorno s’alzò, prese a spogliarsi e a gettare i pezzi d’armatura ai quattro punti cardinali. Restò nudo e senz’armi. Cominciò a svellere un pino, poi una rovere, poi un olmo. Da quel momento la pazzia d’Orlando prese a crescere, a scatenarsi, a infuriare sui campi e sui villaggi.

        Quel letto, quella casa, quel pastore
immantinente in tant’odio gli cascar,
che senza aspettar luna, o che l’albòre
che va dinanzi al nuovo giorno nasca,
piglia l’arme e il destriero, et esce fuore
per mezzo il bosco alla più oscura frasca;
e quando poi gli è aviso d’esser solo,    [s’accorge]
con gridi et urli apre le porte al duolo.
        Di pianger mai, mai di gridar non resta;
né la notte né ’l dì si dà mai pace.
Fugge cittadi e borghi, e alla foresta
sul terren duro al discoperto giace.
Di sé si maraviglia ch’abbia in testa
una fontana d’acqua sì vivace,
e come sospirar possa mai tanto;
e spesso dice a sé così nel pianto:
        «Queste non son più lacrime, che fuore
stillo dagli occhi con sì larga vena.
Non suppliron le lacrime al dolore:    [non furono sufficienti]
finîr, ch’a mezzo era il dolore a pena.    [finirono]
Dal fuoco spinto ora il vitale umore
fugge per quella via ch’agli occhi mena;
et è quel che si versa, e trarrà insieme    [il liquido vitale]
e ’l dolore e la vita all’ore estreme.
        Questi ch’indizio fan del mio tormento,
sospir non sono, né i sospir son tali.
Quelli han triegua talora; io mai non sento
che ’l petto mio men la sua pena esali.
Amor che m’arde il cor, fa questo vento,
mentre dibatte intorno al fuoco l’ali.
Amor, con che miracolo lo fai,    [sortilegio]
che ’n fuoco il tenghi, e nol consumi mai?    [lo tieni (il cuore)]
        Non son, non sono io quel che paio in viso:
quel ch’era Orlando è morto et è sotterra;
la sua donna ingratissima l’ha ucciso:
sì, mancando di fé, gli ha fatto guerra.
Io son lo spirto suo da lui diviso,
ch’in questo inferno tormentandosi erra,
acciò con l’ombra sia, che sola avanza,    [affinché]
esempio a chi in Amor pone speranza».
        Pel bosco errò tutta la notte il conte;
e allo spuntar della diurna fiamma    [del sole]
lo tornò il suo destin sopra la fonte    [fece tornare]
dove Medoro insculse l’epigramma    [scolpì la sua inscrizione].
Veder l’ingiuria sua scritta nel monte
l’accese sì, ch’in lui non restò dramma    [peso (dal greco “drachma”)]
che non fosse odio, rabbia, ira e furore;
né più indugiò, che trasse il brando fuore.
        Tagliò lo scritto e ’l sasso, e sin al cielo
a volo alzar fe’ le minute schegge.
Infelice quell’antro, et ogni stelo    [arbusto]
in cui Medoro e Angelica si legge!
Così restâr quel dì, ch’ombra né gielo    [furono ridotti (la grotta e gli alberi)]
a pastor mai non daran più, né a gregge:
e quella fonte, già sì chiara e pura,    [e anche quella]
da cotanta ira fu poco sicura;
        che rami e ceppi e tronchi e sassi e zolle
non cessò di gittar ne le bell’onde,
fin che da sommo ad imo sì turbolle,    [dalla superficie al fondo]
che non furo mai più chiare né monde.
E stanco al fin, e al fin di sudor molle,
poi che la lena vinta non risponde
allo sdegno, al grave odio, all’ardente ira,
cade sul prato, e verso il ciel sospira.
        Afflitto e stanco al fin cade ne l’erba,
e ficca gli occhi al cielo, e non fa motto.
Senza cibo e dormir così si serba,
che ’l sole esce tre volte e torna sotto.
Di crescer non cessò la pena acerba,
che fuor del senno al fin l’ebbe condotto.
Il quarto dì, da gran furor commosso,
e maglie e piastre si stracciò di dosso.
        Qui riman l’elmo, e là riman lo scudo,
lontan gli arnesi, e più lontan l’usbergo:
l’arme sue tutte, in somma vi concludo,
avean pel bosco differente albergo.
E poi si squarciò i panni, e mostrò ignudo
l’ispido ventre e tutto ’l petto e ’l tergo;
e cominciò la gran follia, sì orrenda,
che de la più non sarà mai ch’intenda.    [nessuno ne sentirà mai di più grandi]
        In tanta rabbia, in tanto furor venne,
che rimase offuscato in ogni senso.
Di tor la spada in man non gli sovenne;    [prendere]
che fatte avria mirabil cose, penso.
Ma né quella, né scure, né bipenne
era bisogno al suo vigore immenso.
Quivi fe’ ben de le sue prove eccelse,
ch’un alto pino al primo crollo svelse:
        e svelse dopo il primo altri parecchi,
come fosser finocchi, ebuli o aneti;    [sambuchi]
e fe’ il simil di querce e d’olmi vecchi
di faggi e d’orni e d’illici e d’abeti.    [elci]
Quel ch’un ucellator che s’apparecchi    [cacciatore di uccelli]
il campo mondo, fa, per por le reti,    [sgombro]
dei giunchi e de le stoppie e de l’urtiche,
facea de cerri e d’altre piante antiche.
        I pastor che sentito hanno il fracasso,
lasciando il gregge sparso alla foresta,
chi di qua, chi di là, tutti a gran passo
vi vengono a veder che cosa è questa.
Ma son giunto a quel segno il qual s’io passo
vi potria la mia istoria esser molesta;
et io la vo’ più tosto diferire,
che v’abbia per lunghezza a fastidire.


Per ascoltare la lettura integrale: https://youtu.be/dB0YiRg3GZY


 

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Note

A cura di Vittorio Ferorelli. Lettura di Ivano Marescotti

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